COLIN WILSON - DAMON WILSON
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IL GRANDE LIBRO DEI MISTERI IRRISOLTI.
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Parte 2.
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Titolo originale: The Mammoth Encyclopedia of Unsolved Mysteries.
Traduzione di: Franco Ossola.
2002, 2012 Newton Compton editori.
ISBN 978-88-541-3754-7.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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COLIN E DAMON WILSON, SCRITTORI E INDAGATORI ESPERTI DEL MONDO PARANORMALE, SI CONFRONTANO CON I 63 ENIGMI PIÙ INTRIGANTI DEL NOSTRO TEMPO.
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INDICE di questa parte.
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8. Chi era, in realtà, Shakespeare?
9. Esistono i vampiri?
10. Il diamante Hope.
11. Joan Norkot.
12. La maschera di ferro.
13. I miracoli di Saint-Médard.
14. Il mostro di Loch Ness.
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Fine Indice.
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CAPITOLO 8.
CHI ERA, IN REALTÀ, SHAKESPEARE?
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All'inizio del 1616 un rispettabile signorotto di Stratford-upon-Avon decise
che era tempo di fare testamento. Qualche mese dopo, in aprile, passava a
miglior vita, forse a seguito di una crapula consumata con due vecchi amici
londinesi, Ben Jonson e Michael Drayton. Dopo di che, per un po' di tempo
di lui non si era più parlato. A sette anni dalla morte, gli veniva eretto un cippo
ricordo nella chiesa parrocchiale. Nel 1656 l'antiquario Sir
William Dugdale, appassionato di araldica, riproduceva il
piccolo manufatto in una tavola
della sua preziosa opera dal titolo Antiquities of Warwickshire. Vi si vedeva
un gentiluomo con un bel paio di mustacchi, con una mano posata su un
saccone, simbolo di commercio e affari. In paese quasi nessuno sapeva che
quel distinto signore nei panni di fortunato commerciante in realtà era stato
uno dei più grandi e straordinari scrittori di teatro, un
acclamato attore esibitosi con successo davanti alla regina Elisabetta.
Più di un secolo dopo, verso il 1770, un prelato, certo James Wilmot, ritiratosi
nel natio Warwickshire, aveva deciso di dedicare ciò che ancora gli restava
da vivere allo studio dei suoi due autori prediletti: Francesco Bacone e
William Shakespeare. Poiché la piccola comunità di cui era diventato rettore
- Barton-on-the-Heath - distava soltanto pochi chilometri da Stratford, aveva
anche incominciato a raccogliere le notizie e le informazioni ancora recuperabili
nella sua città natale a proposito del celeberrimo attore. Ma, in apparenza,
non era riuscito a cavare un ragno dal buco. Non c'era nessuno che lo
potesse aiutare. Da quello che gli riusciva di derivare dai suoi profondi studi
su Shakespeare, Wilmot aveva dedotto che doveva trattarsi di un uomo di vasta
cultura, senza alcun dubbio possessore di chissà quale prestigiosa biblioteca.
E così, messosi di buzzo buono, aveva preso a girare nei dintorni, alla
ricerca della preziosa raccolta di libri, andando a curiosare in tutte le biblioteche,
piccole e grandi, nel raggio di un centinaio di chilometri. Non aveva
trovato niente, non un solo libro appartenuto a Shakespeare. Alla fine, però,
era stato illuminato da uno straordinario convincimento: l'uomo che veniva
chiamato Shakespeare non era l'autore delle opere teatrali che gli venivano
normalmente attribuite.
Chi, in realtà, mostrava tutte le caratteristiche per qualificarsi come tale era
invece l'altro suo autore favorito, Francesco Bacone.
La scoperta era così sconvolgente - all'epoca, Shakespeare era già ampiamente
riconosciuto come uno dei più grandi scrittori di teatro di
tutta la letteratura inglese - che Wilmot stesso ne era spaventato e così aveva deciso
che se la sarebbe tenuta per sé senza farne parola con nessuno. Trent'anni dopo,
ormai sulla soglia dell'ottantina, la rigida precauzione l'aveva un po' abbandonato
e così quando nel 1803 Wilmot era stato visitato da un quacchero
della comunità di Ipswich, aveva deciso di rivelargli il suo segreto. L'uomo,
James Cowell, stava cercando di costruire una biografia shakespeariana per
farne oggetto di un incontro culturale presso la società filosofica della sua comunità,
ma non riusciva a mettere insieme granché, dal momento che al tempo
non erano ancora disponibili lavori di alcun genere sul grande scrittore.
Davanti alla rivelazione fatale, Cowell era rimasto scioccato, ma convinto solo a metà. Due anni dopo aveva presentato il suo lavoro su Shakespeare, rivelando
ai presenti allibiti le elucubrazioni e le deduzioni che l'anziano prete
gli aveva confessato. Un'ipotesi incredibile e allarmante. L'intero consesso
di studiosi e filosofi di Ipswich “cadde in confusione”. Venuto a conoscenza
della dura reazione ufficiale alla sua teoria, Wilmot se ne era dispiaciuto
e allora aveva scritto nel testamento che alla sua dipartita tutto il carteggio
e gli studi da lui condotti su Shakespeare avrebbero dovuto essere bruciati,
cosa puntualmente verificatasi. La conferenza di Cowell restò sepolta
nell'oblio per oltre un secolo, quando un eminente studioso shakespeariano
in un articolo comparso sul supplemento letterario del «Times» il 25 febbraio
del 1932, aveva definito il prelato Wilmot come il “primo baconiano”. In totale
disaccordo era l'illustre professor Allardyce Nicoli, per il quale l'appellativo
più che un complimento suonava come un'offesa, dal momento che
tutte quelle illazioni altro non erano che frottole sonore, inganni.
D'altra parte come e perché arrivare a stabilire così eccentriche conclusioni?
Perché mai il gentiluomo di Stratford-on-Avon non avrebbe dovuto essere
l'autore di capolavori come Amleto e Re Lear come da sempre erano tutti
convinti che fosse? Eppure, l'idea non è peregrina come si potrebbe pensare
a prima vista. Il primo stridente contrasto a proposito di Shakespeare consiste
nella troppo evidente disparità fra il personaggio di Shakespeare signorotto
commerciante e quello dello scrittore. La storia tramanda che
Shakespeare venne a Londra ventenne, diventando in breve un
acclamato attore di
teatro. Non ancora quarantenne (1601) era reputato il più geniale e ispirato
scrittore teatrale del suo tempo. L'autore di Coriolano e de La tempesta era
senza dubbio baciato dal tocco del genio; egli stesso scrive, così come compare
nel sonetto 55:
Né marmo, né gli aurei monumenti
dei principi vivranno quanto i miei versi possenti.
Quando, superati i quarant'anni, aveva fatto ritorno alla città natia era diventato
un ricco borghese e aveva messo a frutto i suoi talenti. Possibile che
non si fosse preoccupato di portarsi dietro neppure il manoscritto di una delle
sue tante opere, o un'edizione pubblicata o la certamente folta libreria che
doveva aver accumulato nei lunghi anni londinesi? La logica dice che così
avrebbe fatto chiunque, ma così non era stato. Perché? Perché, per di più, libri
e biblioteca non venivano neppure citati nel testamento?
Gli studiosi del tempo sostengono che in quel periodo recitare non era certo
considerata un'attività degna - l'attore era messo alla stessa stregua di un
protettore - e può darsi che a Shakespeare non facesse piacere andarlo a dire
in giro. Ma cosa diversa era per lo scrittore. Lo scrivere, allora come oggi, era
considerata una professione diversa, avulsa dal contesto delle altre, privilegiata
e poi Shakespeare era anche autore di ammirati sonetti e scritti celebri
come Lucrezia e Venere e Adone. La raccolta dei sonetti venne edita nel 1609,
due anni prima che si ritirasse a Stratford: possibile non portarsene dietro
nemmeno una copia da mostrare agli amici e da conservare in casa? Non gli
avrebbe fatto piacere consegnarne almeno una copia all'amata sorella Susanna,
alla quale avrebbe poi lasciato gran parte dei suoi possedimenti, e al di lei
marito, nonché suo caro amico, il dottor John Hall, quello stesso illustre medico
che avrebbe rifiutato il cavalierato offertogli da sua maestà re Carlo I?
Per i ricercatori canonici tutto ciò era avvenuto e la biblioteca shakespeariana
si era semplicemente disgregata nel giro dei cinquant'anni successivi la
morte del poeta, quando ormai la sua fama si era consolidata e gli ammiratori
e gli studiosi avevano iniziato a concedere alle sue opere l'importanza critica
e letteraria che avevano. Può essere vero, anche se suona strano.
Il reverendo Wilmot aveva anche un'altra buona ragione per sospettare del
distinto signorotto di Stratford. Chi aveva scritto le opere attribuite a Shakespeare
era una persona coltissima, esperta in tanti campi dello scibile umano
quali medicina, legge, botanica, geografia, terre straniere, vita di corte. Come
avrebbe potuto il figlio di un modesto macellaio del piccolo villaggio di
Stratford possedere tante conoscenze? Francesco Bacone, al contrario - filosofo,
saggista e Lord Cancelliere -, era considerato uno degli uomini più sapienti
e colti del suo tempo...
Una delle difficoltà indicate già da Wilmot stava nel fatto che la fama di
Shakespeare era letteralmente esplosa subito dopo la sua morte e le incrostazioni
e le leggende venutesi a creare sul suo conto erano fiorite senza freno.
Almeno fino al 1660 - quando i teatri poterono riaprire dopo l'oscuro interregno
imposto dai Puritani - i suoi lavori erano rimasti nel dimenticatoio (anche
se la prima edizione completa dei suoi scritti comparve nel 1632). Nel
corso della Restaurazione, il teatro di Shakespeare aveva conosciuto una fortissima
ripresa, ma esisteva il brutto vizio di “adattare”, se non addirittura
“correggere”, i testi. Nell'opera BriefLives (1682) di John Aubrey, la biografia
di Shakespeare è una delle più corte - due paginette scarse - in cui si ricorda
la sua umile nascita come figlio di un macellaio e il suo fervente discorso
drammatico fatto il giorno in cui era stato costretto a uccidere un vitello.
All'epoca la storia della sua morte avvenuta a seguito di una solenne
sbornia consumata con Jonson e Drayton era già stata veicolata grazie alle
pagine di John Ward, il vicario di Stratford, che ne aveva parlato nei suoi diari
(1661-63). Nel 1670 la fama di Shakespeare era alle stelle, come lo era stata
nel 1600 e editori senza scrupoli non si facevano scrupolo di dare alle
stampe vecchi manoscritti di antiche rappresentazioni spacciandoli come
opere dell'esimio maestro. La consacrazione fu anche merito di Sir William
Davenant - per alcuni suo figlio adottivo per altri naturale - il quale dedicò
gran parte della sua vita a rinverdire e esaltare l'opera e la reputazione del
suo grande idolo. La prima biografia di Shakespeare comparve nel 1709, come
parte introduttiva dell'opera omnia in sei volumi curata da Nicholas
Rowe. Molte informazioni Rowe le aveva ottenute intervistando a lungo l'attore
Thomas Betterton, altro ammiratore del grande bardo, che l'anno prima
aveva trascorso un po' di tempo a Stratford per ricavare notizie e informazioni,
aneddoti e racconti sulla sua vita. Rowe è il primo che racconta la storia
della fuga a Londra del giovane Shakespeare, accusato di aver cacciato
cervi nei possedimenti di Sir Thomas Lucy. Da questo momento in avanti la
proliferazione delle leggende era stata impressionante: storie di gozzoviglie
nei villaggi del Warwickshire - in specie la “Bidford delle sbronze” - di rime
dedicate a maggiorenti cittadini, di travestimenti con teste di cavallo davanti
all'ingresso del teatro per guadagnare qualche spicciolo nei tempi londinesi,
di amori e passioni sentimentali, di esibizioni al cospetto della regina Elisabetta
e di re Giacomo e infinite altre ancora. Nel 1769 la gloria di Shakespeare
aveva già toccato un punto così elevato da indurre i reggenti di
Stratford a celebrare il bicentenario, invitando il celebre attore David Garrick
ad organizzare le feste per il grande giubileo shakespeariano. (A essere precisi,
si deve ricordare che le celebrazioni erano in ritardo di cinque anni -
Shakespeare era infatti nato nel 1564 - ma sembra che nessuno ci facesse
particolarmente caso). Senza contare che la figura, il personaggio del grande
poeta si sarebbe potuta trasformare in un formidabile gettito di guadagno turistico
per l'intera comunità di Stratford. Purtroppo le celebrazioni vennero
massacrate dalla pioggia insistente e Garrick ci aveva rimesso una fortuna;
ciò nonostante, questo giubileo deve considerarsi il punto di partenza della
trasformazione del suo villaggio natio in un'impresa turistica di prim'ordine,
capace di fruttare molti quattrini.
In quello stesso anno, 1769, Herbert Lawrence, un caro amico di Garrick,
pubblicò una divertente allegoria intitolata The Life and Adventure of Common
Sense in cui si raccontava come un briccone e ladro abituale, certo
Shakespeare, avesse sottratto attributi alla saggezza, alla genialità e all'umorismo
per scrivere i suoi capolavori. Non si trattava, ovviamente, di un'accusa
seria, quanto di una satirica denuncia di ciò che già allora stava accadendo
attorno allo sfruttamento del fenomeno Shakespeare. Subito dopo, il reverendo
James Wilmot era arrivato a Barton-on-the-Heath per dare il via alle sue
indagini, quelle che l'avrebbero portato a scoprire che il vero autore dei grandi
capolavori teatrali non era Shakespeare, ma Francesco Bacone. Quando
nel 1803 il quacchero James Cowell aveva riferito queste sconcertanti conclusioni
ai membri della Società Filosofica di Ipswich si era fatto promettere
il silenzio in merito al nome del loro ideatore e così era stato.
Sul finire del Settecento, la quasi ridicola e assurda questione dei falsi di
Ireland indicò fino a quale punto fosse arrivata in quegli anni quella che
Shaw chiama la “bardolatria”. Samuel Ireland, pretenzioso autore di alcune
guide di viaggi, era un grande amante di Shakespeare. Mosso da questa passione,
ad un certo punto della sua vita aveva iniziato a spedire a Stratford degli
inviati con l'incarico di procurargli “reliquie” e ricordi dello scrittore, fra
cui un calice ricavato dall'albero di gelso che cresceva nel giardino di casa
Shakespeare e la poltrona sulla quale il poeta sedeva quando a corte assisteva
alla rappresentazione delle sue opere teatrali. Compreso davanti alla grande
passione paterna, William, il figlio di Ireland, per compiacerlo aveva incominciato
a falsificare dei documenti, fra cui, per esempio, un atto d'ipoteca.
Ma era andato ben oltre, arrivando addirittura a scrivere opere teatrali inedite
attribuite a Shakespeare, scritte così bene da ingannare persino presunti
esperti. La “grana” alla fine era definitivamente esplosa nel 1796 all'ultima
battuta del dramma Vortigern quando alle parole: «Ora che questa solenne
presa in giro si è conclusa» il pubblico era scoppiato in fischi e urla. Quando
William aveva confessato il suo inganno, e cioè che era lui l'autore di quelle
inedite commedie shakespeariane, il padre non gli aveva creduto. Non riusciva
a capacitarsi che un ragazzo dalla apparente modesta levatura intellettuale
come quella del figlio potesse essere l'autore di lavori tanto pregevoli. In
alcuni casi si trattava di “opere di genio” che William non sarebbe mai stato
in grado di scrivere. Nel secolo precedente la venerazione nei confronti del
grande bardo era stata meno esagerata, tanto che alcuni critici come, per
esempio, Samuel Pepys erano arrivati a giudicare La dodicesima notte «niente
d'altro che una somma di sciocchezze» e Sogno di una notte di mezza estate
«il più banale e stucchevole lavoro teatrale cui mi sia mai capitato assistere».
Poi, alla metà del XIX secolo la critica era tornata a farsi rispettosa, a considerare
Shakespeare come un semidio, un genio la cui opera non poteva in
alcun modo essere contestata perché oltre e al di là di ogni osservazione critica.
Matthew Arnold esprime questa cieca attitudine alla “venerazione critica”
con un sarcastico sonetto che inizia così:
Tanti come noi pensano. Tu sei libero.
Chiediamo e domandiamo: tu sorridi imperterrito,
punta del nostro sapere. Vetta più alta
che incorona alle stelle la sua maestà...
Forse fu proprio questa venerazione acritica che diede origine a tutta quella
ridda di eresie di ogni tipo abbondantemente fiorite a cominciare dalla metà
del XIX secolo. Nel 1848 il console americano a Vera Cruz, Joseph C. Hart,
in un suo libro intitolato The Romance of Yachting scrisse: «Ah, Shakespeare
- bardo immortale - dove sei?». Nelle venticinque pagine successive, in
una lunga digressione che ben poco ha a che vedere con il tema del libro,
Hart propone la teoria che Shakespeare non sarebbe stato altro che un profittatore,
pronto a inserire qualche suo verso qua e là nei testi teatrali di altri
scrittori. Risale al 1857, invece, l'opera di William Henry Smith, Bacon and
Shakespeare, in cui si sostiene che se è pur vero che Shakespeare potrebbe
essere l'autore delle celeberrime opere, è probabile che la sua fonte ispiratrice
sia stato Bacone.
Questa ipotesi era stata però già anticipata da una brillante e intuitiva ricercatrice
americana, Delia Bacon, un'insegnante, poi votatasi alla scrittura. Particolarmente
dedicata alla storia e alla letteratura, la Bacon era rimasta affascinata
dal mistero di Shakespeare, arrivando a concludere - per motivazioni
non del tutto chiare - che l'attore in pensione di Stratford quasi certamente
non poteva essere l'autore delle opere teatrali. Era anche convinta che le prove
che avrebbero indicato in Francesco Bacone la paternità erano rintracciabili in Inghilterra, forse addirittura nella sua stessa tomba. Dalla sua parte stavano
sia l'eminente bostoniano Ralph Waldo Emerson che Charles Butler, un influente
bancario di New York, estimatore di Bacone. Nel 1853 Delia Bacon
aveva dunque fatto rotta per l'Inghilterra, forte di una lusinghiera lettera di
presentazioni per Carlyle sottoscritta da Emerson. Carlyle l'aveva bene accolta,
offrendole il suo sostegno e lo stesso aveva fatto Nathaniel Hawthorne, all'epoca
console d'America nella città di Liverpool. Per tre anni la Bacon si era
rinchiusa in una stanza d'affitto a scrivere il suo saggio in cui dimostrare che
Bacone e Shakespeare erano la stessa persona. Chapman e Hall, gli editori a
cui la Bacon aveva inoltrato il manoscritto terminato, le avevano opposto un
secco rifiuto dicendo: «La nostra casa editrice non intende in alcun modo attaccare
uno dei convincimenti più sacri della nostra nazione e del mondo intero»,
una frase quanto mai emblematica per rendere l'idea del grado di bigottismo
cui era giunta la venerazione britannica verso il bardo. Nel 1856 la scrittrice
si era recata a Stratford-on-Avon e aveva insistito col sacerdote locale affinché
le concedesse di trascorrere un po' di tempo da sola chiusa nella chiesa;
ma all'ultimo momento si era spaventata e aveva rinunciato, scoraggiata
dalla prospettiva di perlustrare tutto il pavimento della chiesa e di dover poi
scendere oltre cinque metri sotto terra per arrivare alla tomba.
Nel 1857, dopo tanta fatica, Delia Bacon era comunque riuscita a pubblicare
il suo Philosophy of thè Plays of Shakespeare Unfolded. (Hawthorne, col
quale aveva litigato, l'aiutò lo stesso molto). Peccato però che il libro si rivelò
essere confusionario e intricato, al punto che non si riesce a comprendere
se il “sospetto” è davvero Francesco Bacone, oppure Raleigh, Spenser,
Sidney o il conte di Oxford. La tesi portante è abbastanza stravagante e persino
assurda: le opere attribuite a Shakespeare, infatti, sarebbero state redatte
da un gruppo di illuminati e sapienti studiosi che lo avrebbero utilizzato
come paravento per portare in scena, sotto metafora, concetti esoterici e socialmente
progressisti che enunciati in chiaro li avrebbero condotti dritti alla
tortura e alla morte.
L'effetto sperato non ci fu. La Bacon, dopo tanti anni di dura sofferenza,
aveva così incominciato a dare fuori di testa e in breve era caduta preda di un
terribile esaurimento nervoso. Un nipote, arrivato dall'America per cercarla,
l'aveva rintracciata in un manicomio, completamente impazzita. Riportata
nel New England, la povera donna delusa era morta folle all'età di soli quarantotto
anni.
Come sovente accade, il merito della Bacon venne scoperto solo molto tempo
dopo la sua morte disperata. Erano stati infatti i suoi studi, le sue speculazioni,
le sue intuizioni ad aprire una via agli studi shakespeariani alternativi,
poi seguita da tanti altri illustri scrittori e critici, come,
per esempio, Emerson, Whitman, Oliver Wendell Holmes e Henry James senior. In Inghilterra il
primo ministro Lord Palmerston, dopo aver avidamente letto il libro di William
Henry Smith era diventato un convinto baconiano.
Nel 1867 venne alla luce uno dei legami più convincenti e interessanti fra i
due grandi autori. Un esperto di libri incaricato dal duca di Northumberland
di esaminare con attenzione alcuni preziosi manoscritti della sua biblioteca
aveva scovato un volume in folio consistente di ventidue pagine a doppia piegatura.
Era evidente che il libro era appartenuto a Francesco Bacone, per lo
meno conteneva alcune copie delle sue opere. Nove pezzi erano rimasti nel
manoscritto e certamente ce ne dovevano essere di più. Sulla copertina stava
scritto “Signor ffrauncis Bacon” e la parola “Nevill”, ripetuta due volte in alto.
Subito sotto stavano le parole “Ne vele velis”, il motto di famiglia di Sir
Henry Nevill, nipote di Bacone. Lo scritto conteneva due diverse calligrafie,
quella degli amanuensi e forse dello stesso Bacone. Sempre nel frontespizio
si presentava un elenco che potrebbe essere l'indice degli argomenti - dal
momento che, per esempio, vi compaiono quattro saggi del filosofo compresi
nel testo Philipp against monsieur - una lettera a firma di Sir Philip Sidney
indirizzata alla regina per convincerla a non sposare il duca d'Angiò; i
Discorsi per Lord Essex e II bene del Leicester, sebbene in forma incompleta.
Nell'indice, però, si leggono anche altri titoli, fra cui il libro messo all'indice
L'isola dei cani di Nashe e Riccardo II e Riccardo III. Subito dopo questa
due titoli shakespeariani la scritta “Del signor ffrauncis William Shakespeare”.
A ben guardare, questa particolarità è meno debole e insignificante di quanto
si possa credere a prima vista. Riccardo II, sebbene non ancora condannato,
era un'opera “delicata”, che Shakespeare era stato costretto ad epurare di
non poche battute prima di consegnarla alla stampa nel 1597 (che è anche la
data più plausibile da assegnare al manoscritto di Northumberland). Quando
nel 1601 Lord Essex si era ribellato aveva pagato di tasca sua una nuova rappresentazione
del Riccardo II nella speranza che sollecitati dalla storia del re
deposto i londinesi si sarebbero pure loro sollevati. (Per la cronaca, gli era
andata male ed era stato condannato e giustiziato). I versi, diciamo così, censurati
- quelli relativi alla deposizione del sovrano - erano però stati recuperati
e reinseriti nel testo dopo la morte della regina Elisabetta. Lo stesso per
il Riccardo III, altra opera che avrebbe potuto essere vista con grave sospetto.
Come consigliere privato della regina e suo consulente legale, toccava
proprio a Francesco Bacone prendere in esame sotto il profilo della censura
le opere considerate pericolose. Sulla vicenda di Riccardo II, Bacone aveva
già visionato e letto un'altra opera, quella del dottor Hayward nella quale si
era “di molto incensato la regina Elisabetta”; tuttavia Hayward era stato lo
stesso imprigionato nella Torre di Londra per tradimento, anche se Bacone si
era affrettato a segnalare alla sua regina che nella sua opera non c'erano motivi
di sospetto né di condanna.
Ciò detto, viene spontaneo ritenere che il manoscritto di Northumberland
contenesse alcune opere bandite sulle quali Bacone era stato chiamato a
esprimersi. Se si osservano con più attenzione le scritture che compaiono sul
frontespizio si può notare che i nomi “signor ffrauncis Bacone” e “signor
ffrauncis” sono state scarabocchiate forse dalla penna dello stesso Bacone e
lo stesso si osserva per il nome Shakespeare. Scrutando ancora
meglio, saltano agli occhi altri particolari. Per esempio, non
è proprio giusto dire che qualcuno
ha scarabocchiato o alterato la scritta “signor ffrauncis William Shakespeare”;
“ffrauncis” e “William Shakespeare” infatti si trovano a due livelli
differenti, mentre Bacone è scritto immediatamente sotto “signor ffrauncis”
(come le parole “vostra signoria” capovolte fra le due scritte). Inoltre “William
Shakespeare” è scritto proprio sopra il titolo delle due opere teatrali, riferendosi
in modo ovvio e evidente ad esse.
Sotto questo profilo, dunque, il manoscritto di Northumberland deve essere
abbandonato come prova decisiva della connessione che legava Bacone e
Shakespeare. L'unica cosa che si può dire è che quasi certamente il primo,
nell'ambito delle sue mansioni di consigliere privato della regina, aveva letto
sia il Riccardo II che il Riccardo III.
Trentuno anni dopo la triste vicenda di Delia Bacon, era stata la volta del lavoro
più influente e importante dedicato a questa visione, diciamo, “eretica”
nei confronti delle opere di Shakespeare. Ne era autore un personaggio brillante
e geniale che già abbiamo incontrato: Ignazio Donnelly. Il libro si intitolava
The Great Cryptogram, Francis's Bacon Cipher in thè So-called
Shakespeare Plays. Come il lettore ricorderà, Donnelly era un deputato americano,
celebre studioso, già autore di un best-seller: Atlantis, thè
Antedeluvian World ancora oggi considerato, e non a torto, una delle fonti più interessanti
per tutti coloro che credono alla storia di Platone a proposito del mitico
continente scomparso. In questa sua nuova opera Donnelly tentava di dimostrare
che Bacone aveva nascosto nelle opere attribuite a Shakespeare delle
informazioni segrete sul suo conto, fra cui anche il riconoscimento della sua
paternità su di loro, ricorrendo con grande abilità a un codice segreto. (Bacone
era un vero appassionato di numeri e cifre). Dopo anni di studi intensi e
dopo aver sperimentato tutte le chiavi interpretative possibili, Donnelly sosteneva
di essere venuto a capo di un messaggio segreto che suonava così:
«Cecili dice che né Marlowe né Shakespeare hanno mai scritto una sola riga
di questo». Il libro ispirò una vera e propria pioggia di altre opere. Tutti alla
caccia del codice celato in Shakespeare, fra lo sdegno e la rabbia degli studiosi
canonici, i quali, satireggiando, dimostrarono che, solo volendo, qualsiasi
frase, anche la più banale, poteva trasformarsi in un messaggio eclatante
o sconvolgente; Ronald Knox pubblicò un saggio in cui presentava molti
di questi esempi, non da ultimo uno in cui si dimostrava che l'autentico autore
di In Memoriam altri non era che la regina Vittoria, nascosta sotto uno
pseudonimo.
Un altro baconiano, convinto che egli fosse uso celare la propria identità
sotto diverse cifre in codice e per il tramite di anagrammi,
era il dottor Ornile W. Owen di Detroit, il quale affermava di essere riuscito a estrapolare dalle
varie opere un lungo messaggio in versi liberi. Il testo lo invitava a smembrare
in pagine sciolte i libri delle opere di Bacone e Shakespeare per applicarle
sulla circonferenza di una ruota. In realtà Owen era ricorso a due grandi
ruote e un lungo canovaccio di stoffa con il quale aveva unito pagine e ruote.
Seguendo poi un meccanismo spaventosamente complicato, disse di aver
ricavato non uno, ma diversi codici di lettura e
interpretazioni. Grazie alla loro applicazione, era venuto a
sapere che Bacone era figlio della regina Elisabetta
e del suo amante, il conte di Leicester. Amleto era stato scritto come attacco
diretto alla madre, la quale aveva reagito spedendolo in esilio in Francia...
I codici segreti avevano rivelato anche che la regina era stata assassinata,
strangolata dal primo ministro Robert Cecil. Inoltre Bacone aveva rivelato
di aver riposto alcuni altri manoscritti ancora sconosciuti in scrigni nascosti
nei pressi di un castello che si trovava alla confluenza dei fiumi Severn e
Wye. Owen e un gruppo di ciechi seguaci, convinti delle sue teorie, avevano
così trascorso più di quindici anni nella campagna della zona di Chepstow
(dove esistevano le rovine di un castello) scavando centinaia di buche e pozzi
tutto attorno agli antichi resti e persino sotto l'alveo del fiume Wye, senza
però avere mai la soddisfazione di approdare a qualche scoperta. Fra le tante
ricerche, avevano anche scandagliato a più riprese le sponde dei due fiumi,
facendosi trasportare dai battellieri locali, per cercare di scoprire i resti di
qualche scalinata abbandonata o occulto passaggio in grado di condurli a camere
segrete. Per un uomo eccentrico, per uno studioso stravagante e anche
un po' svanito, tutto questo poteva anche configurarsi come una straordinaria
avventura nel mistero, ma per le molte altre persone normali che ne avevano
condiviso l'immaginazione, impegnando tempo e averi in questo frustrante
modo, ebbene la sua iniziativa era stata veramente deleteria, per alcuni un vero
disastro, una tragedia.
Anche perché la loro era la rincorsa a una chimera. Infatti, chiunque conosca
anche soltanto poco della vita di Francesco Bacone si convince ben presto
di come egli non possa essere l'autore delle opere che sono attribuite a
Shakespeare. Si tratta di due personaggi troppo diversi fra loro. Chi scrisse
La dodicesima notte e Sogno di una notte di mezza estate doveva per forza
essere un uomo sensibile ed è più che comprensibile il perché gli amici erano
soliti parlare di Shakespeare come del “garbato e gentile Shakespeare”.
Nessuno avrebbe potuto dire una cosa simile a proposito di Bacone. Era sì un
uomo di grande, vivace intelligenza, ma era un eterno scontento di ciò che la
vita gli riservava e in lotta continua col mondo intero. Era ambizioso oltre
ogni dire: «Ciò che desidero massimamente è il potere politico, la possibilità
di governare uomini e affari». Era un freddo calcolatore, piuttosto che un uomo
dal cuore caldo, un passionale; un uomo convinto che per avere successo
era indispensabile scrutare amici e nemici per scovare i loro lati deboli e
quindi approfittarne. Il padre era morto prima di dettare un testamento col
quale metterlo al sicuro, così che all'età di neanche diciannove anni Bacone
si era trovato completamente senza un soldo. Il potente zio, Lord Burghley
(William Cecil) ricopriva la carica di Lord tesoriere e non avrebbe avuto alcuna
difficoltà ad aiutarlo, ma aveva preferito dare una spinta al figlio Roberto.
Bacone era diventato un avvocato. Poi era riuscito a entrare alla corte
della regina nell'orbita del delizioso e invidiato conte di Essex, il beniamino
di Elisabetta, del quale non aveva tardato a guadagnarsi stima e fiducia con i
suoi modi garbati e sicuri. Essex gli consegnava sovente grosse cifre di danaro
- che Bacone, spendaccione, si affrettava a sperperare - e più di una
volta aveva intercesso a suo favore presso la regina per
fargli assegnare compiti di prestigio a corte e fuori. Quando
Elisabetta al posto di Bacone aveva
scelto come capo dell'avvocatura dello stato un altro pretendente, il generoso
conte di Essex aveva lenito la delusione del suo pupillo facendogli dono di
una consistente proprietà. Nel 1596 il conte aveva preso la città di Cadice, diventando
in un attimo uno degli uomini più popolari d'Inghilterra. Da questo
momento in avanti aveva però incominciato, suscitando il giusto timore di
Bacone, a sopravvalutarsi. Dopo una spedizione fallita contro gli Irlandesi ribelli,
Essex era completamente rovinato sotto il profilo politico. Per salvare
il salvabile aveva cercato di fomentare la ribellione popolare senza successo.
Arrestato, processato e ritenuto colpevole era stato giustiziato. Tutti si erano
resi conto che il suo era piuttosto uno slancio mal diretto e passionalità ribollente
che non un vero e proprio desiderio di rovesciare la regina dal trono e
l'opinione pubblica immaginava che il processo si sarebbe chiuso con una
sentenza non troppo severa. Ma a questo punto era entrato in scena Bacone
che l'aveva tradito. Nel corso di una brillantissima arringa in cui aveva accusato
il conte di tradimento, era arrivato al punto di osservare che lui “in qualità
di amico” dell'accusato si sentiva moralmente obbligato a segnalare che
la vera intenzione del conte ribelle era stata proprio quella di rovesciare il trono.
Davanti a tanto, non c'erano stati dubbi: il conte di Essex era stato condannato
a morte.
È impossibile giustificare Bacone per questo tradimento. Il suo obiettivo era
quello di guadagnare meriti presso la regina avanzando nella carriera. Come
compenso per la consegna del suo ex mecenate al patibolo Bacone ricevette
una bella borsa di sterline, ma non l'onore che aveva progettato, perché Elisabetta
da quel giorno in poi non lo tenne più in considerazione.
Alla morte della regina, Bacone cercò di conquistare le grazie del suo successore,
re Giacomo I, riuscendoci. Venne fatto cavaliere e nel 1613 nominato
alto magistrato dello stato. Un lustro dopo approdò finalmente al vertice
della sua lunga scalata al potere ricevendo la nomina di Lord Cancelliere.
Trascorsi tre anni, Bacone era finito nei guai, con l'accusa di corruzione. Ammessa
la colpa, era stato sollevato da tutti gli incarichi pubblici e condannato
a un risarcimento di 40.000 sterline, una cifra enorme. I restanti cinque anni
della vita li aveva dedicati alla scrittura.
Francesco Bacone è un personaggio singolare e, sotto certi versi, intrigante;
una strana miscela di grandezza e meschinità. Non c'è dubbio che fosse
l'uomo più colto e intelligente del suo tempo, ma era anche gretto e meschino.
Insomma, è difficile immaginare una personalità e un carattere così lontani
da quelli di Shakespeare. Il grande bardo era baciato dalla genialità, ma
non era un uomo particolarmente intelligente. La scrittura, la poesia gli uscivano
dalla penna con la naturalezza con cui il canto esce dalla gola di un usignolo.
Il pessimismo cui a volte Shakespeare sembra abbandonarsi, non è radicato,
esistenziale, ma, più semplicemente, è quello stesso sentimento che
prende il bambino quando si rattrista perché gli è stato tolto il gioco preferito;
non è il lucido cinismo dell'intellettuale acuto e profondo che disprezza,
considerandolo effimero, il suo stesso affannarsi per il raggiungimento del
successo e della gloria. Riteniamo sia letteralmente impossibile, pertanto,
che Bacone sia il vero autore delle opere attribuite a Shakespeare, allo stesso
modo in cui Schopenhauer non avrebbe mai potuto scrivere Alice nel paese
delle meraviglie.
Per completezza di discorso, si deve comunque ricordare che Bacone è solo
uno, sebbene il più sospettato, di numerosi altri candidati. Nel 1891 un archivista
di nome James Greenstreet pubblicò sulla rivista «The Genealogist»
una serie di interessanti articoli in cui si sosteneva che Shakespeare era il duca
di Derby, William Stanley. Nel 1599 una spia gesuita aveva riferito al corrispondente
in continente dell'impossibilità del conte a partecipare a un complotto
contro la regina, in quanto fortemente impegnato «nella scrittura di
commedie da rappresentare in teatro». Greenstreet era morto subito dopo la
pubblicazione degli articoli senza dar corso ad altri approfondimenti, ma la
sua teoria venne ripresa quindici anni dopo da un autore americano, Robert
Frazer, in un libro intitolato The Silent Shakespeare. Un altro sostenitore di
questa idea è il professor Abel Lefranc, autore di quattro volumi in cui si cerca,
non senza sforzo, di creare collegamenti stretti fra l'attività e la produzione
shakespeariana con la Francia e la sua cultura. Lefranc sottolinea anche
che il complotto descritto nella commedia Misura per misura si basa su una
vicenda vera accaduta a Parigi, evidenziando la similarità non solo della storia
ma persino dei nomi dei protagonisti.
Un altro candidato “eccellente” è Christopher Marlowe. Il suo nome compare
per la prima volta nel 1895 in un libro intitolato It Was Marlowe, scritto
da un giudice californiano, William G. Ziegler. La sua ipotesi non venne presa
troppo sul serio, tuttavia è stata ampiamente ripresa nel 1955 da un altro
studioso americano, Calvin Hoffman nel suo intrigante volume The Murder
of thè Man Who Was Shakespeare. Marlowe era diventato subito famoso col
suo primo importante lavoro Tamerlano, scritto nel 1587 all'età di soli ventitré
anni. Quasi certamente collaborò con Shakespeare nella stesura
dell'Enrico IV. Nel 1593 venne ucciso nel corso di una rissa scoppiata in una bettola,
il suo assalitore era stato assolto. All'epoca della morte, Marlowe stava passando
un brutto periodo. Il suo compagno e commediografo Thomas Kyd era
stato accusato di ateismo. Fra i tanti documenti sequestrati nella sua casa
molti portavano la firma di Marlowe. Kyd era stato sottoposto a tortura e poi
rilasciato, ma solo per morire pochi mesi dopo. Marlowe che aveva sempre
contato su un protettore molto potente, Sir Thomas Walsingham, cugino del
capo dello spionaggio della regina Sir Francis Walsingham, al momento non
aveva neppure più questo sostegno, visto che Walsingham era in odore di tradimento
e avrebbe potuto essere condannato da un giorno all'altro. Stando ad
Hoffman, Marlowe non venne affatto ucciso nella taverna. Egli infatti era
stato inviato in Europa con incarichi polizieschi. Un altro era stato ucciso al
suo posto e sepolto nella sua tomba. Dal suo esilio, in pieno anonimato, Marlowe
aveva scritto le opere che oggi crediamo siano di Shakespeare. Per dare
maggiore consistenza alla sua ipotesi, Hoffman si appella anche al metodo
analitico di riconoscimento dei testi messo a punto dal dottor Thomas Corwin
Meadenhall: un metodo a dir poco semplicistico e per nulla convincente, fondato
in linea di massima sulla valutazione della lunghezza media
(contando le lettere) di un testo per risalirne alla
paternità. Applicandolo alle opere in
questione, se Bacone viene subito scartato, così non accade per Marlowe, che
continuerebbe a essere un candidato di spicco.
Eppure, anche in questo caso chi, con buona volontà, si metta a leggere e a
confrontare gli scritti di questi due autori, non può non rendersi conto di
quanto essi siano diversi per personalità e carattere. Una delle differenze sostanziali
sta nel fatto che Marlowe era notoriamente omosessuale, mentre
Shakespeare non lo era affatto. A questo proposito, lo studioso shakespeariano
dottor A. L. Rowse sottolinea che una delle differenze più evidenti consiste
nel fatto che mentre Shakespeare affronta le tematiche del sesso con slancio
e sovente ama scherzarci sopra senza pudori, ricorrendo per esempio anche
ai doppi sensi, Marlowe nei confronti della sessualità rivela costantemente,
come dire, quel prurito tipico degli omosessuali. La cosa ci pare esatta
e, unitamente ad altre importanti considerazioni, relega l'ipotesi di Calvin
Hoffman nel gruppo di quelle sorrette da scarsa consistenza.
Nel 1914 un maestro di scuola elementare, certo John Thomas Looney, ripropose
l'idea che il commerciante di Stratford non poteva essere l'autore
delle opere che la critica gli assegnava. Assodato l'assunto di base, si era
dunque messo alla caccia di qualche pretendente credibile, nell'ambito del
periodo elisabettiano, qualcuno che possedesse tutte le qualità per risultare
accettabile. Dedotto il carattere e la personalità dello scrittore dalla meticolosa
lettura dei suoi scritti, Looney aveva stilato un elenco ristretto di diciassette
nomi, all'interno del quale scandagliare il vero grande bardo. Sei anni
dopo, nel 1920, Looney aveva ristretto la candidatura a un solo nome, l'unico
personaggio che corrispondeva all'identikit desiderato. Si trattava di
Edoardo de Vere, XVII conte di Oxford. Il libro di Looney, per quanto così affascinante
da leggersi con l'avidità con cui si legge un libro giallo, non fece
presa su nessuno, né venne considerato con qualche attenzione dal grande
pubblico. (Fra gli altri autori che si sono occupati della scottante questione
legata alla vera paternità delle opere attribuite a Shakespeare, vale ricordare
S. E. Silliman, che propone il nome di Marlowe, e George Battey, che crede
che Shakespeare fosse Daniel Defoe). Tuttavia, anche se il libro del povero
Looney non ebbe fortuna, la sua idea ha proprio di recente innescato altri fermenti.
In particolare ha ispirato Charlton Ogburn, autore di un poderoso testo
dal titolo The Mysterious William Shakespeare (1984). Un libro molto
ben scritto che, a dispetto della mole, si legge volentieri. Però, anche se Ogburn riesce a convincerci che il duca di Oxford possedeva una penna felice -
come per esempio nella poesia Ascolta, ascolta l'allodola - non può proprio
farcela a dimostrare che opere come Il racconto d'inverno, Re Lear e La tempesta
siano state scritte prima del 1604, anno di morte del duca. Se Looney
aveva evitato il problema sostenendo che questi capolavori erano stati scritti
da altre persone - Raleigh sarebbe stato l'autore de La tempesta e Fletcher di
Enrico VIII - Ogburn si batte per ridatare a qualche anno prima l'intero corpus
dell'opera shakespeariana, senza però riuscirci.
Fra le tante questioni, una di ordine minore decisamente meno intricata è
l'identificazione di Anne Whateley, la donna che, stando ad una nota che
compare sul registro dei matrimoni del vescovo di Worcester, William Shakespeare
aveva sposato nel novembre del 1582. Sulla licenza matrimoniale
spiccata a favore di Shakespeare compare infatti un nome diverso: Anne
Hathaway. Se diventa abbastanza naturale immaginare che “Whateley” sia
nato da un errore di trascrizione del prete, non si capisce come avrebbe potuto
invece scrivere “di Tempie Grafton” al posto di “Shottery”. Sir Sidney
Lee osserva: «Potrebbe trattarsi di uno dei tanti William Shakespeare che abbondavano
nella diocesi di Worcester». Il punto di vista viene ripreso da William
Ross, un architetto scozzese, il quale si dice convinto che l'autore delle
opere era in realtà un'autrice, la moglie Anna per l'appunto. Nel suo libro del
1939 The Story of Anne Whateley and William Shaxpere, Ross presenta una
storia toccante. Nel 1581 quando aveva solamente diciassette anni e collaborava
ancora nell'attività del padre, Shakespeare era solito frequentare il convento
di suore di Temple Grafton, vicino a Stratford, dove aveva conosciuto
una giovane monaca, Anne Whateley, che si era perdutamente innamorata di
lui. Lo slancio amoroso la induceva a scrivere sonetti, il primo dei quali inizia
con: «Agli esseri più belli si chiede una progenie». Dopo avergli consegnato
la bellezza di trentadue sonetti, la povera Anna si era sentita raccontare
da William che in verità lui non la amava perché era già impegnato in una
storia d'amore con una donna più matura, Anne Hataway, che nel sonetto 33
diventa però una “fumida nube” che occulta il volto del Sole. Ora, infatti, Anne
Hathaway era rimasta incinta e alla notizia il giovane William si era spaventato.
Come reazione istintiva aveva allora chiesto alla più giovane Anna,
la Whateley, di lasciare il convento e sposarlo. Ma la famiglia della ragazza
si era opposta e aveva indetto un'azione legale contro quel tale “Shaxpere”,
per costringerlo a maritarsi con l'altra Anna, la Hataway, per giunta in attesa
di un figlio suo. A questo punto Anna la suora aveva incominciato a vivere
una passione ancor più tormentata e ambivalente. Secondo Ross, era stato in
questo frangente che la poetessa, delusa dalla fuga a Londra dell'innamorato,
aveva scritto, quasi immedesimandosi nell'altra Anna, la rivale incinta, Il lamento
di un 'amante una lunga lirica che celebra il trionfo della identificazione
di una donna con un'altra.
Ma, viene da domandarci, come avrebbe mai potuto una giovane che aveva
trascorso la maggior parte dei suoi anni rinchiusa in un tetro monastero essere
l'autrice di opere simili? La risposta la offre Ross, osservando che Anna
era stata una stretta collaboratrice di uno dei più celebrati poeti del tempo,
Edmund Spenser. Questi l'aveva conosciuta nel 1576, quando Shakespeare
aveva vent'anni, e se ne era innamorato. Il primo grande poema di Spenser,
Il calendario del pastore, era apparso tre anni dopo e, scrive Ross, non è «affatto
da escludere che la giovane vi abbia intensamente collaborato». Continuando
con l'opera più prestigiosa di Spenser, la celeberrima La regina delle
fate; mentre qualche anno dopo Anne avrebbe anche messo lo zampino
(meglio, la penna) in Ero e Leandro di Marlowe. Ancora Ross scrive: «Un'attenta
disamina di tutte le opere di Marlowe rende più che evidente che esse
furono scritte da Anne Whateley. Si tratta di esperimenti, di prove... scritti per
acquisire una sempre maggiore capacità nella tecnica teatrale,
al fine di dedicarsi ad altri lavori ancor più importanti.
Perché il culmine della sua arte lo
raggiunse con le opere che noi attribuiamo a Shakespeare». Come Anna la
suora riuscisse anche a scrivere le scene, diciamo così, pepate non è argomento
affrontato, anche se non si deve escludere la possibilità che le battute
più sconce venissero inserite direttamente dagli attori all'atto delle rappresentazioni,
come d'altra parte era costume del tempo.
Chi legge Anne Whateley and William Shaxpere, avverte come un senso di
disagio nel ritenere che Ross stia quasi compiendo un'operazione dissacrante,
una sorta di sottile e ironica presa in giro a tutto tondo nei confronti della
faccenda Shakespeare. Ebbene, si sbaglia. Nel 1963 chi scrive ha avuto la
ventura di conoscerlo, sebbene solo per lettera. All'epoca Ross era un uomo
di settantatre anni. Inviò una copia del suo libro, accompagnandola con una
lettera che trasudava sincerità assoluta in ogni parola. Anche se il libro era
stato pubblicato ormai da molti anni (1939) egli non aveva mai smesso di indagare
e di studiare, restando fedele alla sua teoria, anzi aggiungendo continuamente
tasselli per renderla ancora più inattaccabile. Un uomo in perfetta
buona fede. Assolutamente impossibile convincerlo che chi ha scritto La regina
delle fate, Ero e Leandro e Re Lear non possono essere la stessa persona,
ma tre diversi autori.
Ecco, questo sembra essere il problema più grave per tutti coloro che abbracciano
le ipotesi anti Shakespeare: scrutano il problema con una lente di
ingrandimento così esasperata da non essere più in grado di distinguere il legno
dalla pianta. In aggiunta, molti posseggono un senso critico letterario così
scarso da non essere capaci di discernere un buon poema da uno pessimo.
Alcuni per qualche pagina sembrano accettabili, credibili, ma quando si arriva
alla fine della lettura quel che resta in mano è infinitamente minore della
somma delle parti. E così, in definitiva, non c'è Bacone, né conte di Derby o
di Oxford, né Marlowe né tanto meno Anne Whateley che tengano: nessuno
di loro si pone come un sostituto convincente del grande bardo di Stratford.
Per chiudere, che dire invece a proposito dell'attore di Stratford? Semplicemente
che si trattava di un uomo cresciuto in una famiglia di illetterati e i cui
figli crebbero da illetterati; un uomo così poco sensibile al fascino del libro
da non portarsi dietro neppure una copia di Amleto o Otello o dei tanti capolavori
che la storia della letteratura gli attribuisce, quand'anche li avesse
scritti per davvero. Questo però resta il vero rebus. Esclusi tutti i possibili
pretendenti, alla fine della fiera continuiamo anche noi a restare muti e perplessi
davanti all'interrogativo iniziale, quello stesso che si era acutamente
posto il reverendo James Wilmot, quando, a conclusione delle sue ricerche, si
era detto che chi aveva scritto i sonetti e le mirabili opere teatrali che hanno
incantato il mondo forse non era William Shakespeare.
 
CAPITOLO 9.
ESISTONO I VAMPIRI?

La questione vampiri può essere risolta facilmente e in fretta. Nessuna persona
razionale può ammettere che la figura del vampiro non sia altro che pura
immaginazione superstiziosa. Esseri soprannaturali che vivono bevendo
sangue fresco non esistono. Perché possono trovarsi spiegazioni più semplici
e meno grottesche. Tutto vero, ma disponiamo di alcuni resoconti e rapporti,
specie i primi e più antichi, relativi a questo mistero, puntualizzati in modo
così sobrio e al tempo stesso dettagliatamente autorevole, che immaginare
possano trattarsi del frutto unico e solo di mera fantasia lascia perplessi.
Quella che segue, per esempio, è la trascrizione integrale di un rapporto, conosciuto
come Visum et repertum (visto e assodato) sottoscritto da ben cinque
seri ufficiali austriaci, di cui tre medici:
Dopo essere stato trasferito nel villaggio di Medvegia [l'attuale città di Belgrado] il
cosiddetto vampiro aveva ucciso alcune persone succhiando loro il sangue. Per questo
motivo venni incaricato, su ordine dell'onorevole Comando Supremo, di fare piena luce
sulla questione, unitamente ad alcuni altri ufficiali scelti, fra cui due medici subordinati.
A seguito di questo, ho condotto e svolto la presente inchiesta presso la compagnia
del capitano degli Stallath, il gruppo degli haiduks [mercenari balcanici e fuorilegge arruolati,
contrari al regime turco], Hadnack Gorschiz, il portabandiera e gli haiduk più
anziani del villaggio. Tutti loro, concordemente, mi hanno testimoniato quel che segue.
Circa cinque anni or sono, un hayduk di nome Arnod Paole si era spezzato il collo cadendo
da un vagone. A proposito di quest'uomo, correva voce che per gran parte della
sua vita, specialmente quando si trovava a Gossova nella Serbia turca, fosse stato perseguitato
da un vampiro, fino a quando, per potersi liberare da quelle continue vessazioni,
lui stesso non si era deciso a mangiare un po' di terra della tomba del vampiro e
a succhiare del sangue. A un mese dalla sua morte, alcune persone avevano cominciato
a lamentarsi del fatto che a loro volta erano minacciate dallo stesso Paole redivivo, timori
quanto mai concreti dal momento che ben quattro di loro vennero trovati uccisi, si
dice, da lui. Al fine di porre rimedio a questi fatti terribili, a quaranta giorni dalla sepoltura,
su suggerimento dello stesso Hadnack, che già aveva avuto a che fare con fatti
simili, la gente del posto aveva riesumato il suo corpo. Grande era stata la sorpresa di
trovare un corpo pressoché intatto e non corrotto e soprattutto con il viso tutto coperto
di sangue che sembrava fresco, come se gli fosse uscito dagli occhi, dal naso, dalle
orecchie e dalla bocca. Anche la bara e gli abiti erano sporchi di sangue. Le unghie delle
mani e dei piedi erano cadute, ma avevano incominciato a crescerne delle nuove, al
pari della pelle che in certi punti del corpo pareva rigenerata. Constatando da tutti questi
indizi che Paole era dunque un vero vampiro, essi gli avevano conficcato un punzone
di legno nel cuore - come era costume fare in questi casi - al che si era sentito il cadavere
gemere e dal corpo era scaturito del sangue abbondante. Poi lo
avevano bruciato e nella bara avevano riposto soltanto le
ceneri. Questo era stato fatto perché, secondo
la tradizione, tutti coloro che venivano morsi e aggrediti da un vampiro erano costretti,
loro malgrado, a diventare a loro volta vampiri. Per questo motivo pensarono di
esumare anche le quattro persone che si diceva erano state uccise da Paole. Ma non era
bastato, perché qualcuno aveva segnalato che il vampiro aveva contagiato anche del bestiame
di cui si erano cibati in molti, per cui chissà quante persone erano diventate vampiri
senza neppure saperlo; d'altro canto, in soli tre mesi, ben diciassette persone, vecchi
e giovani, erano misteriosamente morte. Fra questi alcuni che non manifestavano alcuna
malattia e che se n'erano andati nel giro di due o tre giorni, all'improvviso. In aggiunta,
l'haiduk Jovitsa riferisce che la sua figliastra, la giovane Stanacka, circa quindici
giorni or sono era serenamente andata a letto, piena di freschezza e di vita, ma a un
certo punto della notte si era destata, piangente e tremante, con un sussulto, gridando
che il figlio di un altro haiduk di nome Milloe [un giovane che era stato sepolto solo nove
giorni prima] l'aveva aggredita al collo per cibarsi del suo sangue. Da quel momento
in avanti, oppressa da un peso terribile al petto, si era ammalata in modo gravissimo,
peggiorando ora dopo ora, finché il terzo giorno era spirata, nel fiore della sua giovinezza.
Davanti a queste dichiarazioni, quello stesso pomeriggio ci siamo recati nel cimitero
del villaggio per scoperchiare le bare che l'anziano haiduk ci aveva indicato, al
fine di esaminare i corpi dei defunti. Dopo aver fatto questo [esumati e sezionati] ecco
ciò che abbiamo evidenziato:
- Una donna di nome Stana, di vent'anni, morta a seguito di un parto due mesi prima
dopo tre giorni di sofferenza, la quale prima di morire aveva pubblicamente dichiarato di
essere stata contagiata dal sangue di un vampiro - e con lei anche il neonato, morto subito
dopo il parto e il cui corpo a causa di una sepoltura affrettata è stato in parte dilaniato
dai cani selvatici - è anch'essa diventata un vampiro. Abbiamo trovato il suo corpo
pressoché intatto e non corrotto. Sezionandolo, si è rintracciata in quella che i medici
chiamano la cavitate pectoris una discreta quantità di sangue fresco extravascolare. Le
cavità delle arteriae, come il ventriculis cordis sono apparse, come in genere accade,
colme di sangue coagulato; mentre le viscere - intendendo polmoni, fegato, stomaco,
milza e intestino - erano fresche, come appartenenti ad un corpo vivente. L'utero, invece,
risultava molto dilatato e esternamente molto infiammato, placenta e lochia si erano
mantenute al loro posto, anche se quest'ultima era completamente putrefatta. La pelle
delle mani e dei piedi, con i resti delle unghie, era distaccata dal corpo; ma sotto si poteva
notare non solo una nuova e fresca epidermide, ma anche una ricrescita di unghie
nuove.
- Una donna di nome Militsa, sessantenne, morta dopo tre mesi di malattia, sepolta da
oltre novanta giorni o forse di più. Nel corso dell'autopsia si è trovato molto liquido
ematico nel petto, mentre le viscere sono risultate fresche come quelle del precedente caso.
Tutti gli anziani haiduk presenti si sono meravigliati nel riscontrare un corpo ancora
in carne e pressoché perfetto; meraviglia ancor più giustificata dal fatto che in vita tutti
l'avevano vista e conosciuta sin dalla gioventù come una donna segaligna e magra. Il fatto
che nella bara, dopo tanto tempo, fosse addirittura ingrassata costituiva un evento davvero
straordinario. Alcuni hanno fatto notare che la catena di vampirismo era iniziata
proprio da lei, perché la donna si era cibata sovente della carne di quelle pecore che in
precedenza erano state preda dei vampiri.
- Un bimbo di circa otto anni, sepolto da circa novanta giorni, è stato trovato pure lui
in condizioni di vampirismo.
- Il figlio sedicenne di un haiduk, di nome Milloe, morto a seguito di una misteriosa
malattia durata soltanto tre giorni, è stato dissepolto dopo essere stato inumato da oltre
due mesi. Anche lui presentava evidenti segni di essere un vampiro. [Si trattava evidentemente
del giovane vampiro che aveva attaccato la figliastra dell'haiduk Jovitsa].
- Il diciassettenne Joachim, pure lui figlio di un haiduk, morto dopo tre giorni di sofferenze.
Sepolto da due mesi e quattro giorni, alla dissezione si è rivelato un vampiro.
- Una donna di nome Rischa, morta dopo dieci giorni di malattia, sepolta da circa sei
settimane, è stata trovata col corpo in ottime condizioni, gran parte della carne ancora
fresca e molto sangue presente non solo nel petto ma anche in fundo ventriculi. La stessa
cosa per il suo bambinetto, morto a soli diciotto giorni cinque settimane prima.
- In non peggiori condizioni è stata ritrovata una bambina di dieci anni, morta due mesi
prima, il cui corpo è stato ritrovato completamente integro e incorrotto, con molto sangue
fresco nel petto.
- Anche la moglie di Hadnack è stata dissepolta con suo figlio. La donna è mancata sette
settimane or sono, il figlio, di soli otto anni, ventun giorni prima. In questo caso ambedue
i corpi sono stati ritrovati completamente decomposti e disfatti, pur essendo anch'essi
stati seppelliti vicino e nella stessa terra e in bare del tutto simili a quelle delle altre
persone che sono state scoperte vampiri.
- Un attendente del caporale degli haiduk, di nome Rhade, un giovane di ventitré anni,
morto dopo tre mesi di malattia, a cinque settimane dalla sepoltura, è stato trovato completamente
decomposto.
- La moglie del portabandiera, assieme al suo bambino, sono
stati trovati completamente decomposti.
- Nel caso di Stanche, un haiduk di sessantanni, morto da un mese e mezzo, si è riscontrata
una buona quantità di sangue liquido, rintracciata, come per gli altri, nel petto
e nello stomaco. Il corpo rivelava evidenti segni di vampirismo.
- Milloe, un altro haiduk di venticinque anni, rimasto sepolto per sei settimane nella
terra, è stato pure lui ritrovato in condizione di vampirismo.
- Stanoicka [prima chiamata Stanacka], moglie di un haiduk, di ventitré anni, morta dopo
tre giorni di malattia, sepolta da diciotto giorni. L'abbiamo ritrovata praticamente integra,
con una carnagione vivida e rosea. Come si è già ricordato, essa venne vampirizzata
da Milloe, il figlio dell'haiduk. Sul lato destro del volto, subito sotto l'orecchio sono
evidenti dei segni bluastri di sangue [come dei lividi] lunghi come un dito [prova evidente
che era stata aggredita da un vampiro]. Nel momento in cui è stata estratta dalla bara,
dal naso le è uscita una notevole quantità di sangue. Nel corso della dissezione anche
in questo caso - come in molti di quelli già menzionati - ho constatato la presenza di
sangue fluido e non solo nella cavità pettorale, ma anche nel ventricolo del cuore. Tutte
le viscere sono state trovate in ottime condizioni, la pelle del corpo integra e le unghie di
mani e piedi risultavano fresche.
Terminati questi esami, gli zingari del villaggio hanno spiccato il capo ai cadaveri dei
vampiri riconosciuti e quindi li hanno bruciati accanto ai corpi gettando poi le ceneri nelle
acque della Morava, mentre i corpi, normalmente decomposti, delle altre persone non
risultate vampiri sono stati rideposti nelle bare e reinterrati. Di tutto questo io faccio attestazione,
unitamente ai seguenti ufficiali medici di comprovata capacità che mi hanno
assistito nelle operazioni di dissezione. Actum ut supra:
L. S. [firma] Johannes Fluchinger, ufficiale medico del reggimento di fanteria
dell'onorevole B. Furstenbusch.
L. S. J. H. Diesel, ufficiale medico del reggimento dell'onorevole Morali.
L. S. Johann Friedrich Baumgarten, ufficiale medico del reggimento di fanteria
dell'onorevole B. Furstenbusch.
I sottoscritti attestano che tutte le osservazioni che gli ufficiali medici del reggimento
dell'onorevole Furstenbusch hanno con tanta meticolosità rilevato in fatto di vampiri -
trovando concordi nelle loro annotazioni anche altri medici - sono in tutto e per tutto veritiere
e ogni aspetto è stato esaminato, osservato e constatato in nostra presenza. A conferma
di quanto scritto, seguono, qui in calce, le nostre firme autografe, da noi medesimi
siglate, addì 16 gennaio 1732 in Belgrado.
L. S. Buttener, tenente colonnello del reggimento dell'onorevole Alexandrian.
L. S. J. H. von Lindenfels, ufficiale del reggimento dell'onorevole Alexandrian.
Prendendo in considerazione un rapporto simile (davanti al quale, ammettiamolo
pure, sobbalzare sulla sedia è il minimo che si possa fare), la prima
reazione è quella di ritenerlo un farraginoso rapporto infarcito di superstizione.
Ma, contrariamente ad altri casi altrettanto assurdi, questo non è di seconda
mano e i tre ufficiali medici facevano parte dell'esercito di Carlo VI,
imperatore d'Austria, il nuovo potere emergente che stava succedendo al Sacro
Romano Impero. Tutti professionisti in familiarità con sezionamenti di
corpi e autopsie, in forza sin dal 1714 ai reggimenti impegnati per oltre quattro
anni nella guerra vinta contro i Turchi.
Un breve excursus storico ci può aiutare a meglio comprendere come mai la
questione del vampirismo sia emersa con tanto slancio nella metà del XVIII secolo.
Per oltre quattro secoli la parte orientale dell'Europa era rimasta soggiogata
ai Turchi, un pericolo costante per il versante occidentale, con continue
conquiste e ricadute in Transilvania, Valacchia e Ungheria, oltre la conquista
di Costantinopoli nel 1453. Nel 1571 la battaglia di Lepanto li aveva sì respinti,
ma il vero crollo dell'Impero Ottomano era avvenuto solo nel 1683, a
causa della mancata conquista di Vienna dopo un lungo assedio. Nel corso
delle prime battute della guerra fra l'Europa e i Turchi, l'uomo che era diventato
sinonimo del vampirismo era il principe Dracula, Vlad l'Impalatore, coraggioso
oppositore dei Turchi, che alla fine lo avevano decapitato nel 1477.
Vlad Tepes (l'Impalatore), re di Valacchia (1456-62 e 1476-77), come il soprannome
suggerisce in modo inequivocabile, era un sadico che provava
grande soddisfazione a uccidere i nemici (vale a dire chiunque osasse contraddirlo)
facendoli infilzare in pali aguzzi. Il palo, ben conficcato nel terreno,
veniva fatto penetrare nell'ano del malcapitato (nel caso delle donne nella
vagina), così che la vittima andava a infilarsi sempre più a fondo sotto la
spinta inesorabile del proprio peso. (Sovente Vlad si faceva punto d'onore
rallentare l'agonia dei condannati). All'epoca del suo dominio era anche conosciuto
col nome di Dracula, che significa “figlio del dragone” o, meglio
ancora, “figlio del diavolo”. Qualcuno si è preso la briga di calcolare in non
meno di centomila persone le vittime impalate dalla sua inaudita ferocia. Dopo
aver conquistato Brasov, in Transilvania, ne aveva impalato tutti gli abitanti,
dando un banchetto in mezzo a una foresta di agonizzanti. A un nobile
del suo seguito che, per un attimo, aveva storto il naso davanti a tanto massacro,
Vlad aveva riservato la stessa fine, scegliendo lui in persona il palo più
lungo e affilato per ucciderlo. Quando era stato prigioniero in Ungheria, i
carcerieri gli passavano uccellini, topi e rospi che lui si divertiva sadicamente
a impalare con piccoli stecchi e rametti appuntiti. Valoroso e indomito
guerriero, era stato finalmente sconfitto e ucciso in battaglia - si dice forse
dai suoi stessi soldati - e la sua testa era stata inviata a Costantinopoli. Quattrocentoventi
anni dopo, nel 1897, il suo personaggio venne idealmente immortalato
da Bram Stoker nella altrettanto sinistra figura del conte Dracula,
non più un folle impalatore, ma un avido succhiatore di sangue fresco.
All'epoca dell'esplosione del vampirismo in Medvegia, all'inizio degli anni
Trenta del XVIII secolo, i Turchi avevano ormai lasciato la Serbia e gli Austriaci
avevano potuto fare ritorno a Belgrado, caduta nel 1521 sotto
gli assalti delle truppe di Solimano il Magnifico. In breve, i
nuovi conquistatori si
erano resi conto di una nuova, potente forma di superstizione cresciuta fra il
popolino: il disseppellimento di corpi a cui veniva spiccata di netto la testa,
con l'accusa che si trattava di vampiri o upirs.
A dire il vero, però, storie e leggende di “morti viventi” erano già presenti
nell'antica Grecia. Qui, una simile creatura, veniva chiamata
lamia o empusa e veniva sovente identificata con una strega. Le lamie non succhiavano
sangue, ma erano cannibali. Filostrato, il biografo, racconta la storia del filosofo
e mago Apollonio di Tiana, il quale all'istante aveva
riconosciuto una lamia nella futura sposa del suo amico
Menippo. Pronunciate alcune potenti
parole magiche era riuscito a far svanire la festa matrimoniale che era una
subdola illusione. Davanti a tale manifestazione di potere, la ragazza si era
confessata, riconoscendo di essere una lamia e di volersi cibare del povero
Menippo. (Keats ha reso celebre questa vicenda nel suo romantico poema
Lamia. Incapace di attribuire a una bella fanciulla un ruolo demoniaco, egli
la immagina nei panni di un dolce serpente innamorato, mentre Apollonio, il
freddo e razionale filosofo spietato, è visto come il distruttore dell'amore dei
due giovani promessi).
Nel corso dei secoli i racconti di “morti viventi” - i vrykolakas - si erano
mantenuti vivissimi in Grecia, tanto che il 1° gennaio del 1701, un botanico
francese, certo Pitton de Tornefort, in visita all'isola di Mykonos, aveva potuto
assistere a un disseppellimento con successiva dissezione del cadavere.
Si trattava del corpo di un ignoto contadino, uomo scostante e attaccabrighe,
che era stato trovato ucciso in aperta campagna. Due giorni dopo il funerale,
la gente aveva incominciato a raccontare di scorgere lo spettro volteggiare
nella notte, capovolgere mobili e «combinare un mucchio di brutti scherzi».
Dieci giorni dopo, era stata celebrata una messa per «cacciare il demonio da
quel corpo», ma visto che tutto era risultato inutile era
stato deciso di esumarlo affinché il macellaio del villaggio
gli strappasse il cuore. Ma, evidentemente,
le sue nozioni di anatomia non erano così brillanti, visto che l'uomo
aveva incominciato a trafficare nell'intestino del cadavere, suscitando un tal
fetore che neppure gli incensi lestamente accesi erano riusciti a coprire. Nella
chiesa piena e tutta incensata, la gente aveva incominciato a gridare
“vrykolakas”, dopo aver visto del fumo uscire dal corpo imputridito. Eppure,
anche dopo aver bruciato la testa dell'uomo in riva alla spiaggia, il fantasma
aveva continuato a seminare il panico fino a che i paesani si erano decisi a
carbonizzare il resto del corpo su un'immensa pira.
Davanti a un simile comportamento il de Tornefort aveva assunto un atteggiamento
scettico, convinto che tutto avesse da ricondursi a forme di superstizione
isterica. «Non mi era mai capitato di assistere a niente di più incredibile
di quello che ho veduto in quell'isola. C'erano tutti, anche le persone
ritenute più sagge e sapienti». Anche se si era soltanto nel 1701 lo spirito con
cui de Tornefort affronta la questione già tradisce quello che sarà il tipico atteggiamento
del razionalismo francese del pieno XVIII secolo.
Vent'anni dopo, una volta cacciati i Turchi dall'Europa orientale, l'occidente
veniva nuovamente scosso da storie simili a quella appena citata, che ne
costituiva un tipico esempio. Ma adesso assumere un atteggiamento di superiore
distacco sembra più difficile, perché i racconti sono sovente di prima
mano, diretti. Uno dei più affascinanti riguarda il disseppellimento avvenuto
nel 1725 di un certo Peter Plogojowitz, sette anni dopo i fatti dei vampiri di
Medveia. Anche in questo caso è un ufficiale a darcene testimonianza.
Un uomo, di nome Peter Plogojowitz, era morto. Egli viveva nel villaggio di Kisilova,
nel distretto di Rahm in Serbia. Trascorse dieci settimane, si era diffusa la voce che in
quello stesso luogo, nel giro di una sola settimana ben nove persone, vecchi e giovani,
erano morte a seguito di una fulminea malattia protrattasi non più di ventiquattro ore.
Tutti, sul letto di morte, avevano dichiarato apertamente e pubblicamente che il suddetto
Peter Plogojowitz, morto dieci settimane prima, era venuto a visitarli ai piedi del letto, li
aveva vampirizzati dicendo loro che da lì a breve sarebbero diventati dei fantasmi. La
convinzione che Peter fosse un vampiro era poi stata ulteriormente e fortemente confermata
dalla testimonianza della moglie, la quale aveva rivelato che il marito defunto si era
presentato pure a lei chiedendole le sue opanki, le scarpe, perché aveva intenzione di recarsi
presso un altro villaggio. Poiché questi esseri (che vengono chiamati vampiri) possono
essere riconosciuti da molti segni - come, per esempio, il corpo incorrotto, la pelle,
i capelli, la barba e le unghie in continua crescita - i paesani avevano dunque deciso
di scoperchiare la sua bara e vedere se questi segni fossero presenti. Con questa intenzione,
essi erano venuti da me per raccontarmi i fatti, pregandomi di assistere all'operazione,
unitamente al pope, il prete del villaggio. Quando, dapprincipio, mi ero rifiutato,
dicendo che sarei stato costretto, per le mie funzioni, a segnalare ogni cosa all'amministrazione
così che la loro stravagante convinzione sarebbe stata nota a tutti, essi non se
n'erano dati per intesi, rispondendomi che a loro poco importava che cosa avessi fatto,
perché l'unica cosa importante era che accettassi di assistere agli eventi con un riconoscimento
ufficiale e legale, altrimenti tutti loro avrebbero fatto sapere a Belgrado di essere
costretti, per mia causa, ad abbandonare le case e a lasciare il villaggio - cosa che,
stando a loro, era già avvenuta almeno una volta al tempo della dominazione turca - perché
uno spirito malvagio come quello avrebbe potuto ucciderli tutti e questo, ovviamente,
nessuno di loro desiderava avvenisse.
Non essendo dunque in grado di oppormi a questa loro definitiva risoluzione, invitato
con le buone e con le cattive, mi ero allora recato al villaggio di Kisilova, unendomi per
strada al pope di Gradisk. Qui avevo avuto modo di vedere il corpo appena estratto dalla
bara di Peter Plogojowitz, accorgendomi subito, prima ancora di dare inizio a qualsivoglia
osservazione, che non esalava alcun fetore, come, al contrario, avrebbe dovuto
succedere a un cadavere, visto che l'intero corpo, fatta eccezione per il naso che era corroso,
era perfettamente intatto e fresco. Capelli e barba - ma anche unghie nuove che
avevano scalzato le precedenti - avevano continuato a crescere, mentre la vecchia pelle,
dal colore lievemente biancastro, era scivolata via, lasciando ben intravedere la ricrescita
di un nuovo strato di epidermide. Il volto, le mani, i piedi, in definitiva l'intero corpo
si erano conservati intatti, e forse non erano stati così floridi neppure quando l'uomo era
in vita. Devo confessare che non senza una grande sorpresa ebbi modo di notare del sangue
fresco sulla sua bocca, quello stesso che, stando alle dicerie della gente, egli aveva
succhiato alle sue vittime. In breve, tutti i segni distintivi erano presenti in lui, proprio
come la gente si era aspettata di trovare. Dopo che sia io che il pope avevamo constatato
tutto questo, mentre nel popolo più che il timore stava montando una rabbia feroce,
qualcuno, con grande rapidità aveva appuntito un paletto di legno destinato a essere conficcato
nel cuore del morto. Quando ciò era accaduto, sangue fresco era sgorgato in abbondanza,
fuoriuscendo anche da tutti gli altri orifizi del volto, come le orecchie e la bocca.
Ma questi non sono stati gli unici segni; ne abbiamo apprezzati altri che non sto qui
a elencare [l'ufficiale sottintende il fatto che l'uomo, fra le altre cose, aveva avuto un'erezione].
Alla fine di tutto, nel pieno rispetto delle loro usanze,
avevano bruciato il corpo, in hoc casu, riducendolo in cenere.
Su questi fatti ho ritenuto di dover informare la
illustrissima amministrazione, chiedendo, in piena e totale umiltà e obbedienza, che se
un qualche errore è stato compiuto, non venga a me attribuito ma alla folla, nella circostanza
guidata da un formidabile terrore.
Firmato: il funzionario imperiale del distretto di Gradisk.
Anche in questo caso abbiamo un funzionario rispettabile e credibile che assiste
ufficialmente ai fatti e ha modo di osservare un corpo che non sembra
affatto un cadavere e, soprattutto, del sangue fresco sulla bocca dell'uomo.
Proviamo a considerare questi resoconti con attenzione e nei dettagli. Tanto
per incominciare, sembra che il vampiro non sia un corpo fisico che esce dalla
tomba - come avviene nella storia di Dracula - ma una sorta di “proiezione”
spettrale. Nel lunghissimo rapporto dei vampiri di Medvegia a firma del
dottor Fluchinger e colleghi, veniamo a sapere che il vampiro si corica accanto
alle sue vittime e succhia loro il sangue, così come i segni sul collo di
una giovane ben testimoniano. Niente, dunque, dell'immagine di Dracula
che, assetato di sangue, affonda i suoi terribili canini nella giugulare delle vittime.
Quello che i paesani continuano a ripetere è che il corpo dell'uomo è
stato preso da un'entità demoniaca che assale i viventi sottraendo loro energia
e vitalità. Per questo il corpo, ricettacolo del demone, non perisce, anzi
torna alla vita anche nella bara, tanto che unghie e pelle si rigenerano. Il particolare
del sangue che scaturisce dal petto sembra più intrigante, ma solo fino
a quando, proseguendo nella lettura del rapporto, sappiamo che nel caso
di Stana esso viene ritrovato nella cavità pettorale (cavitate pectorìs), mentre
nella stessa frase i polmoni sono citati a parte. In altre parole, quando viene
squarciato il petto, per esporre il cuore, sgorga del sangue fresco. In questo
frangente particolare, sembra non esserci alcun motivo per immaginare che il
sangue debba essere per forza quello succhiato alle vittime piuttosto che
quello del vampiro stesso.
I molti scettici che hanno scritto sul tema dei vampiri, sono sovente ricorsi
alle stesse razionalizzazioni, ben tipicizzate dal lungo intervento sui vampiri
a firma di Rossell Hope Robbins nell'opera Enciclopedia di magia e demonologia
del 1959. Questi afferma che possono essersi verificate molte sepolture
premature così che quando la bara del malcapitato veniva aperta, il corpo
era ritrovato contorto su se stesso, a suggerire come un ritorno alla vita. Il
mito del vampiro potrebbe essere nato da quei pochi «maniaci assetati di sangue».
La morte contemporanea e rapida di un certo numero di persone si può
spiegare con l'arrivo di una pestilenza o di qualche altra sconosciuta, quanto
improvvisa, malattia. Paul Barber nel suo libro Vampires, Burial and Death
(pregevole opera da cui sono tratte le lunghe citazioni qui riportate) si uniforma
a questa linea, pur ammettendo che l'ipotesi delle sepolture anticipate
non sembra poter dare ragione dei fatti di Medvegia. Prosegue però osservando
che non tutti i corpi vanno incontro al disfacimento nello stesso modo
e con gli stessi ritmi, pertanto non c'è da stupirsi se il corpo disseppellito di
un bambino di pochi mesi riesce a volte a conservarsi fresco come al momento
del funerale anche dopo qualche tempo.
Tutti ragionamenti più che plausibili. Ma se solo procediamo
nella considerazione dei due rapporti quello del dottor
Fluchinger e del funzionario di Gradiste
(una specie di custode di un edificio religioso) ci rendiamo subito conto
che queste obiezioni crollano, non riuscendo a fornire una spiegazione per i
fatti accaduti. Vero è che il resoconto relativo a Arnod Paole, il soldato divenuto
vampiro, è di seconda mano, visto che i fatti si erano verificati cinque
anni prima che gli ufficiali aprissero l'inchiesta sulla nuova ondata di vampirismo.
Per questo nutro forti dubbi non solo sul grugnito avvertito dai testimoni
nel momento in cui era stato conficcato il paletto nel cuore del vampiro,
ma anche su tutte le altre singolarità del racconto. Tuttavia, pur supponendo
che qualche pestilenza sia stata la causa della repentina morte di diciassette
persone, resta comunque sempre da spiegare come mai, all'atto delloscoperchiamento delle bare, ben undici corpi si erano rivelati intatti e solo
quattro normalmente decomposti secondo un processo naturale.
A ben guardare, il problema di tutti coloro che tentano di smantellare il mistero
dei vampiri consiste nel fatto che troppe volte si concentrano soltanto su
un aspetto, un solo punto di contestazione, credendo che, una volta chiarito,
la sua spiegazione abbia il connotato dell'universalità, possa cioè estendersi
alla totalità dei fatti, senza più necessitare di alcun approfondimento. Intendiamoci,
coloro che - come me, per esempio - ritengono che queste soluzioni
non siano adeguate, non vogliono affermare che i vampiri esistono; più
semplicemente non sono d'accordo nel riconoscere agli scettici che le loro
spiegazioni siano convincenti al cospetto di storie e racconti estremamente
dettagliati e precisi.
Sempre a Paul Barber dobbiamo un altro caso, noto come quello del ciabattino
di Breslavia. Barber trae la storia da una raccolta sul folclore prussiano,
a firma di J. Grasse, datata 1868, anche se una versione precedente dello stesso
episodio si trova nel libro di Henry More intitolato Antidote
against Atheism del 1653. Si narra che il 21 settembre del
1591, un abile ciabattino di Breslavia,
in Silesia - in un racconto l'uomo è chiamato Weinrichius - si sgozza
con le proprie mani e cade a terra morto. Poiché il suicidio era considerato un
peccato mortale terribile, la moglie decide di nascondere la verità dicendo
che il povero marito era morto per un colpo. In gran segreto, viene introdotta
nella casa una vecchia, col preciso compito di accudire al cadavere. La
donna è così abile che riesce a ricucire il profondo taglio alla gola, rendendo
la ferita pressoché invisibile. Il prete che si reca in casa della vedova per
confortarla, non si accorge di nulla e così, il giorno dopo, 22 settembre, il povero
ciabattino può essere regolarmente sepolto in terra consacrata.
Tuttavia a causa della fretta con cui si è proceduto al funerale e per via del
fatto che il morto non era stato fatto vedere a nessuno, neppure ai parenti più
stretti, incominciano a levarsi delle voci secondo le quali il ciabattino si è suicidato.
Detto fatto, il suo spettro incomincia a infestare la città. All'improvviso,
il pauroso fantasma si infila nel letto della gente e stringe con tanta forza
da lasciare segni evidenti sul corpo. Tanto si dice e tanto si fa che nell'aprile
dell'anno successivo, il consiglio cittadino impone di aprire la bara e
riesumare il cadavere. Il corpo non è corrotto ma semplicemente «teso come
un tamburo». La pelle dei piedi si è squamata, ma altra sta
spuntando più pulita e fresca della precedente. Su un alluce
presenta «un neo a forma di rosa»
- inteso come segno di stregoneria - e non emette alcun lezzo, se solo si fa
eccezione per il lenzuolo funebre che puzza. Persino la ferita alla gola si è
ben rimarginata. Il corpo viene seppellito dentro una forra, ma lo spettro continua
a terrorizzare la città. Dal 7 di maggio sembra essere diventato ancora
più grande e in carne. Alla fine, l'amministrazione cittadina decide una seconda
esumazione. Il cadavere viene decollato e smembrato. Quando viene
squarciato il petto «il cuore sembrava forte e sano come quello di un vitello
appena sgozzato». Alla fine il cadavere viene bruciato su una gran catasta di
legna e le ceneri sparse nelle acque del fiume. Dopo questa purificazione il
fantasma cessa di manifestarsi.
Barber attacca subito, definendo «la più parte di questa storia assolutamente
improbabile», anche se mette in risalto come i molti dettagli - e in particolare
la precisa descrizione del corpo - essendo tanto puntuali non lasciano
dubbio sul fatto che «ci troviamo senz'altro al cospetto di eventi reali».
Ma quali sarebbero questi eventi reali? Prima di andare avanti nel commento,
lasciatemi ricordare un caso altrettanto noto accaduto sempre in quell'anno
di grazia 1592 (ossia circa un secolo prima della esplosione di vampirismo
che già abbiamo discusso). Si tratta di un evento, menzionato sia da More che
da Grasse, riguardante un consigliere comunale della cittadina di Pentsch (o
Pentach), in Silesia, di nome Johannes Cuntze (che More
latinizza in Cuntius). Un giorno, mentre si sta recando a
pranzo dal sindaco, Cuntze si ferma
lungo la strada a dare un'occhiata al ferro di un focoso cavallo e rimedia un
portentoso calcione sulla testa. Il terribile colpo lo rincretinisce. Si mette a
piangere dichiarandosi gran peccatore e dice che il suo corpo deve bruciare.
Si rifiuta di incontrare un prete. La cosa in città suscita infinite illazioni, non
da ultimo che abbia venduto l'anima al diavolo.
Mentre Cuntze è sul letto di morte, col figlio accanto che lo assiste, la porta
di casa si spalanca e, di colpo, entra un gattaccio nero che salta sul volto
del moribondo e lo sfigura tutto graffiandolo selvaggiamente. Dopo qualche
istante l'uomo muore. L'8 febbraio 1592, giorno del funerale, scoppia una
terribile tempesta, che dura fino a quando la bara non viene sistemata in un
loculo dietro l'altare della chiesa.
Il giorno prima della sepoltura, una donna dice di essere stata visitata dal
fantasma di Cuntze che ha tentato di farle violenza; subito dopo la sepoltura
invece il fantasma si trasforma in un dispettoso spirito burlone che getta
le cose fuori posto, spalanca le porte, provoca rumori e «scuote la casa fin
dalle fondamenta». La mattina dopo, nella neve si rintracciano impronte di
animali e zoccoli. La sera la vedova era andata a dormire nel letto matrimoniale
con la cameriera, ma in piena notte erano state svegliate di soprassalto
dal fantasma di Cuntze che voleva a tutti i costi mettersi a riposare in quello che era stato il suo posto. Il prete del villaggio (ricordato come il cronista
di questa vicenda) sogna invece che il morto lo soffoca e si sveglia all'improvviso
spaventato a morte ed esausto. Lo spirito burlone suscita anche un
fetore irrespirabile che costringe i presenti a lasciare le stanze in cui si manifesta.
L'epilogo della storia è simile a quello del ciabattino di Breslavia. Il 20 luglio,
finalmente, Cuntze viene dissepolto. Sono passati ormai sei mesi dal funerale.
Il corpo viene ritrovato intatto e quando gli viene recisa la vena di una
gamba sgorga un fiotto di sangue «come accade in una persona viva, sana e
vegeta». Trasportato nei pressi di una grande pira, il corpo (che nel frattempo
si era fatto rigido più di una lastra di pietra) era stato a fatica smembrato
(con notevoli perdite di sangue fresco) e bruciato fino a ridurlo in cenere.
Le storie di “morti viventi” in realtà sembrano non avere età. L'esperto francese
di vampirismo, Jean Marigny, in un articolo dal titolo La tradizione leggendaria
del vampiro in Europa comparso sulla rivista «Les Cahiers du
GERF» pubblicata dal Dipartimento di lingua e letteratura dell'Università di
Grenoble nel 1979, scrive:
Ben prima del XVIII secolo, il momento storico in cui si può dire che l'epopea del vampirismo
ha avuto inizio, le popolazioni dell'Europa già tramandavano racconti di morti
che si ridestavano nelle tombe per aggredire i viventi e succhiare loro il sangue. Le più
antiche cronache latine ricordano eventi e manifestazioni di questo tipo. Gli autori, invece
di usare la parola “vampiro” (che all'epoca non esisteva ancora) ricorrevano a un termine
decisamente più esplicito, parlando di sanguisugae (vocabolo latino che significa
“dissanguare” o “succhiare il sangue”). Le più antiche di queste cronache risalgono al XII
e al XIII secolo e, contrariamente a quanto uno potrebbe aspettarsi, non ebbero come teatro
un qualche sperduto luogo d'Europa, bensì l'Inghilterra e la Scozia.
Marigny menziona quattro casi rintracciati nelle cronache medievali del XII
secolo di Guglielmo di Newburgh, l'autore della Historia rerum Anglicarum.
Si tratta di racconti troppo lunghi per essere riportati integralmente in queste
pagine (chi desidera li può rintracciare nel libro di Montague Sommers intitolato
The Vampire in Europe). Il primo dei «casi straordinari in cui un morto
è uscito dalla tomba» riguarda un episodio accaduto nel Buckinghamshire,
riferito al cronista dal prete del villaggio. Si narra di un uomo che la notte
stessa del funerale era uscito dalla tomba e aveva assalito la moglie. Poiché
il fatto si era verificato anche la notte dopo, la terza sera la vedova aveva convocato
in casa un gruppo di vicini affinché trascorressero la notte
con lei e con le loro grida allontanassero l'invadente
fantasma. Come nei casi di Cuntze e Weinrichius, anche questo fantasma si era divertito a seminare il panico
nel villaggio, spaventando animali e persone. Che si trattasse di un fantasma
e non di una creatura fisica è provato dall'osservazione del cronista, il quale
precisa che mentre alcuni lo potevano distintamente vedere, altri non vi riuscivano
(anche se «percepivano la sua ignobile presenza»). A un certo punto
l'arcivescovo aveva consultato il vescovo, Ugo di Lincoln, il quale, sapientemente,
aveva detto che sarebbe stato necessario dissotterrare il cadavere,
smembrarlo e bruciarlo fino a ridurlo in cenere. Sapendo però che si trattava
di un'azione poco “canonica”, lo stesso vescovo aveva deliberato uno scritto
di assoluzione. Scoperchiata la tomba, il corpo si era presentato incorrotto,
come il giorno in cui era stato sepolto. Allora, gli officianti avevano deposto
l'assoluzione vescovile sul petto dell'uomo e avevano richiuso la bara. Da
quel momento in avanti il fantasma aveva smesso di tormentare la gente del
villaggio.
Il secondo caso citato da Guglielmo ricorda più da vicino quelli tradizionali
dei vampiri, in quanto il fantasma - quello di un uomo ricco morto a
Berwick sul Tweed - quando compariva impregnava l'ambiente di un lezzo
cadaverico insopportabile. Estratto dalla bara, il corpo (in merito al quale non
si annotano le condizioni di conservazione) era stato bruciato e da quel momento
l'infestazione era cessata.
Il terzo episodio riguarda un prete della abbazia di Melrose, cappellano privato
di una nobildonna, morto in odore di peccato, dal momento che in vita
non era stato certo uno stinco di santo. Dopo la sepoltura, il suo fantasma
aveva infestato il convento ed era solito presentarsi nella camera da letto della
nobildonna. Anche in questo caso il corpo era stato dissepolto e quindi bruciato
fino a ridurlo in cenere.
La quarta storia ci parla invece di un dissoluto signore di Alnwick Castle,
nel Northumberland. Una sera in cui per spiare la moglie adultera si era nascosto
sul baldacchino del letto che ospitava gli amanti, era stato preso da
una tale rabbiosa reazione che, agitandosi troppo, era precipitato a terra riportando
gravissime ferite. Dopo qualche giorno era spirato, senza ricevere
l'assoluzione dei suoi peccati. Ma il suo spirito si era ripresentato come un
fantasma infestando l'intero paese. Il puzzo che si portava dietro era così terribile
che la storia, forse esagerando, riferisce addirittura di alcuni morti.
Scoperchiata la bara, si era trovato un corpo «bello in carne e fragrante come
quello di un vivo». Sbudellato con uno spadone, il ventre aveva emesso un
fiotto di sangue fresco che i presenti «non poterono che riconoscere essere
quello che il vampiro aveva succhiato a tutte quelle persone e quegli animali
da lui perseguitati». Una volta cremato, i fenomeni di infestazione erano immediatamente
cessati.
Tutti questi racconti hanno il tocco di assurdità tipico che ci si può aspettare
da un cronista medievale, per di più un religioso, tuttavia le somiglianze
con le altre storie sono così marcate ed evidenti da segnalare senz'altro una
base comune. Questo può dirsi anche per ciò che viene riportato in un'altra
opera, De nugis curialum, di Walter Map (1193), menzionato più volte da
Summers.
E tutti questi casi, attenzione, risalgono a molto tempo prima che l'Europa
occidentale venisse, diciamo così, influenzata dalle leggende e dalle superstizioni
imposte dalla lunga dominazione ottomana. Fatta eccezione per la vicenda
accaduta ad Alnwick nessun'altra contiene allusioni al classico vampiro
che succhia sangue fresco dai vivi. Sotto molti aspetti, comunque, le storie
di “coloro che tornano” sono molto simili a quelle, già descritte, di Peter
Plogojowitz e dei vampiri della Medvegia. Ossessionano i viventi, si infilano
nel letto di chi dorme e succhiano il loro sangue lasciandoli senza energia.
Quando il loro corpo viene dissotterrato si mostra integro e intatto, come il
giorno del funerale. Insomma, è chiaro che fra i vampiri del 1592 di cui abbiamo
memoria e quelli del 1732 non sembrano esserci differenze sostanziali.
E se solo approfondiamo la disamina di questa casistica ci rendiamo subito
conto che più che succhiatori di sangue, i vampiri sono dei sottrattori di
energia. Certo, Peter Plogojowitz era stato trovato con del sangue sulla bocca,
ma il fatto che fosse quello succhiato dal collo di qualche vittima era soltanto
una diceria, dal momento che il resoconto parlava di soffocamento. C'è
piuttosto da dire che questi antichi rapporti di morti viventi ricordano molto
da vicino la fenomenologia del paranormale e in specie il poltergeist, come il
movimento inspiegato di oggetti e la produzione di forti rumori.
A questo proposito, vale ricordare che uno dei primissimi resoconti di un
caso di poltergeist si trova nella Cronaca di Sigeberto,
scritta da un certo Sigeberto di Gembloux (in Belgio),
databile attorno al IX secolo. Eccone un interessante
passaggio:
Nell'anno 858 apparve nella diocesi di Mentz [nei pressi di Bingen, sul fiume Reno]
uno spirito dapprima manifestatosi col lancio di pietre e formidabili colpi contro i muri
delle case, come se fossero battute da un grande maglio. Poi si era succeduta una seconda
fase in cui lo spirito aveva incominciato a parlare per rivelare segreti e indicare gli autori
sconosciuti di ruberie e altri fatti del genere, capaci di sconvolgere la pace della città.
Da ultimo, egli aveva scatenato e concentrato la sua perversità su una sola persona, che
si ingegnava a perseguitare in ogni modo, rendendola, vieppiù, odiosa presso tutti i concittadini
facendo loro credere che essa fosse la causa prima dell'ira celeste che si stava
abbattendo sulla città. Lo spirito non smise mai di tormentare la sua vittima, bruciò tutto
il fieno nel fienile e dove si manifestava procurava degli incendi. I preti tentarono di
placarlo per il tramite dell'esorcismo, con le preghiere e l'aspersione dell'acqua benedetta,
ma per tutta risposta avevano ricevuto lanci di pietre che ne avevano feriti alcuni.
Quando se n'erano andati, qualcuno fra i presenti aveva sentito lo spirito iniquo lamentarsi
a voce alta, dicendo che da quel momento sarebbe stato costretto a trovare dimora
nel cappuccio di uno di loro e precisamente di quello che aveva svergognato la figlia di
un notabile della città. In questo modo, indifferente a tutto, lo spirito continuò a infestare
il posto per altri tre anni e chissà per quanto ancora l'avrebbe fatto se il suo corpo, riesumato,
non fosse stato dato alle fiamme su un grande rogo.
Il resoconto che compare in un altro prezioso documento, i cosiddetti Annales
Fuldenses, da cui Sigeberto di Gembloux ha tratto la sintesi della storia
appena narrata, aggiunge che la persona perseguitata era un contadino che
lo spirito accusava di adulterio e di aver traviato la figlia di un maggiorente
cittadino.
Giunti a questo punto, ora abbandoniamo il regno della superstizione - sempre
ammesso che il vampirismo lo sia - per entrare nel mondo della realtà.
Perché il poltergeist è senza ombra di dubbio uno dei più indiscutibilmente autentici
tra tutti i fenomeni fisici del paranormale. Le testimonianze e la casistica
sono impressionanti. La caratteristica del poltergeist è quella dell'inganno,
tanto che, celiando, lo potremmo definire il giovane lazzarone nel panorama
dei fenomeni che abitano il mondo psichico. Il poltergeist infatti cerca
sempre di depistare l'attenzione di vittime e inquirenti ricorrendo a scherzi, al
movimento di oggetti che si muovono nell'aria (con alcuni che, improvvisamente
bloccati, cadono a terra fracassandosi), a rumori e fragori che possono
essere distinti anche a grande distanza. Prendendolo col beneficio d'inventario
con cui è opportuno assumere i racconti dei cronisti medievali, gonfi di tutte
le loro esagerazioni, il fatto narrato da Sigeberto sembra però possedere
l'impronta dell'autenticità. Vero è che i casi di poltergeist in cui si manifesta
una voce parlante sono rari, ma esistono (vedi in merito il Capitolo 3).
In genere un fenomeno di poltergeist non provoca del male alla gente. Geraldo
Cambrense ne ricorda uno datato 1191 ed accaduto nel Pembrokeshire
in cui sembra di intendere che la finalità della manifestazione era «piuttosto
deridere che non arrecare danno». Ad ogni modo, anche qui abbiamo eccezioni.
Il dottor Guy Lyon Playfair ricorda un caso brasiliano, in cui la povera
ragazza bersaglio del poltergeist non aveva retto e alla fine si era suicidata,
stanca di tanto, continuo tormento. Il poltergeist passato alle cronache come
la “maledizione di Bell”, accaduto fra il 1817 e il 1821 a Robertson
County, nel Tennessee, prese di mira un contadino che si chiamava John Bell
e, come nel racconto di Sigeberto, lo «perseguitò senza posa incessantemente»,
battendolo fino a procurargli lividi e lesioni, per arrivare alla fine ad avvelenarlo.
Ma, ci chiediamo, che cosa è esattamente un poltergeist?
Autori come Sigeberto e Giraldo si dicono convinti che si
tratta di uno spirito, una visione del
problema che gli studiosi moderni considerano alquanto imbarazzante. Frank
Podmore, uno dei soci fondatori della Società per la ricerca psichica, nel
1890 giunse a concludere che non si trattava altro che delle monellerie di
qualche ragazzo dispettoso che si metteva a lanciare pietre. Ma gli studiosi
più coscienziosi realizzarono subito che era un'ipotesi per lo meno assurda. E
così verso la metà del XX secolo finalmente qualcuno ha incominciato, come
dire, a scendere a patti col fenomeno, definendolo come un esempio tipico di
“psicocinesi ricorrente spontanea”, ovvero un'azione della mente sulla materia.
Alcuni fra i medium più potenti riescono, con fatica, a indurre a livello
psichico un movimento in piccoli oggetti come spilli, pezzettini di carta, l'ago
della bussola, ricorrendo alla semplice concentrazione; ma nessuno è ancora
riuscito a compiere qualche strabiliante impresa, qualche prova di forza
con la mente spostando anche solo un modesto oggetto come una piccola pietra.
Dall'altra parte si è notato sin da subito che pressoché tutti questi casi erano
caratterizzati dalla presenza di un adolescente, disturbato emotivamente e
ancora instabile sotto il profilo psicologico, vero fulcro della manifestazione.
Va da sé che se sono questi i soggetti cui fa capo il poltergeist, la loro azione
non è di certo intenzionale e ogni cosa avviene a livello inconscio. Uno
dei più caldi sostenitori di questa ipotesi è lo psichiatra di scuola freudiana
Nandor Fodor, ben noto anche per le sue ricerche nel campo del paranormale.
Per lui il motore primo del poltergeist è l'inconscio, è da qui che si scatena
il processo di psicocinesi spontanea che trova nelle ancora instabili, ma
potenti, energie sessuali della pubertà un propulsore estremo. Ma né Fodor
né alcun altro sono però in grado di spiegare come mai la mente inconscia
possa sollevare e far volare oggetti pesanti o li possa far penetrare attraverso
muri spessi e ben solidi. Tutti tacciono. Ciò malgrado, però, questa è la teoria
più seguita dall'accolita degli scienziati, l'unica che essi ritengono soddisfacente.
All'inizio degli anni Settanta però un ricercatore appassionato cominciò a
nutrire molti dubbi sulla bontà di questa soluzione. Si chiamava Guy Lyon
Playfair, un laureato a Cambridge trasferitosi a Rio de Janeiro, in Brasile, per
insegnare la lingua inglese. Dopo aver vissuto con grande intensità una storia
di “chirurgia psichica”, Playfair aveva incominciato ad occuparsi di parapsicologia,
avvicinandosi all'istituto brasiliano di ricerca psicobiofisica. Come è
noto, in Brasile la maggior parte della popolazione aderisce con convinzione
allo spiritismo, la dottrina religiosa fondata dal francese Allan Kardec, nella
quale si contempla come vera la possibilità di comunicare coi defunti e l'influenza
che gli spiriti possono esercitare sugli esseri viventi. Dopo aver esaminato
e studiato in modo diretto un grande numero di infestazioni da
poltergeist, Playfair aveva incominciato a guardare allo
spiritismo con meno
scetticismo, per arrivare, dopo un lungo processo di revisione, a riconoscere
che l'idea proposta da Kardec, secondo la quale dietro al poltergeist si nascondono
gli spiriti, poteva essere vera. Inoltre, i lunghi studi dedicati alla
forma brasiliana del voodoo, la cosiddetta umbanda, lo avevano convinto che
i principi magici non solo erano cose concrete ma “funzionavano” perché attivati
da uno spirito. Il racconto delle esperienze che lo spinsero a mutare opinione
compare nel suo bel libro dal titolo Gli influssi del cosmo sulla vita terrestre.
Io, a mia volta, nel mio libro Poltergeist arrivo a concordare appieno con
Playfair (vedi il Capitolo 3), considerato che la teoria della “psicocinesi ricorrente
spontanea” non riesce a spiegare il fenomeno nella sua interezza.
Anche se per molto tempo ero stato convinto che questa fosse la vera e unica
soluzione al problema; dopo aver vissuto le tante esperienze che mi sono
capitate, non ho più potuto fare a meno di riconoscere il pur imbarazzante
punto di vista che identifica il poltergeist con l'azione degli spiriti disincarnati.
In tutti questi anni di ricerca confesso di aver conosciuto un mare di ricercatori
psichici, soprattutto americani, e sono pronto a testimoniare che sono
molti quelli che considerano questa possibilità come più che plausibile.
La stessa cosa si può applicare a un altro mistero (cui abbiamo dedicato non
poco spazio anche nelle pagine di questo libro), vale a dire al correlato mondo
della “possessione”, l'idea che un essere umano possa essere “invaso” da
uno spirito. A questo proposito, il punto di vista canonico ci viene presentato
dal celebre studio di Aldous Huxley intitolato I diavoli di Loudun, dove viene
dato assolutamente per scontato che le suore che si rotolavano per terra, alzandosi
le tonache e bestemmiando, erano in preda a una crisi perdurante di
isteria a sfondo sessuale. Qui, dunque, ancor più che non nel
caso del poltergeist, sembra naturale partire dal concetto che
abbiamo a che fare con una
malattia psicologica, intuizione che sovente si rivela azzeccata. Molti psichiatri
americani - fra cui Morton Prince, Ralph Allison e Adam Crabtree -
hanno elaborato interessantissimi studi sulla “personalità multipla”, arrivando
a riconoscere quanto sia difficile spiegare certi casi senza parlare in termini di
possessione da parte dello spirito di una persona defunta (vedi il Capitolo 40).
Un'altra testimonianza estremamente interessante in merito all'ipotesi della
possessione si trova nel libro del professor Ian Stevenson dal titolo Reincarnazione:
venti casi a sostegno. Uno dei casi riportati racconta la storia di un
bambino hindu di nome Jasbir Lai Jat, morto nel 1954 a soli tre anni. Prima
ancora di essere sepolto, si era reincarnato, prendendo
possesso di un individuo con una personalità lontanissima
dalla precedente. Questo “nuovo” Jasbir diceva di chiamarsi
Sobha Ram, morto nel villaggio di Vehedi a causa di
una caduta da un carro. Essendo stato un bramino, faceva molte difficoltà a
tavola, voleva mangiare solo certi cibi. La famiglia non si sentiva di dargli
retta e riteneva che non si trattasse altro che di qualche fantasia infantile.
Però, quando Jasbir aveva compiuto sei anni, dal villaggio di Vehedi era
giunta una donna, che il bambino aveva immediatamente riconosciuto come
sua zia. In realtà, la donna era proprio la zia di un certo Sobha Ram, morto a
seguito di una caduta da un carro esattamente nel periodo indicato da Jasbir.
Accompagnato a Vehedi, il bambino aveva subito riconosciuto tutti i luoghi
e i parenti di Sobha Ram, con questo convincendo, una volta per tutte, i suoi
genitori che stava dicendo la verità. Ne consegue che se Jasbir era Sobha
Ram allora il suo spirito aveva preso possesso del corpo fisico lasciato temporaneamente
“libero” all'atto della morte di Jasbir.
Nella sua classica opera dal titolo La personalità umana e la sua sopravvivenza
dopo la morte, Frederic Myers, uno dei soci fondatori della Società per
la ricerca psichica, pubblica un lungo capitolo intitolato Trance, possessione
ed estasi. Sin dal principio Myers sostiene che quando un medium cade in
trance, il suo corpo viene “preso” dagli spiriti e questo fenomeno è detto per
l'appunto possessione. Myers ammonisce, inoltre, che in molti casi i messaggi
degli spiriti sono falsi e «inducono a credere - né mi sento di discordare
da questo - provengano da entità inferiori all'essere umano, simili ad animali,
parassiti», tenuto in conto che sovente questi contatti possono essere
anche negativi. Myers prosegue citando numerosi casi di «invasione psichica»,
vale a dire quegli episodi in cui qualcuno vede lo “spirito” di un'altra
persona, non di rado appena defunta. Ma non sempre è così. Ci sono volte in
cui lo spirito appartiene a un vivente. Tipico il caso di una certa signora “T”
di Adelaide, la quale racconta che una notte, mentre era a letto ma ancora ben
desta, le era apparso un suo vecchio fidanzato accompagnato da una seconda
persona. Questi era un suo cugino, che fungeva da tramite per consentire
quella apparizione. Ebbene, l'uomo, che appariva quanto mai pallido, le aveva
detto che il padre era appena morto e che lui aveva ereditato ogni suo avere.
Poiché il marito non aveva creduto alla visione - ritenendola un sogno -
l'aveva pregata di scrivere ogni particolare. Qualche settimana dopo c'era
stato un perfetto riscontro: “T” aveva saputo che il padre dell'ex fidanzato
era morto lasciandogli in eredità ogni suo possedimento.
In un altro caso, segnalato nel libro I fantasmi dei viventi (di cui Myers è
coautore), troviamo un tocco sinistro. Protagonista dell'evento è una ragazza
diciannovenne, che ad un certo momento ogni notte incomincia a sognare
un uomo sconosciuto, che ha un grosso neo al posto della bocca, cosa che
la inorridisce. Ogni volta, quando il sogno iniziava, si sentiva come “soverchiata”
da un'influenza che stava depositandosi su di lei. (Lasciando da parte
la reticenza e il pudore, va da sé che siamo al cospetto di sogni a sfondo
sessuale, con lo sconosciuto che vuole costringerla a fare sesso con lui). Due
anni dopo, a Liverpool, una sera ad una festa la ragazza aveva nuovamente
avvertito, ma questa volta da sveglia, quel senso di
soggiogamento; non aveva fatto in tempo a voltarsi che si era
trovata a tu per tu con lo sconosciuto
dal grosso neo alla bocca. Aveva avuto modo di conoscerlo, ma mentre si
presentavano lui le aveva rivelato che si erano già incontrati, anche se lei
aveva decisamente negato. Allora, l'uomo le aveva ricordato che si erano visti
al festival musicale di Birmingham. A quelle parole, la giovane aveva
rammentato ogni cosa e soprattutto che anche in quella occasione era stata
oppressa da quel senso di grave disagio. Quindi era svenuta. Ciò malgrado,
l'uomo aveva continuato a incalzarla, arrivando alla fine a parlarle dei sogni.
Agghiacciata dalla paura, aveva intuito che non appena avesse riconosciuto
la verità, quel demone l'avrebbe posseduta, soggiogandola con il suo
potere nefando. Così aveva fatto finta di non capire, né di ricordare; qualche
tempo dopo aveva lasciato la città per evitare il rischio di incontrarlo di nuovo.
Dalla dinamica dei fatti, sembra chiara una cosa: l'uomo aveva riconosciuto
in lei una persona che avrebbe potuto soggiogare con la sua influenza “psichica”
e aveva preso a infestare la sua dimensione onirica. Un episodio intrigante,
perché se ammettiamo la possibilità che un possesso simile possa avvenire,
così come quello da parte di uno spirito, allora il concetto di vampiro
si trasforma da improbabile in idea accettabile.
In un interessante libro intitolato Hungry Ghosts, il giornalista inglese Joe
Fisher racconta alcuni episodi che lo riguardano direttamente. Mentre stava
preparando un volume sulla reincarnazione, poco alla volta Fisher si era convinto
della sua attendibilità. Un giorno, appena conclusa una lunga intervista
presso una radio di Toronto (la sua città), gli aveva telefonato una signora, la
quale non aveva esitato a confessare che da qualche tempo era accidentalmente
diventata lo strumento di “entità disincarnate”. Nel corso di una penosa
cura per sconfiggere la leucemia, era stata ipnotizzata, ma all'istante anche
“posseduta” da vari “spiriti guida” che avevano preso a manifestarsi attraverso
la sua voce. (Secondo Myers uno spirito può occupare il corpo di un vivente
solo quando il legittimo dimorante è assente, particolare da tenere a
mente quando si considera che anche il vampiro ama aggredire le sue vittime
mentre stanno dormendo).
Da quel momento la signora si era trasformata in un potentissimo medium.
La prima volta che Fisher era andato a casa sua a trovarla, era stata “presa”
da un tale che diceva di chiamarsi Russell, personaggio dotato di un classico
e rassicurante accento dello Yorkshire. Lo spirito gli aveva rivelato che la sua
guida era una ragazza greca che si era chiamata Filipa e che era stata la sua
signora in una vita precedente circa tre secoli prima. Una rivelazione che il
giornalista aveva incassato con sorpresa mista a convincimento, visto che sin
da quand'era piccolo aveva scoperto una sorta di affinità elettiva col mondo
della classicità greca. Sempre più interessato, Fisher aveva incominciato a
frequentare le sedute spiritiche con maggiore continuità. Ogni sera, prima di
addormentarsi, aveva preso l'abitudine di concentrarsi qualche
minuto su Filipa per contattarla. Sovente ce la faceva. Il
segnale che il contatto si stava innescando
era un sordo ronzio nelle orecchie, preludio alla comunicazione. La
giovane Filipa era una creatura fortemente sensuale a cui piaceva essere
abbracciata, al punto che Fisher lascia intendere fra le righe l'idea che in vita
fossero diventati amanti. Tutto preso dalla passione per Filipa, la fidanzata
del mondo dei viventi lo aveva piantato in asso, non tollerando fra loro la
presenza di un fantasma innamorato.
Nel corso delle sedute anche ad altri partecipanti venne rivelato il nome del
loro spirito guida. Uno, per esempio, era un ex pilota della RAF, Ernest Scott;
un altro uno strano tipo londinese di nome Harry Maddox. Fisher era andato
incontro alle prime disillusioni quando, per amor di verità, aveva deciso di
andare in Inghilterra per mettersi sulle tracce di Scott e verificarne i racconti
di guerra rivelati durante le sedute medianiche, storie sulle quali era certo
non ci fossero dubbi. Molti particolari si erano rivelati autentici: il campo di
volo, lo squadrone cui Scott diceva di essere appartenuto, la ricostruzione dei
raid aerei, gli spostamenti dello squadrone aereo da un campo di volo all'altro.
Chi mancava all'appello però era proprio il protagonista: nella squadriglia
aerea non c'era mai stato un pilota che si chiamasse così, né le accurate
ricerche presso gli archivi storici e militari avevano dato diverso esito. Tornato
in Canada, nel corso delle successive sedute aveva manifestato la sua
delusione e accusato lo spirito di Scott di raccontare solo frottole. Dopo aver
respinto le accuse con fierezza, lo spirito si era detto offeso e aveva annunciato
che non si sarebbe mai più manifestato, anche perché il destino lo chiamava
a un'altra reincarnazione. Lo spirito guida che si faceva chiamare Russell
rivelò a Fisher che Scott si era per davvero reincarnato in Inghilterra, segnalandogli
il nome della sua nuova famiglia e la data di nascita. Cosa abbastanza
singolare, quando Fisher aveva verificato queste informazioni le aveva
riscontrate tutte rispondenti al vero. Preso contatto con i neo genitori dellospirito che era stato Scott, aveva cercato di coinvolgerli in questa strabiliante
avventura, ma questi, spaventati, si erano decisamente tirati indietro.
Ricevuto il consenso di Russell, il passo successivo della ricerca di Fisher
era stato quello di rintracciare la fattoria dello Yorkshire dove lo stesso spirito
guida raccontava di essere nato e vissuto nel XIX secolo. Anche in questo
frangente, molti dei particolari sulla zona dell'Harrogate si erano rivelati
esatti; ma, di nuovo, i fatti salienti, quelli più importanti, non collimavano.
Anche Russell, dunque, era un bugiardo. La stessa cosa era capitata per l'adorabile
veterano della prima guerra mondiale, il simpatico Harry Maddox.
Tutti i racconti di imprese di guerra rispondevano a ciò che era davvero successo,
peccato che il protagonista, cioè lo stesso Maddox, non fosse mai esistito!
Come ultima impresa Fisher decise di affrontare la ricerca che più gli stava
a cuore, quella da farsi in Grecia. Sicuro di non andare incontro alle delusioni
provate nel riscontrare le attestazioni delle altre guide, era certo che la storia
legata alla sua Filipa si sarebbe rivelata genuina fino in fondo. Nel libro si
legge: «Possedeva amore, gentilezza e perspicacia come nessun'altra persona
da me conosciuta». Il primo grosso problema si rivelò però sin da subito
l'impossibilità di identificare a livello geografico il villaggio di Theros, al
confine con la Turchia. Non c'era mappa o cartina geografica che lo riportasse.
La sola cosa che si poteva immaginare era che nel corso degli ultimi tre
secoli fosse stato completamente distrutto dalle continue rappresaglie turche.
In compenso, la città di Alessandropoli, più volte citata da Filipa, esisteva veramente.
Dopo le estenuanti ricerche per risalire a Theros, Fisher era finalmente
approdato ad Alessandropoli, una cittadina che immaginava derivasse
il suo nome da Alessandro il Grande. Ma era bastato un semplice dépliant turistico
per disilluderlo: la città non aveva più di duecento anni di vita; non
esisteva neppure al tempo in cui Filipa era la sua appassionata amante. Al pari
degli altri spiriti, dunque, anche quello di Filipa si era rivelato mentitore.
In un capitolo intitolato Il canto ingannatore degli spiriti terreni Fisher cerca
di comprendere ciò che gli è accaduto. La risposta sembra semplice. Era
stato coinvolto in quel meccanismo ben noto che il fondatore dello spiritismo,
Allan Kardec, attribuiva all'azione degli “spiriti terreni”, vale a dire
quegli spiriti che non si erano ancora resi ben conto che il loro corpo fisico
era morto, oppure erano rimasti così ancorati alla materialità da avere difficoltà
a distaccarsene:
Questi spiriti bassi o, come li chiamano i buddisti tibetani,
pretas o “spiriti terreni”, sono
quelli che appartengono a individui la cui mente nel momento della morte si è rifiutata
di rendersi conto del traumatico passaggio, restando come incatenata al mondo della
materia. Così schiavizzata, la personalità continua a restare “appesantita” e a muoversi
sui livelli inferiori, conservando per qualche tempo ricordi, affetti e passioni. Da qui la
definizione di “anima persa”, una sorta di entità residuale, del tutto simile a un corpo
astrale in attesa. È condannata a perire, lei stessa si è scelta una seconda morte.
A questo proposito, Fisher cita anche il corposo lavoro del tenente colonnello
Arthur E. Powell dal titolo The Astral Body dove si legge:
Questi spettri sono privi di consapevolezza, svuotati di ogni buona intenzione, tendono
solamente alla disgregazione e, come conseguenza, la loro attività è tutta orientata verso
il male; sono quelle stesse entità che tentano disperatamente di rinnovare la loro vitalità
col vampirismo psichico quando intervengono in una seduta spiritica e che inquinano la
sensibilità del medium e degli astanti con collegamenti astrali di un genere decisamente
negativo.
Poi Fisher cita Robert Monroe, un esperto di viaggi fuori dal corpo:
Monroe, fra le tante cose, parla anche di una “zona” prossima al piano terrestre, popolata
dai “morti” che non possono o non vogliono riconoscere la loro nuova condizione,
che credono ancora di possedere un corpo fisico... Le entità che dice di avere incontrato
«ritengono ancora di essere materiali, di poter fare ed essere come prima, quando erano
in vita, continuando a poter disporre di un substrato fisico. Rendendosi conto che non è
più così, si irritano e fanno di tutto per cercare di entrare in contatto col mondo tramite
amici e persone care o sfruttando un sensitivo o chiunque altro che conceda loro per
qualche momento di essere posseduto dal loro spirito».
Secondo Kardec alcune persone si lasciano inconsapevolmente influenzare
dall'azione degli spiriti, che si muovono a piacere dentro e fuori dai loro
corpi e dalle loro menti. Un celebre spiritista, Carl Wickland, il cui libro
Thirty Years among thè Dead è considerato un classico dello spiritismo (vedi
il Capitolo 40) scrive: «Questi spiriti terreni potrebbero essere i “demoni”
di cui si parla in tutte le epoche, dei demoni di origine umana... L'influenza
che queste misteriose e nefande entità disincarnate esercitano su alcuni viventi
è la causa prima di molti eventi incomprensibili e terribili della vita di
ogni giorno che funestano da sempre il nostro mondo fisico». Wickland sostiene
che queste entità sono attratte dalla luce magnetica che emana dai viventi.
Si aggrappano all'aura e da qui canalizzano il loro influsso sul comportamento,
ossessionando, se non addirittura possedendo completamente,
la loro vittima.
Questi spiriti sono facilmente contattabili con un semplice strumento spiritico,
la cosiddetta tavoletta “ouija”, una piccola plancia levigata sulla quale
sono disposte a semicerchio le lettere dell'alfabeto. Il medium, o chi partecipa
alla seduta, appoggia un dito su un bicchiere rovesciato e lascia che l'oggetto,
guidato dall'energia dello spirito, si muova liberamente andando a toccare
di volta in volta le lettere che servono a comporre parole e risposte.
Chiunque l'abbia sperimentato si sarà certamente accorto come quasi mai le
cose dette da questo genere di entità rispondano al vero. Una interessante testimonianza
a proposito di esperimenti con la tavoletta, ci viene raccontata da
G. K. Chesterton nella sua autobiografia. Sebbene a malincuore, egli ammette
che la forza sconosciuta che induce il movimento nel bicchiere è “supernaturale”,
ma preferisce concludere: «L'unica cosa certa che posso dire di sapere
su questa energia sconosciuta è che racconta un mucchio di balle».
Questa testimonianza è doppiamente interessante, perché Chesterton aveva
aderito alla Chiesa cattolica romana, la quale, come tutti sanno, è fiera oppositrice
dello spiritismo. Non perché, ovviamente, rigetti il concetto di vita dopo
la morte, ma perché nutre forti sospetti sul tipo di entità che sono solite
presentarsi nel corso delle sedute, ritenendo per di più assurdo che uno spirito
debba ancora “vagare” sul piano terreno della materialità, come sarebbe
assurdo immaginare uomini che passano il resto della loro vita a continuare
ad andare a visitare la scuola dove hanno mosso i primi passi. Al contrario
dei moderni razionalisti come H. G. Wells, Julian Huxley ed altri, Chesterton
non rifiuta a priori l'idea della “comunicazione spiritica” intesa come illusione
o inganno, ma, come Joe Fisher, gli riesce difficile accettare il concetto di
spirito in sé.
Ma ora torniamo al tema di questo capitolo. Or dunque, come già abbiamo
sottolineato, se si è pronti ad accettare l'eventualità della “possessione psichica”
unitamente alla possibile realtà degli “spiriti”, va da sé che il fenomeno
del vampirismo diventa un'ipotesi decisamente più praticabile. Nel libro
The Magus of Strovolos uno studioso americano di nome Kyriacos
C. Markides, racconta con ricchezza di particolari la sua
amicizia con un mistico e
mago di Nicosia, certo Spyros Sathi, noto come Daskalos. Anche per lui, come
Myers e Fisher, sulla realtà degli spiriti non si discute e dunque altrettanto
concreti sono i fenomeni della possessione e del vampirismo.
Alcune delle vicende narrate nel libro sono così straordinarie da mettere in
sospetto. Tuttavia, a ben guardare, gli insegnamenti elargiti da Daskalos possono
tranquillamente porsi sullo stesso piano di quelli dei grandi iniziati del
XX secolo, come Steiner e Gurdjieff. Gli esempi che attestano della genuina
forza psichica del mago sono numerosi. Per esempio, Daskalos
era stato capace di descrivere la casa americana di Markides
con una grande quantità di
dettagli senza averla mai vista. Un'altra volta, mentre Markides in compagnia
di un amico lo stava cercando, scherzando avevano immaginato che fosse
con “un'amante”. Quando finalmente l'avevano incontrato e gli avevano
chiesto dove diavolo si era cacciato, Daskalos, ridendo, aveva risposto «con
un'amante», rivelando loro di aver «udito tutta la loro sciocca conversazione».
Per il mago cipriota la possessione è un fenomeno
indiscutibile e Markides racconta alcuni episodi inquietanti
nei quali lui stesso si era trovato coinvolto.
Secondo Daskalos esistono almeno tre diversi tipi di possessione: da spiriti
umani mal disposti; da entità demoniache; da spiriti elementali (intendendo
con questa definizione pensieri e desideri umani così radicati da arrivare a
possedere una vita loro propria). Segue la descrizione di una possessione del
primo tipo. Un giorno Daskalos era stato avvicinato dai genitori di una ragazza
che, a loro dire, era posseduta dallo spirito del fidanzato defunto. Anche
se erano andati a vivere insieme, la ragazza si era sempre rifiutata di consumare
l'atto sessuale fino a che non si fossero sposati. Poi il fidanzato era
morto di tisi, pieno di desiderio represso. Da quel momento accadeva che
«ogni sera, quando la ragazza si apprestava ad andare a letto, cadeva in una
sorta di trance ipnotica che la costringeva a spalancare la finestra della camera.
Dopo qualche momento lo spirito del fidanzato morto entrava nella
stanza sotto forma di un pipistrello che si accoccolava sul collo della giovane
e le succhiava il sangue, la sua energia vitale». Era stato il prete locale a
consigliare a Daskalos la strategia da applicare a quello strano caso. Doveva
farsi trovare nella stanza nel momento in cui penetrava il pipistrello e chiudere
immediatamente la finestra. Quando l'animale gli si fosse rivoltato contro
l'avrebbe dovuto colpire con forza con una scopa. Dopo averlo stordito,
doveva impacchettarlo in un asciugamano e bruciarlo in un braciere. Il mago
aveva operato in questo modo e mentre il pipistrello bruciava, la povera
ragazza si dimenava dal dolore e grugniva. Alla fine, calma e serena, aveva
chiesto: «Ma perché avete provato a bruciarmi?». Superfluo annotare che
l'infestazione era cessata già da quella stessa sera.
Daskalos racconta una seconda storia di vampirismo. Durante un viaggio
nel sud della Grecia si era imbattuto in una ragazza perseguitata da un ex innamorato,
un pastore che si era invaghito di lei e che era morto per un incidente
stradale. Un giorno, a cinque anni di distanza, mentre la ragazza stava
pascolando le pecore, all'improvviso lo aveva visto; il ragazzo si chiamava
Loizo. Da quel momento le era stato dietro per tutta la giornata, seguendola
ovunque, al punto che ad un tratto, per la stanchezza, la giovane era stata costretta
a sedersi per un attimo di riposo. Approfittando del momento Loizo
l'aveva ipnotizzata, confondendola con un fortissimo piacere sessuale. Una
volta a casa, sentito l'episodio, i genitori erano corsi da un medico che, per
loro tranquillità, aveva constatato la sua illibatezza. Tre giorni dopo il pastore
si era presentato di nuovo, ma questa volta nella sua camera da letto e l'aveva
costretta a fare l'amore. Dagli ulteriori accertamenti medici non era più
risultata vergine. Da parte sua Daskalos aveva subito notato
due puntini rossi sul collo. La ragazza gli aveva confessato:
«Sì, è vero, mi ha baciato qui,
sul collo. I suoi baci sono strani. Sembra che mi succhi e la cosa mi dà un
grande piacere».
Secondo il dottore che l'aveva visitata, la ragazza si era defiorata da sola,
masturbandosi con le mani; Daskalos aveva fatto finta di accettare il responso,
in cuor suo convinto invece che il vero colpevole fosse Loizo.
Appena due giorni dopo, lo stesso mago aveva avuto modo di vedere il pastore
girovagare nella casa. Allora lo aveva chiamato e interrogato. Il giovane
gli aveva confessato di aver desiderato la ragazza per tanti anni e di non
aver mai fatto l'amore con una donna, ma solo con animali come asini e capre
e si era ribellato quando il mago gli aveva fatto presente che non apparteneva
più al mondo dei viventi perché era morto da anni. A questo
punto Daskalos gli aveva rivelato che se avesse ancora
insistito nell'abusare della ragazza
non si sarebbe più liberato «restando imprigionato in uno stato di narcosi
come un vampiro». Alla fine Daskalos ce l'aveva fatta a convincerlo e lo
spirito del ragazzo era sparito per sempre.
I due casi appena presentati, offrono altri particolari interessanti sulla natura
del vampiro. Stando alla testimonianza di Daskalos, lo spirito dell'ex fidanzato
era in grado di impossessarsi del corpo di un pipistrello per poter
succhiare il sangue fresco della povera ragazza. Questo gesto rappresentava
chiaramente il suo mai appagato desiderio sessuale di unirsi a lei. Nella storia
del crimine a sfondo sessuale, sono tanti i casi in cui si registra anche un
evidente risvolto di vampirismo. Risale al 1870 la terribile storia di un italiano,
certo Vincenzo Verzeni, il quale aveva ucciso tre donne e tentato di strangolarne
altre. Verzeni era soggiogato da una forza irresistibile che lo spingeva
a succhiare il sangue delle donne (ma anche di uccelli e animali). Dopo
aver aggredito al collo una povera ragazza di quattordici anni, Giovanna
Motta, Verzeni l'aveva sbudellata e poi svuotata di tutto il sangue. L'assassino
confessò di provare un grande piacere nell'annusare gli indumenti intimi
delle donne e di provare un vero godimento quando «mordendole sul collo
riesco a succhiare il loro sangue fresco». Probabilmente lo stesso irresistibile
desiderio che spingeva l'ex fidanzato citato da Daskalos in uno dei suoi casi;
anche se il desiderio di “possesso” veniva parimenti soddisfatto in un altro
modo, vale a dire assumendo il controllo totale della immaginazione della
vittima.
Tipico il caso del pastore Loizo, dove lo spirito infestante aveva assunto
un'influenza così forte sulla mente della vittima, da arrivare al punto di costringerla
a defiorarsi da sola. La qual cosa sottintende - come c'era da aspettarsi
- che l'amplesso non avviene a livello fisico ma su un piano diverso, più
sottile, dal momento che Loizo non possedeva un corpo fisico. (Joe Fisher allude
a qualcosa di simile, ovviamente, quando parla del suo rapporto con lo
spirito di Filipa).
Si tratta di particolari importanti, ricchi di implicazioni. L'atto di fare l'amore
sembra contemplare un paradosso: da una parte prevede l'unione di due
corpi, dall'altra è condannato a fallire per la loro impossibilità ad unirsi. Nel
Simposio Platone esprime questo paradosso tramite un
divertente mito. All'origine del mondo, gli esseri umani
avevano una forma sferica e contenevano
in sé ambedue i sessi. Poiché la loro dirompente vitalità li faceva temibili concorrenti
degli dèi, Zeus aveva deciso di punirli. Così li aveva divisi in due parti,
separandoli nel centro, come quando spacchiamo una mela in due, rimettendo
insieme le due parti ma contrapposte, in modo che non potessero mai
vedersi. Da quel momento in avanti, lo scopo primario delle due parti separate
era stato quello di ricercarsi per unirsi nuovamente, e questo aveva distolto
gli esseri umani dal minacciare la potenza degli dèi.
Nella sua forma più cruda, è lampante che l'urgenza sessuale del maschio si
manifesta in una quasi violenta forma di “possesso” e non per nulla l'atto della
penetrazione è senz'altro un gesto aggressivo. (Per alcuni autori, il gesto di
Dracula altro non sarebbe che una fantasia di stupro). Quando un uomo abbraccia
una donna con intensità emotiva, sembra che desideri inglobarla dentro
di sé e la penetrazione è proprio il segno più evidente di questa ansia di
possesso. Per questo possiamo dire che un vampiro come Loizo era riuscito
a raggiungere e a concretizzare il sogno che agita un po' tutti gli amanti: un
possesso che oltre alla penetrazione contempla un'unione ancora più intima e
profonda, quella delle menti.
L'idea di vampirismo che si sta ora facendo strada è, tutto sommato, semplice
e anche accettabile (solo che si ammetta la possibilità dell'esistenza degli
“spiriti terreni”). Daskalos rivelò a Markides che i suicidi erano rimasti
«intrappolati nel piano eterico della più gretta grossolanità materiale», incapaci,
purtroppo per loro, di elevarsi su piani astrali più sottili. Chi si uccide
muore in una «condizione di disperazione e confusione, vibrando a livello
psichico così vicino alla frequenza del mondo materiale da non riuscire neppure
dopo a liberarsene, trovando la pace». In questo caso diventa uno “spirito
terreno”, destinato a vagare da una mente all'altra dei viventi, come un
uomo condannato a vagare da una casa all'altra di una città deserta. Quasi
certamente non si rende conto di essere morto. (La moglie di
Peter Plogojowitz dichiarò che lo spirito del marito era
venuto a chiederle le scarpe;
poiché, fino a prova contraria, uno spirito non fa uso di scarpe, è logico immaginare
che l'uomo non si fosse ancora ben reso conto di essere morto e che
i suoi piedi corporei non esistevano più). In circostanze normali uno spirito
non è in grado di condizionare o farsi avvertire dal suo, chiamiamolo, ospite;
questo avviene soltanto quando l'ospite si sintonizza sulla stessa lunghezza
d'onda. In questo caso può scattare la possessione.
Dalla casistica si evince anche come esista una categoria di persone, i cosiddetti
paragnosti, particolarmente sensibili a percepire la presenza di queste
entità disincarnate. Il più delle volte, queste persone non sanno di essere dotate
di tali poteri ed è un fatto accidentale a metterli al cospetto di questa loro
qualità psichica. In un suo bel libro dal titolo The Paranormal il ricercatore
Stan Gooch racconta come all'età di ventisei anni, mentre a Coventry stava
partecipando a una seduta medianica con alcuni amici, gli era successo di
cadere in trance profonda. Una volta ridestato, aveva appreso, con grande
sorpresa, che era stato il tramite attraverso cui si erano manifestati alcuni spiriti.
Stando a ciò che Gooch rivela in un altro lavoro intitolato Creatures from
Inner Space, era stato proprio in questo periodo che aveva sperimentato per
la prima volta la forte emozione di una “invasione psichica”. Un sabato mattina,
mentre oziava nel letto con gli occhi socchiusi, aveva avvertito un leggero
movimento sul cuscino, vicino alla testa, come se qualcuno avesse esercitato
una lieve pressione con la mano. Il fenomeno era andato avanti per
qualche istante, ma quando aveva riaperto gli occhi per vedere meglio era
cessato.
Vent'anni dopo, una mattina presto ancora mezzo addormentato, aveva avuto
la netta sensazione che qualcuno si era infilato nel letto. Si trattava di
un'entità nella quale venivano contemplate le caratteristiche di diverse ragazze
che aveva conosciuto: «Ricordo che quella prima volta, avevo reagito
con fermezza e in breve l'entità [un succubo o demone femminile] se n'era
andata via quasi subito. Ma nelle occasioni successive le avevo concesso
sempre più spazio. Alla fine arrivammo a fare l'amore. E devo confessare
che, sotto certi punti di vista, la gratificazione è ancora superiore all'unione
con una donna reale, perché in questi contatti paranormali a sfondo sessuale
vengono coinvolti e invocati anche formidabili elementi archetipici».
Gooch non crede neppure per un momento che l'entità con cui si unisce sia
reale; sin da subito, infatti, la etichetta come una prodigiosa creazione della
mente umana. A conforto, ricorda casi in cui un soggetto in stato di trance dice
di poter concretamente toccare le immagini allucinatorie suscitate in lui
dall'ipnotista e cita il libro del dottor Morton Schatzman, The Story of Ruth,
dove viene menzionato il caso di una ragazza che insidiata sessualmente dal
padre quand'era piccola, si era portata dietro per tutta la vita il suo ossessionante
fantasma che continuava a perseguitarla andandole a fare visita nella
camera da letto. Per Gooch il suo succubo è simile a questo genere di forme
allucinatorie. Tuttavia, a onor del vero, questa interpretazione sembra essere
ampiamente contraddetta da altri episodi descritti nelle stesse pagine.
Uno dei primi riguarda un poliziotto, tale Martin Pryer, un uomo fortemente
dotato sotto il profilo psichico. Ad un certo momento aveva deciso di approfondire
la pratica del controllo delle cosiddette immagini ipnagogiche, quelle
che si sperimentano sul limitare del sonno, e presto era stato visitato da esperienze
allarmanti. Una volta, si era reso conto che un'entità gli si era letteralmente
appiccicata alla schiena come una sanguisuga e così era rimasta fino a
che lui non si era alzato dal letto ed aveva acceso le luci nella stanza. Un'altra
volta aveva scorto una sua ex ragazza intenta a sbirciargli in casa da una finestra.
Quando le aveva chiesto il perché di quella visita, lei gli aveva risposto:
«Sei tu che mi hai chiamata». Subito dopo, si era sentito aggredito da un'entità
femminile che gli si era aggrappata alla schiena. Dopo di che era stato pervaso
da un fortissimo desiderio di fare l'amore con lei in un «modo violento e brutale».
Trascorsi alcuni minuti l'entità se n'era andata.
Sempre Gooch ricorda il caso capitato a una sua cara amica, un'attrice di
nome Sandy, una sensitiva. Una notte si era svegliata e aveva notato che il faretto
che stava in un angolo della camera era diventato un occhio che la stava
scrutando. Subito dopo si era resa conto che un'entità -
distintamente maschile - si era come adagiata su di lei
cercando di indurla ad accoppiarsi.
«Una parte di lei avrebbe desiderato farlo, l'altra le imponeva invece un secco
rifiuto». Così lo spirito che stava sopra di lei si era fatto sempre più pesante,
al punto che si era sentita schiacciata e oppressa contro il materasso.
Fatto lo sforzo mentale di resistere, la pressione era svanita all'istante. Quando
in bagno si era guardata allo specchio era rimasta letteralmente sconcertata
nel constatare di avere attorno alla bocca delle incomprensibili striature
scure che al tatto si aprivano lasciando scorgere del sangue raggrumato. Nel
letto non c'era traccia di perdite di sangue Né il suo corpo presentava qualche
ferita, anche piccola, che potesse rendere ragione di quei tagli e del sangue.
Nel suo Gli influssi del cosmo sulla vita terrestre l'autore
Guy Lyon Playfair racconta un caso simile. Un giorno, una
ragazza di nome Marcia, laureata
in psicologia, si trovava serenamente sdraiata sulla spiaggia di San Paolo
del Brasile. Ad un tratto, come d'incanto, la sua attenzione era stata catturata
da una statua della dea del mare Yemanja che galleggiava sulle onde, forse
gettata in acqua come gesto votivo. Non dando retta alla zia, aveva raccolto
la statuetta e se l'era portata a casa. Da quel momento in avanti le era successo
di tutto. Aveva incominciato a stare male e a dimagrire in modo impressionante.
La pentola a pressione era scoppiata, ustionandole faccia e mani
e la stessa sorte era toccata al forno. Di colpo aveva incominciato a provare
forti istinti suicidi. Alla fine, una notte, un'entità aveva fatto ingresso nella
sua camera da letto e l'aveva posseduta, provocandole la netta sensazione
della penetrazione del pene dentro la vagina, cosa che si era ripetuta in altre
occasioni. Disperata e affranta, era corsa a chiedere consiglio a una maga
specializzata nella umbanda, la quale le aveva imposto di restituire subito la
statua della dea alle acque marine. Ciò fatto, la sua vita era tornata normale:
sparita la sfortuna, risanata la malattia, guarita la depressione, cessati gli assalti
sessuali.
È evidente che davanti a racconti come questo credere come
sostiene Gooch che si tratti di entità scaturite soltanto da
una qualche allucinazione di tipo
ipnotico diventa davvero difficile. Forse Gooch è approdato a questa conclusione,
perché il suo “succubo” era la sintesi delle caratteristiche salienti
delle sue ex fidanzate. Ma attenendoci alla teoria degli “spiriti ancora legati
alla terra” si potrebbe ribaltare il concetto, immaginando che questa sia semplicemente
l'idea che l'entità radica nella mente del soggetto, vale a dire che
tutto ciò che gli sta capitando appartiene al mondo della sua immaginazione.
Gooch scrive: «In altre parole, questa entità, pur manifestando attributi fisici
e psicologici attribuibili alla mia persona, sembrava possedere una sua propria
indipendenza», ammettendo poi che gli “elementi archetipici” erano desiderati,
in un certo senso invocati, da lui stesso, quasi a confessare una congiura
da lui ordita contro se stesso. Nel suo racconto Sandy, l'attrice, sostiene
di essere riuscita a respingere lo spirito che la opprimeva immaginando
una contro reazione verso l'alto che la sollevava dal materasso su cui era
schiacciata, prova palese che l'entità stava esercitando un controllo sulla sua
immaginazione e non sul suo corpo fisico.
Da notare che in tutti e tre i casi - Gooch, Martin Pryer e Sandy - il fenomeno
avviene quando stanno dormendo o in quella fase che sta fra il sonno e
la veglia, quindi in una condizione del tutto assimilabile alla trance medianica
di un sensitivo.
Le prove, dunque, sembrano segnalare che il vampirismo, come il fenomeno
del poltergeist, sia dovuto all'azione di uno “spirito terreno”, a caccia di
vitalità ed energia fresca dai viventi. Il mago Daskalos aveva ammonito il pastore
Loizo, dicendogli che se non avesse smesso di perseguitare la ragazza
sarebbe restato «imprigionato in uno stato di narcosi come un vampiro», significando
come questo genere di spiriti siano incapaci di procedere e di innalzarsi
ad un livello di realtà superiore fintante che continuano a perseguire
il compimento dei loro atti nefandi.
Uno dei vampirologi più quotati del nostro tempo è Stephen Kaplan, laureato
all'Università statale di New York. Nel suo libro Vampires Are... edito
nel 1984 racconta come è stato catturato da questo particolarissimo interesse.
Durante i suoi studi di antropologia aveva avuto modo di notare che «molti
dei costumi rituali delle culture primitive presentavano incredibili somiglianze
con i miti e leggende legati ai vampiri». Questa constatazione l'aveva
spinto a immaginare una forte componente di concretezza alla base delle storie
di vampiri, al punto che nel 1971 aveva fondato a Long Island il Centro
ricerche vampirologiche. A seguito di un'intervista alla radio, aveva ricevuto
molti contatti e lettere, una buona parte rivelatisi poi fasulli. I primi “vampiri”
che aveva conosciuto erano una coppia di sposi, che provavano piacere ad
assaggiare il sangue. (In effetti, essendo il sangue un emetico, non se ne può
“bere” tanto, al massimo lo si può assaggiare). La donna era solita succhiare
il compagno sino a farlo sanguinare, dopo di che leccava il sangue che fuoriusciva
dalla ferita. Nel loro piccolo si erano organizzati anche con altri, formando
una congrega regolarmente dedita a questo particolare piacere. Una
donna incontrata da Kaplan, gli rivelò di riuscire a ottenere la possibilità di
leccare del sangue prostituendosi in cambio.
In tutti i casi, senza alcuna eccezione, le persone intervistate e contattate da
Kaplan rivelavano una “sessualità chiaramente deviata o disturbata”. (Nel libro
The Sexual Anomalies and Perversions a firma del dottor Magnus
Hirschfeld si accosta il vampirismo alla necrofilia.
Hirschfeld riporta il caso di
un becchino, un certo Victor Ardisson, il quale beveva il sangue di animali e
abusava sessualmente dei corpi delle donne morte che andava notte tempo a
disseppellire). Per Kaplan il vero vampirismo è «il passaggio di energia fisica
da un individuo all'altro, passaggio che il più delle volte avviene attraverso
il sangue». Parla di «vampiri psichici», esseri viventi che hanno la nefanda
capacità di succhiare le energie fisiche di chi sta loro vicino. Si tratta di un
processo reale, che è l'esatto contrario della cosiddetta “guarigione psichica”,
dove il taumaturgo è in grado di rovesciare nell'ammalato una parte della sua
propria energia interiore.
In un bell'articolo sulla sessualità nell'occultismo comparso sulla rivista
«L'ignoto», Francis King descrive il processo tramite il quale un “mago” può
fare insorgere un forte desiderio sessuale nella vittima prescelta:
Chi opera deve sedersi il più vicino possibile alla vittima ignara da cui desidera ricevere
amore. Osservando il ritmo della sua respirazione, l'espandersi e il rinchiudersi del
petto, si sintonizza sulla sua stessa frequenza, respirando all'unisono. La respirazione
coordinata deve protrarsi per un periodo che va dai tre ai cinque minuti; dopo, con un gesto
forte, il mago contrae i muscoli dell'ano per non meno di una decina di secondi. Questo
gli consente di “sigillare” il contatto e di allacciare il “collegamento astrale” fra lui e
la persona prescelta. In questo modo si mette in azione il muladhara chakra, il centro
dell'attività psichica che secondo molti occultisti presiede al controllo della libido. Questo
punto si trova in quella parte del “corpo sottile” corrispondente nel corpo fisico alla
stretta fascia compresa fra l'ano e i genitali. A questo punto il mago aumenta il ritmo della
respirazione fino a raggiungere quello tipico dei momenti di attività sessuale. Il già
consolidato collegamento astrale è il garante del trasferimento di questa profonda sensazione
alla donna prescelta, la quale in breve non potrà fare a meno di avvertire un forte
desiderio sessuale. A questo punto, chi opera, può avvicinarla e incominciare l'approccio.
King continua teorizzando che il vampirismo è un sistema per ricavare
«energia psico sessuale» dalla vittima.
In pratica, ciò che viene ventilato è la possibilità che un uomo ha di instaurare
un intenzionale collegamento telepatico con la persona desiderata al fine
di influire sul suo desiderio sessuale. Nel libro God Is My Adventure, Rom
Landau racconta per esteso la storia vera del mistico e filosofo George
Gurdjieff, il quale, a quanto pare, era in grado di operare magie di questo genere.
Un testimone riporta a Landau di una volta in cui Gurdjieff si era sentito
attratto da una scrittrice:
Ad un certo punto il maestro l'aveva fissata intensamente e aveva incominciato a respirare
con un certo ritmo. Sono ormai troppo vecchio per non capire che in quel momento
Gurdjieff stava mettendo in pratica ciò che aveva appreso nei suoi viaggi in oriente.
Trascorsi alcuni istanti, la mia giovane amica, si era voltata, pallida in volto, come se
stesse sul punto di svenire. E pensare che non è affatto un tipo impressionabile. Da parte
mia ero alquanto sorpreso nel vederla in quello stato, anche se dopo un paio di minuti
si era ripresa. Le chiesi che cosa diavolo le era successo e lei mi aveva risposto sussurrando:
«Non so, quell'uomo è così strano. Deve essere successo qualcosa di misterioso...
devo essere stata come stregata... Poco fa ho guardato quel tuo “amico” e lui mi ha
fissata negli occhi con intensità. Mi ha guardata in un modo particolare e subito dopo mi
sono resa conto che con quella occhiata era andato a colpirmi, dritto dritto, nel centro
della mia più profonda sessualità, ridestandomela. Una sensazione bestiale!».
Si potrebbe pensare che il celebre “uomo dal grande neo” descritto da Myers
possedesse questa singolare abilità, cosa che renderebbe ragione dell'improvviso
svenimento della ragazza al festival musicale di Birmingham. Risulta
inoltre chiaro che, avendo stabilito il cosiddetto “legame astrale”, l'uomo
era in grado di “invadere” a piacimento il mondo onirico e psichico della
ragazza alla maniera di un vampiro.
Qui giunti, dopo aver esposto una notevole serie di fatti, proviamo a vedere
se sia possibile tratteggiare una qualche plausibile ipotesi sul vampirismo e i
vampiri. La storia di Arnod Paole, come tante altre simili, ci racconta che egli
era divenuto un vampiro contro la sua volontà. Nel rapporto
Visum et repertum si precisa, infatti, che era stato
«perseguitato da un vampiro» quando si
trovava in Turchia e che pur di liberarsi da quella afflizione aveva mangiato
terra di cimitero. Ma l'antidoto non aveva funzionato e dopo la morte il suo
spirito terreno aveva fatto ritorno a Medvegia per terrorizzare la gente. Se assimiliamo
il piacere provato dal vampiro a quello del sesso, possiamo immaginare
che l'inquieto spirito di Paole sia diventato un vampiro, allo stesso
modo in cui un bimbo che ha subito violenza sessuale ha molte probabilità,
crescendo, di diventare un pedofilo. Ma questa idea ci offre un'immagine
della sessualità un po' distorta, come se fosse una specie di vampirismo benevolo,
relegando l'atto a una mera unione di corpi, un tentativo di assorbirsi
l'uno nell'altro. In questa prospettiva, allora, le azioni dei criminali che
agiscono spinti dalla motivazione sessuale potrebbero intendersi come il contrario,
vale a dire una forma di vampirismo in negativo. (Il killer a sfondo
sessuale Ted Bundy confessò agli inquirenti che c'erano volte in cui si sentiva
un vampiro). Se si è pronti ad accettare questa visione, non diventa difficile
immaginare che quegli spiriti terreni che non sono riusciti a distaccarsi
dalla materialità possano ancora avvertire il desiderio di mantenere il collegamento
col mondo fisico esercitando una specie di vampirismo psichico.
Resta una questione: se il vampirismo è un prelievo di energie psichiche,
come mai così sovente si parla di sangue? Stephen Kaplan afferma che il
vampirismo autentico è «il passaggio di energia fisica da un individuo all'altro,
passaggio che il più delle volte avviene attraverso il sangue». Nel rapporto
Visum et repertum si descrive il sangue fresco che fluisce dalla bocca,
dagli occhi, dal naso e dalle orecchie di Paole, il vampiro. Sandy, l'amica di
Gooch, scopre che, dopo l'attacco psichico, attorno alla bocca le sono comparsi
dei tagli incrostati da sangue raggrumato, anche se il suo corpo non presenta
alcuna ferita che possa giustificare in qualche modo quel sangue.
Per quale motivo un vampiro si lascerebbe dietro il proprio sangue? Non è
forse più probabile, invece, che il sangue fosse quello di Sandy e che l'incubo
(il demone di sesso maschile) sia stato capace di prelevarglielo succhiandole
la pelle senza procurarle una ferita? Questa possibilità spalanca la porta
su una serie di speculazioni sui vampiri del tutto nuove, un mondo che, per
mancanza di prove evidenti, al momento è da considerarsi completamente
inesplorato.
 
CAPITOLO 10.
IL DIAMANTE HOPE.

Il famoso gioiello maledetto.
Come la storia del “teschio del destino” (di cui si parla nel Capitolo 42)
quella del diamante Hope sembra suggerire la possibilità che i cristalli abbiano
il potere di assorbire le emozioni umane.
Il diamante venne acquistato nel 1688 da Luigi XIV da un commerciante
francese di nome Jean-Baptiste Tavernier, che si raccontava l'avesse sottratto
dall'incavo dell'occhio di un idolo in un tempio indiano (come avviene nel
lavoro di Milton Hayes intitolato L'occhio verde del piccolo dio giallo. Una
fonte menziona come possibile origine il tempio di Rama-sitra, nei pressi di
Mandalay). Subito dopo Tavernier faceva bancarotta e nella speranza di rifarsi
una fortuna era ripartito alla volta dell'india, senza però mai arrivarci
perché era morto durante il viaggio.
Luigi fece tagliare il diamante a forma di cuore per donarlo a Madame de
Montespan, una delle sue amanti preferite, coinvolta nel celebre “intrigo dei
veleni” in cui una serie di fattucchiere avevano distribuito a dame del bel
mondo veleni per togliere di mezzo senza sospetti mariti ingombranti. Nella
faccenda c'entrava la magia nera. Era coinvolto anche un
abate, certo Guiborg, uso a sacrificare neonati sull'altare
costituito dal corpo nudo della Montespan.
Ovviamente lo scandalo venne soffocato, la cortigiana perse i favori
regali e le fattucchiere, torturate nella chambre ardente furono messe al rogo.
Così dopo Tavernier, la Montespan sembrò essere la seconda persona a danno
della quale il “blu di Francia” (come veniva all'epoca chiamato il gioiello)
aveva esercitato il suo nefando influsso.
Un secolo dopo il diamante venne donato da Luigi XVI alla sua regina e sposa
Maria Antonietta. Il suo coinvolgimento nella perdita del collare della pietra
fece ampiamente scemare la sua già scarsa simpatia presso il popolo e fu
sicuramente uno dei motivi indiretti che contribuirono allo scoppio della Rivoluzione
francese, nella quale la malcapitata regina venne ghigliottinata. La
principessa di Lamballe, a cui Maria Antonietta aveva affidato il diamante,
morì anch'ella linciata dalla folla.
Poi il diamante era ricomparso a Londra, ma già ampiamente ridotto nelle
dimensioni, passato da 112,5 a 44,5 carati, meno della metà del suo peso originale.
Nel 1830 venne acquistato dal banchiere Henry Thomas Hope per la
bellezza di diciottomila sterline e da quel momento in avanti venne battezzato
“diamante Hope”. Da quel che sappiamo il signor Hope non riportò alcun
nefando effetto collaterale dal possesso del gioiello, né nulla di brutto accadde
ai membri della sua famiglia che se lo passarono, finché arrivò nelle mani
di una cantante, una certa Mary Yohe, andata in sposa a Lord Francis Hope.
La coppia ruppe subito. La donna riconobbe all'istante la tetra influenza del
diamante e profetizzò che sarebbe stato la rovina di chiunque l'avesse posseduto.
Lei stessa morì in povertà, maledicendo la pietra.
Navigando in brutte acque, all'inizio del Novecento Lord Hope decise di
vendere il diamante a un agente francese, Jacques Colot, il quale divenuto
pazzo si suicidò, non prima però di aver a sua volta venduto la pietra a un
russo, il principe Kanitovski che, dopo averla donata a una giovane ballerina
delle Folies Bergère, in un raptus di follia l'aveva uccisa la prima sera che la
giovane l'aveva indossata. Il principe venne a sua volta giustiziato dai rivoluzionari.
Poi era stata la volta di un gioielliere greco, Simon Matharides, il quale, a
pochi giorni dall'acquisto era precipitato da una rupe (secondo alcuni rapporti,
venne fatto cadere). Nel 1908 la pietra fu acquistata dal sultano turco
Abdul Hamid, noto come “Abdul il dannato”. Combinazione, l'anno seguente
venne deposto, e ne soffrì a tal punto da impazzire. Il successivo padrone,
Habib Bey, morì annegato.
Quindi il diamante, tramite il gioielliere francese Pierre Carrier, era finito in
America, acquistato da Edward Beale Maclean, proprietario del giornale
«Washington Post». Non aveva fatto in tempo ad acquistarlo che gli moriva
la madre e subito dopo le due fedeli cameriere di casa. Il figlio, il decenne
Vinson, guardato a vista e tenuto sotto controllo continuamente da guardie
del corpo, un giorno per gioco, elusa la loro sorveglianza, era scappato attraversando
di corsa la strada davanti a casa. Proprio in quel momento un'auto
che passava lo aveva travolto uccidendolo. Poi Maclean, divisosi dalla moglie
Evalyn, era stato coinvolto in uno scandalo e aveva finito la sua vita da
alcolizzato. Il diamante era finito alla moglie che lo indossava sovente, sfatando
con ironia le brutte storie che tramandavano della sua jattura. Ma quando
nel 1946 la figlia si suicidò - avvelenandosi con una dose massiccia di
sonnifero - non si potè fare a meno di osservare che il giorno del suo matrimonio
la giovane aveva indossato proprio il gioiello maledetto.
Nel 1947, alla morte della signora Evalyn Maclean, il diamante venne comperato
dal gioielliere newyorkese Harry Winston che lo fece suo per una cifra
che si diceva avesse toccato il milione di dollari. Dopo averlo messo in
mostra a New York, aveva deciso di consegnarlo allo Smithsonian Institute.
Il fatto che lo spedisse all'istituzione dentro un semplicissimo pacco postale
dimostra come non sospettava del maleficio gravante sull'oggetto. La busta
della spedizione viene conservata ancora oggi insieme al diamante.
Quando nel 1965 è stato testato alla luce ultravioletta presso i Laboratori De
Beers di Johannesburg, il diamante ha continuato a luccicare e irradiare luce
come un pezzo di carbone ardente per parecchi minuti, un fenomeno davvero
unico per un diamante.
Nel valutare il caso del diamante Hope gli scettici usano lo stesso metro di
misura adottato per la cosiddetta maledizione del faraone Tutankhamon, sottolineando
cioè come molti fra i proprietari non ebbero a subire alcun danno
dal possesso dell'oggetto. Tuttavia, per quanto una giusta dose di prudenza
sia senz'altro l'atteggiamento migliore da adottare in casi come questo, liquidare
la questione con un'alzata di spalle come una mera superstizione parrebbe
un po' troppo frettoloso. T. C. Lethbridge (vedi il Capitolo 20) era convinto
che tragedie e fatti gravi possono lasciare, come dire, la loro “impronta”
nei luoghi dove si consumano, ipotesi descritta per la prima colta all'inizio
del XX secolo da Sir Oliver Lodge, che ipotizzava che certe “infestazioni”
potrebbero ben spiegarsi come una sorta di “registrazione”. Lethbridge
chiamava queste infestazioni “demoni” per meglio significare la spiacevole
sensazione che essi erano in grado di provocare infestando certi luoghi.
Quando aveva diciotto anni, un giorno assieme con la madre stava passeggiando
nel grande bosco di Workingham quando, all'improvviso, ambedue si
erano sentiti depressi. In seguito erano venuti a sapere che nei pressi del luogo
in cui avevano provato quella inspiegabile sensazione una volta era stato
rinvenuto il cadavere di un suicida. Lethbridge era convinto che la disperazione
di quell'uomo era stata in qualche modo “registrata” dal posto che, a
sua volta, era in grado di trasmetterla a persone particolarmente sensibili.
Circa quarant'anni dopo Lethbridge e la moglie Mina erano usciti un pomeriggio
lungo la spiaggia per raccogliere conchiglie, in località Ladram nel
Devon. Mentre stavano passeggiando ad un tratto Lethbridge aveva nuovamente
sperimentato la stessa sensazione di “depressione” e sgomento, come
quando si è costretti a avanzare in mezzo alla nebbia. Qualche minuto dopo,
Mina gli aveva detto, lei pure in preda al panico: «Non posso stare in questo
posto per un minuto di più» e così si erano allontanati in tutta fretta.
Il fine settimana successivo avevano appositamente rivisitato quel tratto di
spiaggia e di nuovo erano stati assaliti da grande disagio. Quella seconda volta,
Mina si era spinta fin sul ciglio di un crepaccio dove all'improvviso aveva
sentito il forte desiderio di gettarsi nel vuoto, come se ci fosse stato qualcuno
che la incitasse a farlo.
Qualche tempo dopo Lethbridge aveva scoperto che proprio di recente un
uomo si era suicidato gettandosi da quel medesimo punto in cui Mina si era
sentita minacciata Quello era stato il motivo della depressione. La tristezza
dell'uomo che aveva deciso di togliersi la vita aveva impregnato quel posto
della sua aura negativa, prontamente “registrata” anche grazie alla presenza
dell'elemento catalizzatore dell'acqua. (Ambedue le giornate erano state
umide e piovigginose e Lethbridge aveva notato un piccolo ruscello che andava
a sfociare in mare proprio nel punto della spiaggia in cui il senso di desolazione
si avvertiva con maggiore intensità). Non era stato tanto lo spettro
del suicida a spingere Mina a gettarsi dal dirupo, quanto piuttosto era stato il
suo spirito sensibile a rispondere alla suggestione negativa registrata dal posto.
Questa ipotesi del “nastro registrato” è quella che sottende al concetto di
psicometria, vale a dire la capacità che alcune persone particolarmente sensibili
hanno di “leggere” la storia di un oggetto semplicemente tenendolo stretto
fra le mani (vedi il Capitolo 38).
I chiaroveggenti sono convinti che i cristalli posseggano a un grado molto
elevato la capacità di assorbire: da qui la grande popolarità
delle palle o sfere di cristallo, che debbono sempre essere
tenute coperte da un drappo scuro
per proteggerle dalla luce e dal calore (per lo stesso principio per cui un nastro
magnetico non deve essere esposto alla luce del Sole o a qualche radiazione).
La documentazione sulle cosiddette “maledizioni” legate a oggetti che “portano
sfortuna” è molto abbondante. Esemplare, in merito, è, per esempio, la
storia di una nave maledetta, la The Great Eastern - sulla quale sono stati
scritti addirittura dei libri -, una grande nave costruita nel XIX secolo dall'ingegnere
Isambard Brunel. Durante la costruzione un rivettatore ed il suo apprendista
sparirono e nessuno riuscì più a trovarli: i poveretti erano stati rinchiusi
inavvertitamente nel corpo dello scafo. La nave (la più grande mai costruita
fino a quel momento) era rimasta incagliata il giorno del varo e ci erano
voluti tre mesi per liberarla. Da quel momento la sua “carriera” era stata
costellata da continui infortuni. Cinque operai erano morti per lo scoppio di
una ciminiera. Una volta in un porto era stata danneggiata da un fulmine. Un
capitano era annegato su una scialuppa assieme con il mozzo di cabina. Un
marinaio era stato stritolato dalle pale e un altro si era perso in alto mare. La
lunga serie dei disastri era continuata fino al disarmo della nave e al suo
smantellamento, quindici anni dopo il travagliato varo. Quando le lamiere
vennero tagliate per la demolizione, gli allibiti operai si erano trovati di fronte
gli scheletri del povero rivettatore e del suo assistente, sigillati nello scafo.
Storie simili relative a navi, case, aerei e automobili maledette non si contano
(rimando, per un approfondimento, al mio libro Misteri del 1978). Per
esempio, l'auto sulla quale l'arciduca Ferdinando venne assassinato a Sarajevo
(fatto che fece precipitare l'Europa verso il primo conflitto mondiale) provocò
la morte dei suoi successivi sette proprietari.
Ora, se Lethbridge ha ragione e la presunta maledizione è semplicemente
una sorta di registrazione negativa di fatti incresciosi, e non un fatto di per sé
assoluto, si spiegherebbe anche perché alcuni sono sensibili a questo fenomeno
mentre altri non se ne curano affatto né ne vengono affetti. Lethbridge afferma
che individui sensibili, come lui e la moglie - ma anche i rabdomanti,
per esempio - sono soggetti particolarmente recettivi, mentre tante altre persone
prive di questa sensibilità possono tranquillamente non accorgersi di
nulla.
Se gli oggetti fisici - come i cristalli - sono sensibili alle vibrazioni della
mente umana, ne potrebbe anche conseguire che in certe circostanze una sorta
di “maledizione” possa esservi impressa in modo voluto e deliberato, un
po' come contraddistinguerli con una penna invisibile. Certamente gli antichi
Egizi credevano in questo fenomeno ed erano convinti che le loro tombe potessero
essere segnate dal marchio di una “maledizione” al fine di proteggerle
dagli intrusi. Non è detto che i sacerdoti del tempio di Rama-sitra non abbiano
fatto lo stesso con il meraviglioso, ma maledetto, diamante Hope.
 
CAPITOLO 11.
JOAN NORKOT.

Il caso del cadavere sanguinante.
Quando nel 1690 Sir John Mainard, da tutti considerato «gentiluomo di
grande qualità e giudice integerrimo» morì, fra le sue numerose carte venne
rintracciato un documento processuale in cui si narrava il caso del cadavere
di una donna morta trucidata che incolpava i suoi assassini. L'intero documento
venne pubblicato nel luglio del 1851 sulla rivista «The Gentleman's»,
su iniziativa di un certo avvocato Hunt che era venuto in possesso di una copia
del testo. Il fatto veniva definito così straordinario che lo stesso giornale
prendeva le distanze titolando: Un singolare caso di superstizione. Tuttavia
Mainard sottolineava in modo chiaro che l'episodio aveva avuto molti testimoni
oculari, fra cui anche due preti.
Il processo in cui era stato dibattuto il caso sconcertante si era consumato all'assise
di Hereford, nell'Herefordshire, «nel quarto anno di regno di sua
maestà re Carlo I» (1629), ben sessant'anni prima della morte dello stesso
Mainard. Il testo di Mainard compare per intero nel libro del reverendo Montague
Sommers che si intitola The Vampire in Europe (1929). Anche il racconto
presentato da Valentine Dyall in Unsolved Mysteries del 1954 (grazie
alle ricerche di Larry Forrester e Peter Robinson) si basa sui resoconti del
processo, pur ammettendo trattarsi di informazioni «sospettosamente scarne».
Il resoconto presenta una a dir poco irritante mancanza di date, riferimenti
e persino nomi, tuttavia in linea generale è sufficientemente chiaro.
Ecco la storia. Fra i coniugi Arthur e Joan Norkot si è venuta a creare una
tensione altissima: lui la sospetta di infedeltà e tradimento. Forse il vero problema
per la coppia è il sovraffollamento del misero alloggio in cui vivono.
Due stanzette in cui sono costretti a campare duramente assieme con un figlio,
la madre di Arthur, Mary Norkot, la sorella di lui col marito, Agnes e
John Okeman.
Una mattina Joan viene trovata cadavere nel letto con la gola tagliata. A
fianco sta il bimbo, illeso. Sul pavimento un coltellaccio da cucina coperto di
sangue.
Stando alla testimonianza dei parenti, quella notte il marito non l'aveva trascorsa
in casa. Era andato a rendere visita a degli amici nei pressi
di Tewkesbury. I parenti che vivono con John escludono in modo
tassativo che l'uomo
possa essere entrato di soppiatto nella casa per perpetrare il delitto, dal momento
che per arrivare alla camera da letto era d'obbligo transitare nella stanza
dove dormiva tutto il resto della famiglia.
Nel corso dell'inchiesta che segue, viene riconosciuto ampiamente il difficile
rapporto di coppia e si ricorda che proprio quella sera Joan «era alquanto
alterata» prima di andare a dormire. Ma quando gli inquirenti avevano trovato
il coltello avevano notato non solo che stava a una certa distanza dal letto,
ma anche che il manico era rivolto verso la porta. Ammesso, ma non concesso,
che Joan si fosse uccisa, come avrebbe fatto, dopo essersi sgozzata, a
gettare in terra il coltello orientandolo col manico verso la porta? Malgrado
questa e molte altre incongruenze, il verdetto parla di felo-de-se, vale a dire
di suicidio e la povera donna viene frettolosamente sepolta, probabilmente in
terra sconsacrata.
Ma la prova del coltello non convince nessuno e si incomincia a mormorare
sul caso (Mainard parla semplicemente di «osservazioni in merito a diverse
circostanze»). Le voci aumentano fino a che il coroner è costretto a far riesumare
il cadavere per riaprire le indagini. L'esame del corpo evidenzia che
l'osso del collo è spezzato. È evidente che questo la donna non avrebbe potuto
autoinfliggerselo. Qualcuno scopre poi che la quantità di sangue trovata
sul pavimento è superiore a quella trovata sul letto, particolare a dir poco singolare,
se, come era stato detto, Joan si era sgozzata sul letto. Per di più l'alibi
del marito prende a vacillare e poi crolla, quando interrogati a fondo gli
amici, questi negano di averlo incontrato quel giorno, affermando anzi di non
vederlo da più di tre anni. Malgrado altre prove si accumulino a condanna dei
familiari, ritenuti conniventi, il tribunale non ritiene si tratti di fatti decisivi e
scagiona tutti. Ma il giudice Harvey, dopo essersi ripreso dalla sorpresa del
verdetto, decide che un delitto così assurdo e clamorosamente tale non può
restare impunito e decide di ricorrere contro la sentenza.
L'iniziativa viene presa per il buon nome e la difesa dei diritti del piccolo figlio
di Joan. Il dibattito riprende al cospetto del giudice Harvey. Ed è in questo
frangente che a un certo momento viene fuori la testimonianza anonima
di un prete - il sacerdote della parrocchia - che sostiene che il cadavere è in
grado di indicare il suo assassino. Davanti alla incredulità del giudice che
chiede al prete se egli abbia per davvero assistito a una simile cosa, questi gli
risponde dicendo che «si augurava che tutti potessero constatarlo».
Ciò che accadde è molto vicino a questa dinamica dei fatti. A trenta giorni
dalla sepoltura, il corpo di Joan era stato esumato. La tomba aperta, la bara
scoperchiata deposta accanto, probabilmente su un cavalletto. Non doveva
essere un bello spettacolo, perché la giugulare tranciata aveva svuotato l'intero
corpo del sangue. Ad ogni buon conto, seguendo un'antica forma di superstizione,
a ogni accusato (i familiari) era stato imposto di toccare il cadavere.
Stando alla superstizione, quando un morto viene toccato dall'assassino
la ferita riprende a sanguinare. Davanti al cadavere la signora Okeman era
caduta in ginocchio, pregando Dio di dimostrare la sua innocenza. Poi, come
gli altri, aveva toccato la morta. Il prete depose il seguente resoconto:
Mano a mano che venivano chiamati, i sospettati dovevano toccare la fronte del cadavere,
che era ormai diventata viola e scura come carne in putrefazione... ad un tratto però
la fronte aveva incominciato a trasudare, tanto da concretizzarsi in lacrime scendendo sul
viso; nel frattempo la fronte cambiava colore, tornando a essere rosea come quando la
donna era viva. Poi il cadavere aveva spalancato un occhio per richiuderlo subito dopo,
e questo apri e chiudi si era ripetuto parecchie volte. Poi si era sfilato la vera matrimoniale
tre volte e tre volte se l'era rimessa, tanto che l'anulare si era messo a sanguinare e
alcune gocce erano cadute sull'erba.
Era su questa incredibile testimonianza che il giudice aveva espresso dubbi.
Allora il prete si era appellato al fratello, anch'egli sacerdote di una vicina
parrocchia, pure presente ai fatti. Il secondo prete aveva confermato ogni cosa:
che la fronte aveva incominciato a sudare, che il colore era cambiato e da
livido era tornato roseo come quello della carne fresca e viva, che l'occhio si
era aperto e che il dito si era mosso e rimosso per tre volte. (Detto per inciso,
questo fatto era stato interpretato come la segnalazione che solo tre dei quattro
indagati erano colpevoli).
Ciò che ne era conseguito non era stata che la ripetizione di quello che già
era stato detto al primo processo. Il corpo senza vita della povera Joan era stato
ritrovato sul letto «in posizione composta», le coperte in ordine, il figlioletto
disteso accanto. Già solo questi particolari attestavano un delitto, perché
era letteralmente impossibile che la donna si fosse tagliata la gola in qualche
altra parte della camera - il pavimento era tutto imbrattato di sangue - e si
fosse poi gettata sul letto. Oltre tutto, il collo spezzato indicava che la poveretta
era stata aggredita con un certo impeto. Se è possibile che una persona si
spezzi il collo da sola, è del tutto impossibile che subito dopo si tagli la gola.
Lo stesso per il contrario, ossia che si sgozzi e dopo si spezzi il collo.
Dagli atti processuali pareva si fosse verificata la seguente dinamica dei fatti.
Quella sera i due coniugi avevano litigato violentemente e alla fine il marito
aveva preso la moglie per la gola. La donna era caduta battendo violentemente
la testa contro qualcosa, rompendosi l'osso del collo. Preso dal panico
- perché la morte era stata accidentale - Arthur Norkot si era consigliato
sul da farsi con la madre, la sorella e il di lei marito, John Okeman che aveva
voluto mantenersi estraneo alla vicenda. Per evitare sospetti a proposito
del collo spezzato, avevano pensato di tagliarle la gola con un  coltello. Ma erano
talmente spaventati che avevano eseguito l'operazione sul pavimento invece
che sul letto. Poi avevano sistemato Joan alla bell'e meglio col figlioletto
accanto, il quale, nel frattempo, aveva continuato a dormire. Qualcuno
di loro aveva persino lasciato delle evidenti impronte sulla sua mano. (Il giudice
Hyde, che era stato chiamato a decidere sul caso, era così inesperto da
non essere neppure in grado di distinguere se l'impronta fosse di una mano
destra o sinistra). Poi, prima di lasciare la stanza, qualcuno aveva gettato il
coltellaccio - che probabilmente stava nei pressi della porta - nella stanza,
che si era così venuto a trovare vicino al letto. Da ultimo, dopo essersi nettato
le mani dal sangue, Arthur Norkot se n'era andato, dando istruzione alla
madre di “trovare” il corpo la mattina dopo e raccontare che il figlio aveva
trascorso la notte da amici in quel di Tewkesbury.
Appare più che evidente che il tentativo di far passare la morte di Joan come
un suicidio è talmente palese che anche un investigatore ottuso avrebbe
potuto e dovuto accorgersene. Ma nel 1629 l'investigazione scientifica era
una disciplina pressoché sconosciuta. Sarebbero occorsi altri
due secoli prima che in Inghilterra nascesse un corpo di
polizia riconosciuto. Quando qualcuno
era sospettato di omicidio, il metodo standard di investigazione era la
tortura: o confessava o moriva. All'epoca nessuno ritenne che le prove a carico
della famiglia Norkot fossero sufficienti.
Ma questo ci porta all'interrogativo più inquietante. È vero che il corpo senza
vita della donna si era come ridestato per accusare i suoi assassini? Il lettore
attento che dia anche solo un'occhiata al capitolo di questo stesso libro
dedicato alla possessione da parte degli spiriti dei morti, non potrà fare a meno
di ammettere la cosa come possibile. In alcuni casi, sembra persino che lo
spirito che “possiede” il vivente sia anche in grado di innescare altri fenomeni,
come quello dello spostamento di oggetti (poltergeist). In un caso a dir poco
straordinario (vedi il Capitolo 59) la vittima di un delitto sembrerebbe essere
addirittura tornata ad accusare il suo carnefice. Dunque l'ipotesi che il
cadavere di Joan Norkot abbia dato alcuni segni di vita anche molti giorni dopo
la morte potrebbe non essere completamente assurda, anche se è doveroso
segnalare che nell'ampia e secolare storia del paranormale si
tratterebbe dell'unico caso.
Nel suo libro Unsolved Mysteries Valentine Dyall suggerisce un'ipotesi che
sembra credibile: che i due medici che sovrintesero al caso abbiano voluto
provocare una forte scossa ai presenti e ai giudicanti al fine di ottenere una
confessione aperta da parte degli autori del delitto. Vediamo come. Nella mano
sinistra della donna avevano nascosto una piccola vescica contenente del
liquido rosso scuro, la cui apertura poteva essere manovrata tramite un sottilissimo
filo, che era stato fatto passare nell'anulare, il dito della fede matrimoniale.
Un altro filo invisibile era stato collegato alle ciglia di un occhio.
Ambedue le estremità dei fili erano poi state fissate alle due maniglie che servivano
per trasportare la bara. Quando si era svolto il “test” della verità, per
cui gli imputati avevano dovuto toccare il cadavere, i due medici (sistematisi
ai lati del feretro) avevano agito sui fili. Ecco che così l'occhio si era aperto
e chiuso e il sangue aveva ripreso a sgorgare in tal misura da scendere lungo
un fianco e addirittura fuoriuscire da un interstizio della cassa costruita in
modo rozzo e grossolano. La rinnovata fuoriuscita del sangue indicava, dunque,
che la donna era stata assassinata da uno di coloro che l'avevano appena
toccata. Nel rapporto si legge che qualcuno, incredulo, si era preso la briga
di osservare da vicino il sangue riscontrando che si trattava di sangue autentico.
Un accorgimento logico, ovviamente, cui avevano provveduto i due
medici autori della messa in scena.
Sebbene l'ipotesi della Dyall abbia un senso, restano lo stesso molti dubbi.
Per esempio, i fili, per quanto sottili avrebbero potuto essere notati. E che dire
della testimonianza dei due preti che sostengono che la carne della fronte
aveva ripreso il suo colorito roseo e vitale? Pura immaginazione? Possibile,
salvo il fatto che la trasudazione della fronte viene indicata come il primo degli
sconcertanti fenomeni manifestatisi sul cadavere, prima ancora dei movimenti
dell'occhio e del dito. D'altro canto, volendo sostenere l'ipotesi, diciamo
così, “immaginifica” sarebbe stato più logico che i segni vitali rivelatori
partissero prima dal volto per poi trasmettersi al resto del corpo.
Lasciate da parte le spiegazioni possibili, sta di fatto che la testimonianza
dei due preti risultò decisiva. Anthur Norkot, la madre e la sorella vennero
condannati a morte. Per motivazioni che Sir John Mainard (che all'epoca del
processo aveva il grado di sergente) non spiega, la giuria stabilì di non condannare
il cognato di Norkot, John Okeman. All'atto della pronuncia della
sentenza, tutti e tre i condannati avevano gridato: «No, no, io non l'ho fatto».
Poi Agnes Okeman era stata rilasciata perché incinta, mentre Mary e Arthur
Norkot erano stati impiccati. Alla fine Mainard conclude dicendo: «Ho indagato
per sapere se nel momento dell'esecuzione capitale abbiano rivelato
qualcos'altro. Da quello che mi è stato detto, non l'hanno fatto».
 
CAPITOLO 12.
LA MASCHERA DI FERRO.

Il 19 novembre 1703, dopo una breve malattia, un uomo che aveva il volto
coperto da una maschera di ferro, moriva nella prigione della Bastiglia. Vi
era stato imprigionato trentaquattro anni prima e persino il responsabile delle
carceri reali, luogotenente Etienne du Jonca, non ne conosceva l'identità.
Nel suo diario annotava: «Ho sempre solo saputo che lo chiamavano M. de
Marchiel». Il giorno dopo la morte, l'uomo era stato sepolto sotto il nome di
Marchiolly e subito dimenticato dal mondo.
Divenne, invece, celebre circa un secolo dopo, a seguito di un libro di Voltaire,
Il secolo di Luigi XVI, in cui finalmente si raccontava la vera storia della
maschera di ferro. Stando a Voltaire, qualche mese dopo la morte del cardinale
Mazarino (avvenuta nel 1661), un giovane prigioniero col volto coperto
da una maschera di ferro - o meglio una singolare maschera composta
dal naso in giù di sottili lamelle mobili di metallo così che l'uomo poteva nutrirsi
senza togliersela - era stato tradotto alla prigione dell'Ile Sainte Marguerite.
Gli ordini erano tassativi: ucciderlo se avesse tentato di togliersi la maschera.
Al prigioniero, «uomo di grande statura... di nobile e aggraziato aspetto»,
era concesso chiedere e ottenere ogni cosa. Ciò che lo rendeva più felice
erano stoffe e merletti di finissima fattura. Doveva evidentemente trattarsi di
un personaggio di alto rango, se il governatore in persona scendeva sovente
nelle segrete per fargli visita. Anche al medico che lo andava ogni tanto a
controllare era vietato levargli la maschera. L'uomo misterioso secondo Voltaire
era morto nel 1704 (una data sbagliata, che slitta di un anno), ma la cosa
singolare sta nel fatto che quando era stato imprigionato per la prima volta
all'Ile Sainte Marguerite in Europa non si era segnalata la scomparsa di alcun
personaggio di nobile rango. Secondo Voltaire, un giorno l'uomo aveva
inciso alcune parole su un piatto e lo aveva gettato dalla finestra della prigione.
Il piatto era stato trovato da un pescatore, il quale recatosi dal governatore
della prigione si era sentito chiedere: «Avete per caso letto che cosa c'è
scritto?». Quando il pover'uomo gli aveva risposto che, per la sua ignoranza,
non era in grado di farlo, l'altro lo aveva licenziato semplicemente dicendogli:
«Bene, allora, potete andare... siete un uomo fortunato».
La storia proposta da Voltaire creò sensazione. Molte voci si erano rincorse
a proposito del misterioso prigioniero, ma non c'era stato mai nessuno che
aveva avuto il coraggio di affrontare l'argomento in modo così aperto e chiaro.
In verità, una stravagante e assurda storia intitolata La maschera di ferro,
a firma di un certo cavaliere di Mouhy era stata pubblicata ma subito bandita
cinque anni prima, anche se la vicenda era ambientata in Spagna e aveva
pochi punti di contatto con quella della vera maschera di ferro.
Chi era dunque l'uomo che si celava sotto la maschera e che cosa aveva fatto
per ricevere una simile punizione? Vent'anni dopo in Domande sull'Enciclopedia
Voltaire rivelava la verità o, per lo meno, quella che lui riteneva fosse
la verità. Per comprendere meglio la sua ipotesi dobbiamo inoltrarci per
qualche passo nella storia della Francia.
Si diceva che Luigi XIII fosse impotente e che comunque non corresse buon
sangue con la moglie, Anna d'Austria. La regina, infatti, era intima del Cardinal
Mazarino, di cui condivideva le idee e gli atteggiamenti politici e molto
probabilmente anche il letto, tanto che dopo la morte del re qualcuno era
arrivato a sostenere che i due avevano contratto un matrimonio segreto. Ecco,
ora, la teoria di Voltaire: Anna d'Austria aveva avuto un figlio da Mazarino,
prima della nascita dell'erede Luigi XIV. Il re, ovviamente, non era al
corrente di questo, ma se la cosa è vera, il delfino aveva in realtà un fratello
maggiore, cui, per quanto illegittimo, sarebbe potuta toccare la corona. Questo
il motivo per cui Luigi aveva deciso di imprigionare il fratellastro, il volto
eternamente coperto da una maschera, per evitare che eventuali forti somiglianze
riconducessero la sua nascita alla progenie reale...
Nel 1847, oltre un secolo dopo il racconto di Voltaire, toccava ad Alessandro
Dumas dare alle stampe il celebre romanzo L'uomo dalla maschera di
ferro, uno dei tanti fortunati seguiti alla serie de I tre moschettieri. È soprattutto
su questa trama che si fonderanno poi tutte le altre elucubrazioni successive,
non da ultimi gli spunti che hanno portato questa misteriosa vicenda
sugli schermi cinematografici. Secondo Dumas, il poveretto era il fratello gemello
di Luigi XIV. Ma non era un'ipotesi condivisa solo da lui, comparve
anche in un'altra opera dal titolo Memorie del duca di Richelieu, pubblicata
a Londra nel 1790. Si diceva che Luigi era nato a mezzanotte e il fratello gemello
era stato partorito alle 8,30 della mattina seguente, mentre il padre stava
facendo colazione. Approfittando della sua assenza, le balie lo avevano
subito fatto sparire, per evitare grane nella successione regale. Ma si era poi
scoperto che in realtà le Memorie altro non erano che un falso del segretario
del duca, l'abate Soulavie, e la storia è quasi certamente da ritenersi una mera
invenzione.
Nella sua introduzione alla traduzione del libro di Dumas, il critico letterario
Sidney Dark scrive:
Altre strampalate teorie hanno identificato il prigioniero con il duca di Monmouth, figlio
illegittimo di Carlo II, con un certo patriarca armeno, con Fouquet, l'ambizioso ministro
dei primi anni di regno di Luigi XIV, una delle figure centrali del romanzo di Dumas
e, idea fra le più bizzarre, addirittura con Molière. Correva voce che dopo lo strepitoso
successo del Tartufo i Gesuiti, offesi, fossero riusciti a convincere il re a farlo sparire
dalla circolazione. Ovviamente, tutte queste ipotesi non sono solo fantasiose, ma incredibili.
Gli storici più seri sono dell'idea che l'uomo che si nascondeva sotto la maschera
di ferro fosse un italiano, certo Mattiolo, ministro del duca di Mantova, che si era
attirato l'ira di Luigi per chissà quali intrighi.
Ma Dark non era del tutto corretto. L'uomo che molti ritenevano fosse la
maschera di ferro, era un italiano, un certo Ercole Mattioli, nato nel 1640, già
segretario del duca di Mantova. Il presunto oscuro intrigo che aveva fatto irritare
il re Luigi XIV era una transazione, una faccenda complessa. Nel 1632
la Francia aveva conquistato l'importante fortezza piemontese della città di
Pinerolo. Circa trent'anni dopo, aveva pensato di poter acquistare un altro
pezzo di territorio italiano nello stesso modo, annettendosi un'altra rocca decisiva,
quella della città di Casale, nei pressi di Torino, altra proprietà del duca
di Mantova. Questi, in grave crisi finanziaria, aveva assoluta necessità di
vendere, ma le trattative per il passaggio dovevano svolgersi nella massima
riservatezza, perché mentre Luigi era in rotta con la Spagna, il duca di Mantova
era circondato da molti amici spagnoli. Mattioli, che stava trattando l'affare,
si era lasciato scappare qualche parola di troppo e gli alleati spagnoli del
duca erano venuti a conoscenza delle richieste del re di Francia, così che la
cosa non era andata in porto. Luigi era furibondo, ma fintanto che Mattioli
stava in Italia non poteva assumere alcun provvedimento nei suoi confronti.
Prima di tutto Mattioli non doveva essere informato dell'ira del re verso di
lui. In secondo luogo doveva essere attirato con qualche scusa a Pinerolo e
qui, entrato nella giurisdizione reale, avrebbe potuto essere arrestato. Così
era accaduto e Mattioli era stato tradotto nelle carceri di Pinerolo, cui era preposto
il governatore Saint-Mars. Inoltre, tutto doveva restare
segreto. Mattioli, molto semplicemente, doveva sparire, per
marcire in prigione fino alla
morte. Non sappiamo con precisione quando tutto questo accadde, ma è presumibile
sia avvenuto attorno al 1694.
Mattioli è senz'altro un ottimo candidato, se anche si ricorda, tra l'altro,
che Etienne du Jonca, luogotenente del re e sovraintendente della prigione
dove era custodito, diceva che era conosciuto come “M. Marchiel” e il nome
che venne poi impresso sulla tomba fu “Marchiolly”. Ma, viene da chiedersi,
se Mattioli era veramente l'uomo dalla maschera di ferro, per quale
motivo il re avrebbe tenuta celata per così tanto tempo la sua vera identità,
soprattutto dopo che l'aveva fatto trasferire da Pinerolo alla prigione dell'Ile
Sainte Marguerite e poi alla Bastiglia? Forse perché Mattioli era stato rapito
in Italia, fatto che avrebbe potuto sollevare delle questioni
di politica internazionale. Ma in un momento storico così
improntato al pragmatismo difficilmente
qualcuno si sarebbe scandalizzato della cosa; e poi, perché impedire
che il volto del prigioniero potesse essere visto? Chi l'avrebbe potuto riconoscere?
Che aggiungere invece a proposito dell'ipotesi dei due gemelli, ancora oggi
l'idea che si è più di tutte radicata nella fantasia della gente e dell'opinione
popolare? L'idea era nata circa mezzo secolo prima che Dumas pubblicasse
il suo romanzo. Caduta la Bastiglia nel corso della Rivoluzione francese, gli
archivi della prigione vennero resi noti in un lavoro a stampa intitolato Bastiglia
senza segreti. Il responsabile della commissione che aveva avuto il
compito di prendere in esame la questione, certo M. Charpentier, esaminò
tutti i documenti possibili che in qualche modo lo portassero a identificare
l'uomo nascosto sotto la maschera di ferro. Confrontando quei
dati con quelli dell'archivio reale non era emerso nulla,
neppure un piccolo indizio, in cui
saltasse fuori che la regina Anna aveva dato alla luce due gemelli, oppure un
figlio illegittimo.
Tuttavia Charpentier era riuscito a scovare lo stesso qualcosa di interessante
a proposito del “vecchio prigioniero”, una specie di curiosa leggenda. Si
diceva che l'uomo era il figlio avuto da Anna d'Austria con il duca di Buckingham,
l'affascinante, diabolico ministro di Giacomo I e Carlo I. Era risaputo
che non gli era occorso molto per sedurre Anna, nel corso del suo soggiorno
in Francia nel 1626, anche se non si sa con quale risultato: non doveva essere
tanto facile per due personaggi così noti e continuamente tenuti sott'occhio
trovare l'opportunità e l'occasione di consumare un adulterio senza indurre
sospetti. Stando a ciò che racconta Charpentier, nel 1626 Anna aveva comunque
dato alla luce un figlio maschio, cui Luigi XIV, il delfino, che sarebbe
venuto al mondo da lì a dodici anni, rassomigliava come una goccia d'acqua:
da qui la necessità di coprirgli il volto con la maschera di ferro...
Questa, chiamiamola così, leggenda presenta alcuni particolari, che la rendono
plausibile. Sembra venisse raccontata per la prima volta da una certa
madame de Saint-Quentin, già amante del marchese de Louvois, ministro della
guerra di Luigi. E se (cosa pressoché certa), era venuta a conoscerla direttamente
dal marchese, doveva contenere una buona dose di verità. Non è tuttavia
da escludere che anche chi vi si oppone non sia nel giusto. Perché non è
detto che il marchese non abbia raccontato la storia che il suo re Luigi desiderava
venisse a conoscenza del popolo, una vicenda tanto strana da sembrare
impossibile, capace però al tempo stesso di placare i curiosi. Ad ogni buon
conto, non si trattava di una mera invenzione, senza capo né coda, bensì di un
racconto che presentava solide fondamenta. Se l'uomo dalla maschera di ferro
era nato nel 1626, al momento della morte avrebbe dovuto avere settantatre
anni. Ma le seppur poche testimonianze lo tratteggiano di almeno dieci anni
più giovane. Voltaire lo descrive come un uomo piacente e di bell'aspetto.
Ma nel 1669 - l'anno in cui era stato incarcerato - un uomo nato nel 1626
avrebbe dovuto avere quarantatre anni, un anziano per quel tempo.
In seguito Charpentier era riuscito a mettere insieme anche altri interessanti
particolari sulla intricata vicenda. Come Mattioli, il prigioniero era stato in
carcere a Pinerolo e anche all'Ile Sainte Marguerite. Ma non era Mattioli.
Perché altri archivi segreti rivelavano che quando nel 1681 Saint-Mars, il governatore
della prigione di Pinerolo, era stato incaricato di assumere la reggenza
della prigione di Exiles, il “vecchio prigioniero” lo aveva seguito,
mentre Mattioli era rimasto. Quando altre notizie d'archivio vennero alla luce,
si scoprì un interessante carteggio fra il ministro francese della guerra e
Saint-Mars. Ma, cosa ancora più significativa, c'erano anche lettere del re. In
questi documenti si attestava che l'uomo celato sotto la maschera altri non
era che un certo Eustache Dauger. Nel luglio del 1669 il marchese de Louvois
(padre della donna che aveva pettegolato con l'amante a proposito delle
imprese galanti del duca di Buckingham) scriveva in una lettera a Saint-Mars:
Il re in persona mi ha ordinato di tradurre un uomo che ha nome Eustache Dauger alle
carceri di Pinerolo. Sembra si tratti di una questione della massima importanza... Si è
raccomandato affinché venga sorvegliato a vista e che non gli vengano date informazioni
sulla sua situazione, né gli sia concesso di inviare delle lettere... Mi ha poi quasi minacciato
di morte qualora dia retta alle sue parole, dicendomi di fargli intendere che qualora
parlasse non avrei esitazioni a metterlo a morte.
Negli archivi c'erano anche altre due lettere a firma del re in cui veniva ampiamente
ribadito questo concetto. La stessa cosa, di nuovo: Eustache
Dauger era al corrente di qualche terribile segreto, che il re
non voleva che alcuno
al mondo venisse a conoscere. Ma, allora, perché non farlo fuori? Sarebbe
stato così facile. Da una parte perché il re, tutto sommato, non amava questo
genere di esecuzioni sommarie, dall'altra perché, forse, nutriva qualche
affetto nei suoi confronti. O forse, ancora, perché il re sperava in cuor suo che
un giorno o l'altro Dauger trovasse il coraggio di svelare il suo segreto.
Il primo a ipotizzare l'idea che l'uomo dalla maschera di ferro fosse Eustache
Dauger fu lo storico Jules Lair, che sostiene questa ipotesi in una biografia
dedicata al ministro delle finanze francese Nicholas Fouquet, anch'egli
condannato alla prigione a vita dal re. Fouquet, nato nel 1615, era stato uno
dei protetti del cardinale Richelieu e quando Mazarino - il successore alla carica
di Richelieu - era morto nel 1661, tutti si aspettavano che il
potente Fouquet diventasse il primo ministro del re. Invece il
giovane sovrano - all'epoca
soltanto ventitreenne - era stanco di Fouquet, che era diventato ricchissimo
grazie ai proventi della sua attività. Forse era geloso di Fouquet, che aveva
tentato di sedurre Louise de la Vallière, la figlia di un alto ufficiale destinata
a diventare la sua amante. Al suo posto Luigi aveva chiamato Jean-Baptiste
Colbert, il figlio di un calzolaio, già assistente di Fouquet. Come prima
azione, Colbert aveva immediatamente denunciato Fouquet di aver falsificato
i conti della corona. Fouquet, da parte sua, aveva compiuto il grossolano
errore di invitare il re nel suo castello, strabiliandolo con incredibili meraviglie,
uno sperpero fatto con danaro pubblico, che al sovrano non era per nulla
piaciuto. Fouquet venne arrestato, processato e condannato all'ergastolo
nella prigione fortezza della città italiana di Pinerolo. Nel 1675, al “vecchio
prigioniero” Eustache Dauger era stato concesso di fargli da valletto. Due
soltanto le possibili ragioni. O Fouquet era al corrente del segreto di Dauger
oppure non aveva alcuna importanza il fatto che lo venisse o meno a sapere,
dal momento che non sarebbe mai più stato rilasciato.
Ma chi era Dauger e di quale colpa si era macchiato? La prima risposta è più
ardua della seconda. Verso la fine degli anni Venti lo storico Maurice Duvivier
provò a darle. Il medico che aveva in cura la maschera di ferro nella prigione
della Bastiglia aveva riportato in un referto trattarsi di un uomo di circa
sessant'anni, nato dunque sul finire degli anni Trenta di quel secolo. Duvivier
si era messo a scartabellare negli archivi del tempo per trovare qualche
Dauger - o D'Auger, o Ranger, o Oger, o Daugé - che potesse in qualche
modo rispondere alla bisogna. Alla fine ne aveva rintracciato uno nei testi
conservati presso la Biblioteca Nazionale, un certo Oger (a volte detto anche
Dauger) de Cavoye, figlio di François de Cavoye, capitano dei moschettieri
del cardinale Richelieu, nato il 30 aprile del 1637. Era uno dei sei figli, di cui
quattro caduti in battaglia. Il quinto, Louis Dauger de Cavoye, era diventato
uno dei più fidi ufficiali di re Luigi XIV. Eustache era invece la pecora nera
della famìglia, quello che non ne combinava mai una giusta. E più Duvivier
approfondiva lo studio della sua personalità più si convinceva che la maschera
di ferro era proprio lui.
Il padre di Eustache, Francis de Cavoye, era andato a corte nel 1620 per
cercar fortuna. Proprio come il ben più celebre D'Artagnan di Dumas, in breve
tempo si era fatto un nome per via del suo ardimento. (D'Artagnan rispondeva
infatti a un personaggio vero, e aveva scortato Fouquet alla prigione
di Pinerolo). Dopo aver sposato una giovane vedova, Marie de Sérignan,
nel 1630 era stato nominato capo delle guardie del cardinale Richelieu. Marie
era una donna estremamente popolare per proprio conto. Era infatti intima
non solo di Richelieu ma anche del re ed era diventata damigella di corte
della regina. Così i figli avevano potuto anch'essi accedere a corte, tanto che
il giovane Eustache era entrato addirittura nel numero dei pochi favoriti del
sovrano, cosa che spiegherebbe la sua riluttanza ad assumere poi nei suoi
confronti estremi rimedi. François de Cavoye era caduto nell'assedio di Bapaume nel 1641, ma la posizione ormai assunta dalla moglie garantiva ai figli
che i favori della corte non sarebbero comunque venuti meno. Quattro
però erano morti in guerra. Eustache, che era pure un soldato che aveva preso
parte a molte campagne, era stato più fortunato e aveva salvato la pelle.
All'epoca era giovanissimo, avendo soltanto ventun'anni.
Nel 1659, a ventidue anni, Eustache Dauger venne coinvolto in un singolare
e strano affare. Il venerdì santo di quell'anno era presente nel corso della
celebrazione di una blasfema messa nera nel castello di Roissy, nel corso della
quale un maiale era stato battezzato e poi mangiato. La notizia si era diffusa
con la velocità del lampo, creando grande scalpore. Saltarono molte teste,
alcune carriere furono stroncate. Eustache era stato risparmiato forse solo per il grande rispetto di cui godeva la madre presso la corte reale. Solo che
sei anni dopo si era cacciato in un altro guaio, uno scandalo che lo aveva costretto
a rassegnare le dimissioni. Era scoppiata una questione con un paggio
in servizio presso l'antico castello di Saint Germain. Una versione dei fatti
(quella del duca d'Enghien) racconta che il paggio, completamente ubriaco,
aveva toccato con un bastone il duca di Foix mentre gli stava passando accanto.
Ne era nata una discussione e un uomo “che si chiamava Cavoye” aveva
ucciso il ragazzo. La cosa era stata vista come una sorta di sacrilegio, dal
momento che quel giorno il castello era santificato dalla presenza del re.
Mentre il duca di Foix che aveva fomentato il litigio era fuggito impunito,
l'uccisore era stato costretto a denunciare la propria identità. Che il Cavoye
di cui si parla fosse proprio Eustache sembra provato dal fatto che in quello
stesso anno aveva lasciato la guardia reale, mentre gli altri due fratelli ancora
in vita, Louis e Armand, avevano continuato a servire il re.
Subito dopo l'uccisione del paggio, la madre di Eustache era morta, lasciando
scritto nel testamento che il suo erede universale sarebbe stato Louis
e non Eustache che pure era il più anziano. La decisione era
stata presa almeno quattordici mesi prima dell'incidente del
paggio, cosa che ci induce a
ritenere che Eustache fosse considerato un buono a nulla già da tempo. Unica
concessione per lui fu un vitalizio di mille livree l'anno. Sistemato dal
punto di vista economico, Eustache era andato a vivere presso il fratello
Louis, il quale ricevuta l'eredità aveva preso alloggio in rue de Bourbon, non
lontano dall'ospizio di carità. Ma nel 1668 Louis Dauger era venuto a trovarsi
improvvisamente in serie difficoltà economiche. Aveva tentato di sedurre
una nobildonna che si chiamava Sidonia di Courcelles, il cui marito si
era sentito oltremodo oltraggiato. Louis aveva accettato la sfida a duello ed
era stato tratto in arresto. Dal momento che anche il ministro della guerra,
Louvois, era molto interessato alle grazie di Sidonia, aveva trovato il modo
di farlo condannare a morte. A salvarlo era intervenuto il ministro Colbert,
anche se non aveva potuto impedirgli di scontare i successivi quattro anni alla
Bastiglia. Una volta uscito, Louis se n'era andato in giro per il mondo; in
quel momento, frattanto, il fratello Eustache si trovava già a Pinerolo.
Perché? Che cosa aveva combinato di nuovo? Stando al Duvivier, nel 1668
aveva partecipato in qualche misura all'intrigo noto come “affare dei veleni”
o, meglio, a stendere una cortina fumogena sugli eventi scandalistici che ne
erano seguiti. La faccenda aveva avuto inizio nel 1673, quando alle orecchie
del capo della polizia, Nicolas de la Reyne, erano giunte alcune voci secondo
le quali si diceva che certe dame illustri avevano avvelenato e affatturato
scientemente i loro mariti. Erano scattate le indagini. Ma erano occorsi più di
quattro anni al de la Reyne per venire a capo di un intrigo terribile, una vera
e propria congiura dei veleni gestita con estremo profitto da alcune fattucchiere
e da certi preti dediti a messe nere. Quasi tutte le dame più in vista alla
corte erano fortemente coinvolte, fra cui anche la celebre
madame di Montespan, l'amante preferita del re. Il suo scopo
era quello di assicurarsi e mantenere
l'amore del sovrano, facendo passare in secondo piano le
velleità di un'altra temibile cortigiana, la sua rivale
acerrima, Louise de la Vallière. A tal
fine, la Montespan non aveva esitato a partecipare alle messe nere, offrendo
il suo ventre come altare, mentre un prete di nome Guibourg sgozzava un
neonato. Nel corso di un'altra cerimonia, finalizzata a ottenere una pozione
magica d'amore per il sovrano, si era ottenuta la mistura mescolando gocce
di sangue mestruale e dello sperma, ricavato da uno dei presenti che si era
masturbato rovesciando il suo seme in un calice da messa. Tutte queste cose
orribili avevano a tal punto scandalizzato il re da dar ordine immediato di
predisporre un'inchiesta. Le fattucchiere erano state allora condotte in gran
segreto in una camera buia, illuminata da fioche candele (detta poi “camera
ardente”) e sottoposte a tortura, con il preciso impegno che da quelle mura
non sarebbe dovuta uscire una sola indiscrezione. La maggior parte di coloro
che erano stati coinvolti nella brutta faccenda erano poi stati condannati al rogo,
mentre la Montespan era caduta in disgrazia.
Nel 1668, cinque anni prima che il de la Reyne fosse informato della faccenda
dei veleni, era già scoppiato un caso simile a Parigi e una fattucchiera
chiamata “la saggia” e il suo truce assistente, l'abate Manette, erano stati accusati
di magia nera e stregoneria. Si era fatto un gran parlare a proposito dei
filtri e delle pozioni d'amore, di messe nere e delle dame di corte. In questa
occasione era venuto alla ribalta per la prima volta il nome della Montespan,
ma la cosa era stata messa velocemente a tacere. La strega era stata condannata
al carcere a vita, mentre il Manette, che poteva contare su conoscenze
influenti, se l'era cavata con soli nove anni di esilio.
Ora, nella nuova faccenda dei veleni, l'abate Guibourg aveva ammesso di
essere stato lautamente ricompensato per aver celebrato una messa nera in
casa della duchessa d'Orléans su incarico di un chirurgo che dimorava assieme
al fratello in una casa nel quartiere di Saint Germain, nei
pressi dell'ospedale di carità. Era esattamente qui che
Eustache e suo fratello Louis vivevano
nel 1668. Un altro resoconto del rapporto a proposito dei fatti della camera
ardente parlava, inoltre, di un medico chirurgo, certo d'Auger, incaricato
di procurare “droghe”. Duvivier immagina che questo d'Auger altro non
fosse che Eustache e che era stato proprio il forte coinvolgimento nel losco
affare della fattucchiera e dell'abate Manette a provocare il suo allontanamento
da corte. Prove scritte attestano che Eustache era stato arrestato a
Dunkerque da guardie di uno speciale corpo di polizia per ordine preciso del
re, mentre stava per imbarcarsi alla volta dell'Inghilterra. Probabilmente Duvivier
non sbaglia. Eustache avrebbe potuto essere coinvolto nell'affare dei
veleni e poteva essere il dottor d'Auger citato nei rapporti. Ma ancora non si
capisce come mai il re volesse condurre tutte queste operazioni nella massima
riservatezza e segretezza. Dopo tutto, l'abate Manette era stato esiliato,
non ucciso e dunque, se solo avesse voluto, avrebbe potuto tranquillamente
vuotare il sacco raccontando tutto ciò che di marcio succedeva presso la corte
francese. Ecco perché l'ipotesi di Duvivier a proposito di Dauger visto come
mago e spacciatore di veleni convince solo in parte.
Ma esiste un'altra e assai interessante ipotesi, quella che collega Dauger con
il mistero di Rennes-le-Chàteau (vedi il Capitolo 28). Nel suo bel libro dal titolo
Il Santo Graal Henry Lincoln afferma che Fouquet, lo sfortunato ministro
delle finanze, avrebbe potuto essere l'uomo che si celava dietro la maschera
di ferro. Ma questo, come sappiamo, è impossibile perché Fouquet era
morto nel 1680, vale a dire la bellezza di ventitré anni prima del “vecchio prigioniero”.
Ma Lincoln sottolinea anche che nel 1656 il fratello di Fouquet,
Luigi, era stato inviato a Roma per presenziare alla mostra di un pittore di nome
Poussin, il quale aveva indirizzato a Fouquet una strana e curiosa lettera
a proposito di alcuni segreti che gli avrebbe potuto far conoscere «per il tramite
del signor Poussin, conoscenze che avrebbero fatto molto comodo a
qualsiasi sovrano». Si immagina che questi segreti si riferissero a qualcosa
che aveva a che fare con il tesoro nascosto di Rennes-le-Chàteau. Il quadro
di Poussin intitolato Ipastori di Arcadia, una tela che conteneva la chiave del
grande segreto, venne acquistata da Luigi XVI che la teneva nella sua stanza
privata dove nessuno la poteva osservare. È possibile che Fouquet conoscesse
il segreto di Rennes-le-Chàteau e che per questo il re lo avesse fatto rinchiudere
a Pinerolo - dove gli era assolutamente proibito di parlare con chicchessia
- per costringerlo a svelarglielo? Esiste ancora una eventualità in
questo senso. Stando a Lincoln una parte importante del prezioso segreto
concerneva un ordine cavalleresco occulto detto Priorato di Sion, il cui scopo
era quello di ripristinare la dinastia dei Merovingi sul trono di Francia.
Nel XVII secolo i Merovingi - i discendenti del re Meroveo - erano costretti
al casato di Lorena. Il fratello più giovane di Luigi XIII, Gastone d'Orléans,
aveva sposato la sorella del duca di Lorena e c'era stato un tentativo fallito di
deporre Luigi per insediare Gastone al suo posto, cosa che avrebbe significato
la restaurazione del governo merovingio sul trono di Francia. Il golpe era
fallito tuttavia poiché il re Luigi non aveva figli, la possibilità che qualcuno
della casa di Lorena potesse ancora ambire al trono non era svanita del tutto.
Era stato proprio in questo frangente che Anna d'Austria, aveva stupito tutti
generando il delfino, colui che sarebbe diventato Luigi XIV...
Scrive Lincoln: «Stando a scrittori contemporanei e successivi, il vero padre
del ragazzo era il cardinale Richelieu, o uno “stallone” designato dallo stesso
cardinale...».
Chi avrebbe potuto essere questo “stallone”? Il primo candidato che viene
alla mente non può che essere l'affascinante capo della sua guardia personale,
il comandante dei moschettieri, François Dauger de Cavoye. In merito alla
nascita di Luigi XIV sono nate molte leggende e versioni. La più diffusa è
che il piccolo sarebbe nato a seguito dei tanti sforzi compiuti da Richelieu di
far unire i due sposi, riuscendoci, alla fine, una volta in cui a causa di un violento
temporale Anna e Luigi erano a lungo rimasti soli in un capanno. Ovviamente
non è da escludere che Luigi fosse stato concepito anche solo a seguito
di un unico rapporto; ma la cosa sarebbe stata più che sufficiente per
presentare il piccolo come frutto del loro amore, convincendo Luigi che l'erede
non poteva essere nato che dal suo regale seme...
Sono molti gli autori che sottolineano la straordinaria somiglianza fra Louis
Dauger de Cavoye, il fratello più giovane di Eustache, e il re Luigi XIV. Cosa
del tutto comprensibile e logica qualora i due fossero fratellastri, nati dalla
stessa madre.
E così alla fine siamo arrivati a immaginare un'ipotesi che può spiegare del
mistero dell'uomo dalla maschera di ferro. Lo “stallone” che Richelieu aveva
incaricato di ingravidare la regina altri non era che François Dauger de
Cavoye. A lui sarebbe toccato il compito di far sì che la Francia potesse avere
un erede, in modo da contrastare e definitivamente frustrare tutte le aspirazioni
degli eredi dei Merovingi (e con essi del Priorato di Sion). Sia Eustache
che Louis Dauger sapevano che il re Luigi era loro fratellastro. Ecco
spiegato come mai Louis era diventato uno dei suoi favoriti, una volta uscito
dalla Bastiglia. Era una persona cui poter affidare un segreto senza tema che
lo andasse a spifferare ai quattro venti. Invece per la pecora nera Eustache era
tutto diverso. Dopo la sua caduta in disgrazia, le dimissioni dalla guardia regia,
l'arresto e l'imprigionamento, Eustache aveva cominciato a parlare un
po' troppo. Forse aveva addirittura tentato di ricattare il re, con minacce del
tipo: rilasciate mio fratello, altrimenti... Per questo Eustache era stato spedito
lontano dalla Francia, nella prigione di Pinerolo, con l'ordine tassativo di
non farlo parlare con nessuno ed ecco perché quando il
governatore Saint-Mars aveva lasciato Pinerolo per altra
destinazione gli era stato imposto di
portarsi dietro il “vecchio prigioniero”. Non è neppure da escludere che Eustache
fosse coinvolto nel Priorato di Sion e nel complotto per rovesciare
Luigi e riconsegnare il trono di Francia alla discendenza merovingia; d'altra
parte quale migliore opportunità, per destituire il re dal comando, di quella di
rivelare al popolo che egli non era affatto il vero figlio di Luigi XIII che l'aveva
preceduto sul trono? Fouquet forse conosceva il segreto ancora prima e
pure lui era quasi certamente collegato alle macchinazioni del Priorato di
Sion. (Secondo Lincoln, Fouquet era stato arrestato e processato per questo,
anche se Luigi aveva provato a farlo condannare a morte invano, dal momento
che la corte aveva respinto la richiesta). Ecco anche perché ad Eustache
era stato concesso di fare da valletto all'ex primo ministro caduto in disgrazia.
Quando però un'altra vecchia conoscenza di Dauger, il duca di Lauzun,
era stato pure lui imprigionato a Pinerolo, si era ben badato a tenerli separati
e lontani.
Questa teoria riesce a chiarire molte cose. Riesce a spiegare, per esempio,
perché il ministro della guerra Louvois (di certo al corrente del segreto) aveva
raccontato alla sua amante che la maschera di ferro altri non era che il figlio
illegittimo che la regina Anna d'Austria aveva avuto dal duca di Buckingham.
E non era tanto lontano dalla verità. Rendeva ragione del motivo per
cui il re desiderava mantenere segreta l'esistenza del prigioniero. Spiega anche
come mai Dauger era costretto a indossare la maschera di ferro quando
era in presenza di altre persone: perché essendo suo fratello, il re gli assomigliava
in modo impressionante. Infatti, suona impossibile immaginare perché
un uomo debba portarsi sul volto per tutta la vita una maschera di ferro, se
non è proprio la sua faccia la chiave decisiva di un grande segreto.
Ovviamente si deve riconoscere che esistono non poche obiezioni a questa
ipotesi. Quando al re Luigi XV venne finalmente svelato il segreto della maschera
di ferro dal suo vicario reggente, il duca di Orléans, si dice abbia
esclamato: «Bene, se per caso è ancora vivo desidero dargli la libertà». Forse
che il nuovo sovrano riteneva davvero poco importante che suo nonno fosse
il figlio del capitano dei moschettieri del capitano Richelieu? Può darsi,
d'altra parte, al momento, il suo trono era al sicuro. Ma c'è un'altra storia legata
a Luigi XV che getta un ulteriore pizzico di dubbio. Quando il duca de
Choiseul lo aveva interrogato a proposito del misterioso prigioniero, egli si
era rifiutato di parlare, salvo dire: «Sappia, duca, che tutte le congetture fatte
fino ad ora sono tutte false illazioni». Poi aveva aggiunto un ultimo, enigmatico,
pensiero: «Se conosceste ogni cosa in merito, vi rendereste conto di
quanto poco importante sia questa faccenda». Se questo ultimo commento è
vero - e non si trattava semplicemente di uno stratagemma per sviare l'incalzante
curiosità del duca - ebbene, significa che le migliaia di pagine che sono
state scritte sul misterioso uomo che si celava dietro la maschera di ferro,
sarebbero state tutte scritte invano.
 
CAPITOLO 13.
I MIRACOLI DI SAINT-MÉDARD.

Gli stranissimi eventi che ebbero luogo, fra il 1727 e il 1732, nel piccolo cimitero
annesso alla chiesa di Saint-Médard a Parigi in apparenza sono così
incredibili e irrazionali che il lettore moderno non può che ritenerli una mera
invenzione. Ma farebbe male, perché ad attestarne la veridicità esiste una
massa impressionante di documenti e testimonianze, fra cui alcune di medici,
magistrati e pubblici funzionari del tutto rispettabili e credibili.
I fenomeni ebbero inizio nel maggio del 1727, con la sepoltura del diacono
Francis di Parigi, un uomo di soli trentasei anni, morto in odore di santità e
autore di molte guarigioni impossibili. François era un seguace del vescovo
Cornelius Jansen, il quale predicava che l'uomo si poteva salvare solo in
virtù della grazia divina e non tramite i suoi sforzi. François non aveva dubbi:
tutti i suoi poteri taumaturgici provenivano direttamente da Dio.
Al funerale avevano partecipato in tanti, il popolo era in lacrime. Dopo la
cerimonia, il feretro del diacono era stato collocato in un loculo subito dietro
il grande altare della chiesa di Saint-Médard. Poi era sfilata la congregazione
e la tomba era stata ricoperta di fiori. Quindi era seguito il popolo. Un padre
che accompagnava sorreggendolo il figlio storpio lo aveva fatto appoggiare
sul feretro. All'istante il ragazzo era stato assalito dalle convulsioni e sembrava
gli fosse preso un colpo. La gente, impietosita, lo aveva trasportato in
un angolo discosto, per evitare che i suoi contorcimenti disturbassero la processione
dei fedeli. Di colpo però gli spasimi erano cessati. Il giovane si era
come ridestato, aveva aperto gli occhi, guardandosi attorno con sorpresa,
quindi, lentamente, si era rimesso in piedi da solo. Intuita la miracolosa guarigione,
un sorriso di gioia gli aveva illuminato il volto e, come d'incanto, si
era messo a ballare e a saltare, piangendo e ridendo allo stesso tempo. Il padre,
incredulo, lo osservava inebetito: il figlio muoveva con piena energia la
gamba destra da sempre rattrappita e priva di muscoli. Qualche giorno dopo
dichiarò che l'arto non solo si era riattivato, ma era diventato eguale all'altro,
vale a dire tonico e muscoloso.
La notizia si era diffusa in un lampo. Nel giro di poche ore paralitici, storpi,
lebbrosi, gobbi e ciechi si riversarono presso la chiesa. Dapprincipio la cosiddetta
gente “perbene” non aveva dato alcun peso agli eventi: la maggior
parte dei seguaci del diacono era povera gente. I benestanti, infatti, preferivano
affidare gli affari della loro anima ai potenti Gesuiti, colti e mondani.
Ma ben presto tutti si accorsero che l'ignoranza e la credulità del popolo non
poteva di certo bastare da sola a giustificare le storie incredibili che stavano
ormai diffondendosi in tutta la città. Membra e arti deformi che si raddrizzavano;
oscene escrescenze carnose e tumori che scomparivano senza lasciare
traccia; piaghe e ferite purulente e dolorose che si risanavano all'istante.
Consultati sui fatti, gli esperti Gesuiti affermarono che si trattava di frodi
oppure dell'opera del diavolo. Come risultato la maggior parte della gente di
Parigi si rifiutava dunque di prendere per buono ciò che stava clamorosamente
accadendo alla chiesa di Saint-Médard. Tuttavia, alcuni personaggi
dalla mentalità più aperta si sentirono incuriositi dal fenomeno e recatisi alla
chiesa ne erano tornati assolutamente sconvolti. In alcuni casi la loro testimonianza
venne scritta, come, per esempio, quella di un certo Philippe
Hecquet, il quale tentò di spiegare ogni cosa ricorrendo a
fenomenologie naturali.Altri, come il monaco benedettino Bernard Louis de la Taste, si scagliò invece
contro coloro che ottenevano i miracoli attaccandoli sul piano teologico,
senza comunque riuscire a rintracciare in essi o nei testimoni malafede o
inganno. L'accumulo delle testimonianze scritte divenne così voluminoso da
indurre il grande filosofo David Hume a scrivere nella sua opera Ricerca sull'intelletto
umano (1748):
Non sembra di potersi assegnare un certo numero di fatti miracolosi solamente a una
persona... ma ciò che è ancor più straordinario è il fatto che questi eventi venivano all'istante
avallati sul posto, al cospetto di giudici di indiscussa integrità morale e testimoni
credibili, in un'epoca di razionalità... Mi chiedo: dove, in altro contesto, possiamo vantare
un così alto numero di circostanze univoche nell'attestare la veridicità di una serie
di fatti?
Uno di coloro che con maggiore attenzione si applicò alla considerazione
degli eventi era un avvocato di nome Louis Adrien de Paige. Quando aveva
parlato della questione all'amico, il magistrato Louis Basile Carré de
Montgéron, questi, come primo avvertimento, l'aveva messo sull'avviso di
stare bene attento a non cadere nella trappola delle falsificazioni e delle truffe
ordite da personaggi dubbi e senza scrupoli. Alla fine, però, dopo le tante
insistenze dell'amico, il giudice si era deciso a dare un'occhiata di persona
alla chiesa, anche solo per il gusto di scoprire in quale modo l'amico, che
pure riteneva esperto, era stato ingannato. I due arrivarono a Saint-Médard
la mattina del 7 settembre 1731. Quando Montgéron aveva lasciato la chiesa
era un uomo diverso, un uomo pronto a sfidare convenzioni e ipocrisie e
persino a farsi imprigionare pur di testimoniare la veridicità di ciò che aveva
veduto.
La prima cosa in cui si era imbattuto appena giunto al piccolo cimitero era
un numero imprecisato di donne che si agitavano a terra, aggrovigliandosi
nelle posizioni più incredibili, alcune rovesciate all'indietro con la schiena fino
ad arrivare a toccarsi i talloni con la testa. Tutte indossavano un lungo abito
che scendeva fino ai piedi, arrotolato in vita. Paige spiegò all'amico che
quell'abito era di prammatica per tutte quelle donne che desideravano ottenere
un qualche miracolo grazie all'intercessione del santo diacono. Attorno
a quelle donne smanianti, sin dai primi giorni si era andata
intanto a schierare una piccola folla di uomini e ragazzi che
seguivano le loro convulsioni con
occhio al tempo critico, interessato e curioso.
In compenso non mancavano gli assistenti maschi devoti al santo diacono
deceduto. Montgéron rimase stupito da un fatto: alcune fra le donne in preda
alle smanie venivano duramente flagellate e percosse, almeno per quello che
gli era riuscito di intuire nella grande confusione di quel luogo. Gli addetti alla
chiesa le battevano sonoramente con sottili verghe di metallo o di legno.
Altre invece stavano coricate a terra, portando appoggiati sul corpo dei grandi
pesi. Una giovane, il busto scoperto, si lasciava invece pizzicare i capezzoli
da un uomo che glieli torceva con un paio di pinze metalliche. Nessuna
fra le torturate si lamentava anzi, al contrario molte sollecitavano le fustigazioni
e le pene. La cosa più stupefacente consisteva nel fatto che, dopo questo,
un gran numero di loro era risanata da malattie e deformità dalle quali
erano afflitte da tempo.
In un altro settore del cimitero, i due investigatori notarono una ragazza di
non più di diciotto anni tranquillamente seduta a un tavolo. La scena sembrava
del tutto normale, se non che avvicinandosi, Montgéron aveva notato il
contenuto del piatto dal quale la ragazza stava mangiando: dall'aspetto e dall'odore
non potevano esserci dubbi: si trattava di escrementi umani, mentre
la giallastra bevanda che accompagnava ogni boccone era urina. La ragazza
era stata condotta alla chiesa per essere risanata da quella che noi oggi chiameremmo
una nevrosi: si sentiva spinta a lavarsi le mani ogni momento ed
era così schizzinosa nei confronti del cibo da non accettare nulla che già fosse
stato toccato da qualcun altro. La forza miracolosa del diacono l'aveva
guarita al punto che da giorni di sua spontanea volontà si era messa a mangiare
escrementi e a bere urina, con gioia e piacere, a dimostrazione che da
quel momento in poi a tavola nulla più le avrebbe fatto ribrezzo. Ma la cosa
ancor più eccezionale stava nel fatto che dopo ogni pranzo di questo genere,
la ragazza apriva la bocca da cui le zampillava del latte. Paige ne aveva raccolto
una tazza e aveva avuto modo di constatare che, almeno all'apparenza,
si trattava in modo inequivocabile di latte di mucca.
Passati oltre la ragazza che si nutriva di escrementi, i due curiosi investigatori
stavano per affrontare un'altra, insospettata prova. In un'ulteriore parte
del cimitero un gruppo di donne si era volontariamente offerto per ripulire ferite
purulente e bubboni ulcerosi leccando le ferite con la lingua. Trattenendo
a stento la spinta al vomito, Mongéron si era fatto forza e si era avvicinato a
una piccola ragazza cui stavano sfasciando una gamba tutta in suppurazione
e piena di chiazze di pus giallastro. In alcuni punti la ferita era così profonda
da consentire di scorgere l'osso. La donna che si era offerta per la singolare
pulizia era una delle convulsionarie, già risanata dal volere divino. Dio ora
l'aveva fatta strumento per altre guarigioni, ma soprattutto per dimostrare come
la sensazione del ribrezzo e del disgusto potesse venire facilmente superata
applicandosi a un'opera meritevole. Malgrado tutto, anche lei era sbiancata
in volto quando le avevano presentato la gamba putrefatta della ragazza.
Dopo un attimo di concentrazione, rivolti gli occhi al cielo, la donna aveva
pregato per qualche istante, poi si era chinata, aveva poggiato il volto sulla
gamba e aveva iniziato a leccare le ferite, emettendo dalla bocca una sostanza
medicamentosa che le avrebbe risanate. Finita l'operazione, che si era protratta
per qualche momento, Montgéron aveva potuto constatare come le ferite
fossero state tutte perfettamente ripulite dalla lingua della convulsionaria.
Qualche tempo dopo Paige attestò che la guarigione della ragazza era a buon
punto e che sarebbe stata senz'altro completata dopo qualche altra applicazione.
Ciò che i due videro subito dopo vinse ogni loro resistenza e ogni loro dubbio,
facendo toccare con mano che in quel luogo, in quei giorni, essi erano testimoni
di qualcosa di profondamente significativo. Alla chiesa era arrivata
una ragazza di sedici anni, Gabrielle Moler, che aveva suscitato un grande interesse
attorno a sé. Montgéron si rese conto che ciò che la riguardava faceva
di lei un personaggio, come dire, celebre, eclatante, pur in mezzo a tante
straordinarie prestazioni e meraviglie. Toltasi il mantello, lo aveva disteso a
terra e ci si era coricata sopra, la gonna fermata ai fianchi. Con lei erano arrivati
anche quattro uomini che portavano delle barre di ferro appuntite e che
ora, in piedi, le si erano messi attorno. A un suo sorriso, le avevano piantato
le barre nello stomaco. Ad un tratto, quando le punte avevano perforato le vesti
e stavano per penetrare nella carne, Montgéron si era trattenuto a stento
dall'intervenire in salvataggio della ragazza. Eppure, anche a ben scrutare,
non c'era traccia di sangue. D'altra parte, nessuno si era mosso e la stessa ragazza
mostrava apertamente di essere calma e serena. Quindi le barre le erano
state premute a tutta forza contro il mento, rovesciandole la testa all'indietro.
Sembrava inevitabile dovessero fuoriuscire dalla bocca, ma così non
era avvenuto e osservando da vicino i punti di contatto non si notava alcuna
ferita. Poi i quattro energumeni avevano preso delle pale metalliche col bordo
affilato e le avevano premute con forza sul petto della ragazza, la quale
non aveva battuto ciglio, anzi si era messa a sorridere. Il petto di una persona
normale, aggredito con tanta forza e violenza da attrezzi simili si sarebbe
dovuto squarciare ed invece quello di Gabrielle aveva resistito senza riportare
alcuna ferita. Una delle pale taglienti le era stata piazzata proprio sulla gola
e l'uomo che la maneggiava si era dato visibilmente da fare per spiccarle
la testa dal collo, senza ottenere il benché minimo risultato. Non le aveva
neppure scalfito la pelle del collo.
Completamente frastornato, Montgéron aveva seguito altri esperimenti. Ad
un certo momento Gabrielle era stata battuta con violenza con una specie di
grande manganello di ferro pieno e sul suo corpo disteso a terra era stato lasciato
cadere dall'alto e più volte un peso di 25 kg senza che la ragazza desse
segno di sofferenza. Infine, proprio davanti ai suoi occhi, Montgéron l'aveva
vista mettere la testa in un falò senza neppure scottarsi. Lui si trovava
così vicino al fuoco da avvertirne il forte calore, eppure né i capelli né le ciglia
della giovane erano stati bruciati. Quando poi Gabrielle, afferrato un carbone
ardente aveva fatto segno che l'avrebbe messo in bocca, i nostri due curiosi
indagatori non ce l'avevano fatta a resistere e se n'erano andati.
La curiosità li aveva però riportati altre volte presso la chiesa, fino a quando
Montgéron non ritenne di aver raccolto materiale sufficiente per redarre il
primo dei suoi volumi dedicati ai fatti miracolosi di Saint-Médard. Credendo
di fare chissà quale bella figura, Montgéron ne aveva fatto dono al re Luigi
XV, il quale ne era stato così fortemente scosso da indignarsi e ordinare di
gettare in carcere il povero autore. Ma Montgéron non si era certo arreso; sapeva
di poter corroborare ciò che raccontava con la testimonianza di molte
persone e così appena uscito di prigione aveva pubblicato altri due volumi di
meticolosi rendiconti, pieni di osservazioni e attestazioni scientifiche riguardanti
quei fatti straordinari.
L'anno successivo l'imprigionamento di Montgéron - vale a dire il 1732 -
le autorità parigine deciso che ciò che stava accadendo a Saint-Médard stava
andando avanti ormai da troppo tempo e, non essendo uno spettacolo edificante,
avrebbe dovuto cessare una volte per tutte. Venne così ordinato di
chiudere il cimitero. C'era però un particolare di cui non si era tenuto conto:
le convulsionarie avevano scoperto che quelle loro prestazioni straordinarie
potevano ottenerle anche in altri luoghi e dunque, imperterrite, avevano continuato
nelle loro attività. Un altro scettico incallito come lo era
stato Montgéron, era lo scienziato La Condamine. Pure lui però
ebbe modo di cambiare
opinione. Un giorno del 1759 aveva infatti assistito a un evento per lo meno
singolare. Una ragazza, conosciuta come sorella Françoise, si era fatta crocifiggere
per alcune ore a una croce di legno. Mani e piedi erano stati inchiodati
con lunghi chiodi di ferro e il costato trafitto con una punta metallica.
Esaminando la ragazza, La Condamine ne aveva ovviamente constatato le ferite
e il singolare fatto che sanguinavano quando venivano rimossi i chiodi,
tuttavia le sue condizioni non potevano certo dirsi gravi, dal momento che un
simile supplizio avrebbe provato in modo ben peggiore qualunque altro soggetto.
Raccontati i fatti, che dire dal nostro punto di vista di osservatori del XX secolo?
Per alcuni studiosi si trattò di un caso, forte e imperioso, di ipnosi collettiva,
di suggestione di massa. Ma anche se questa ipotesi potrebbe in qualche
modo spiegare i casi come quelli della mangiatrice di escrementi o delle
leccatrici di ferite purulente, diventa meno credibile al cospetto di casi come
quello di Gabrielle Moler. Questo, infatti, ci rimanda più che altro alle cerimonie
ritualistiche di dervisci e fachiri. J. G. Bennett, per esempio, nel suo libro
Witness descrive una cerimonia derviscia in cui un uomo coricato a petto
nudo usciva indenne da una prova sconvolgente: due energumeni premevano
con tutta la loro forza due lame affilate e appuntite come rasoi sul suo ventre,
saltando e accanendosi nel vano tentativo di squartarlo o per lo meno ferirlo.
Ciò che in queste circostanze si attiva sembra possa definirsi come il prevalere
della mente sulla materia, qualcosa di ancora più profondo e potente dell'ipnosi,
non ancora compreso e meritevole di tutta la nostra attenzione di
studiosi.
Riteniamo che smettere di andare a caccia di una soluzione di ordine scientifico
per i miracoli di Saint-Médard sarebbe un atteggiamento da sciocchi.
Nel frattempo però non lasciamoci neppure troppo sviare o ingannare dalle
spiegazioni troppo superficiali degli scettici incalliti.
 
CAPITOLO 14.
IL MOSTRO DI LOCH NESS.

Il Loch Ness, il più esteso lago delle isole britanniche, ha una superficie di
quasi sessanta chilometri quadrati ed è largo circa due chilometri, con una
profondità nei punti massimi di oltre trecento metri. Fa parte del Great Glen,
una gigantesca fenditura che taglia dritta tutta la Scozia da una costa all'altra,
apertasi dai 300 ai 400 milioni di anni orsono come risultato di massicci terremoti
e poi ulteriormente allargata e scavata dall'azione di poderosi ghiacciai.
Sul fronte meridionale del lago si trova la cittadina di Fort Augustus,
mentre a nord c'è Inverness. Fino al XVIII secolo la zona del lago è stata praticamente
inaccessibile, salvo per alcuni tortuosi camminamenti. Fu solo nel
1731 che il generale Wade diede inizio ai lavori della strada che corre da Fort
Augustus fin verso la parte alta del lago (anche se Fort Augustus venne chiamata
con questo nome soltanto qualche tempo dopo, nel 1742). Ma questa
strada irta non costituiva ovviamente la soluzione più breve per unire Fort
Augustus e Inverness, i due poli estremi dello specchio d'acqua, perché la via
più corta passa per la costa settentrionale. All'inizio degli anni Trenta è stata
realizzata anche questa strada e una grande quantità di rocce frantumate e di
riporto sono scivolate lungo i versanti scoscesi del lago.
La strada era stata appena finita quando, quel 14 di aprile del 1933, i coniugi
Mackay proprietari del Drumnadrochit Hotel stavano rientrando a casa da
una gita a Inverness. Erano pressappoco le tre del pomeriggio quando, ad un
tratto, volgendosi verso il lago la donna aveva gridato al marito: «Ehi, John,
che cosa è quella cosa laggiù?». In mezzo al lago l'acqua stava infatti increspandosi.
Dapprima avevano pensato a un paio di anatre in combattimento,
poi avevano scartato l'ipotesi perché la perturbazione era troppo evidente.
Fermata l'auto, avevano potuto notare al centro del lago la grande sagoma
scura di uno strano animale che, dopo alcuni istanti, si era girato e aveva fatto
rotta verso la banchina di Aldourie, sull'altro versante del lago. Giusto per
un solo attimo i due riuscirono a scorgere due protuberanze nere che scomparivano
e riemergevano dall'acqua con un moto ondeggiante, poi la creatura
era scomparsa dall'osservazione.
I Mackay non pubblicizzarono l'avvistamento, ma, come sovente accade, le
solite voci erano arrivate alle orecchie dell'ufficiale sovraintendente alle acque,
Alex Campbell, il quale, fra l'altro, era anche il corrispondente locale
dell'«Inverness Courier». Dopo aver intervistato i due testimoni aveva spedito
un dettagliato rapporto, uscito il 2 maggio, vale a dire più
di due settimane dopo. Si racconta che l'editore aveva
esclamato: «Se quella cosa è per
davvero tanto grande come la descrivono, non è una creatura normale, è un
mostro». Così il “mostro di Loch Ness” era stato battezzato per sempre.
A stretto rigore questa non è stata la prima segnalazione del mostro comparsa
in forma scritta. La prima in assoluto, infatti, la troviamo nell'opera intitolata
Vita di san Colomba databile attorno al 565 d.C. Si racconta di come
il santo, giunto a un porticciolo sul lago, si era imbattuto in alcuni uomini che
stavano seppellendo un loro amico ucciso dall'assalto di un mostro mentre
stava nuotando nel lago. Colomba aveva allora ordinato a uno dei suoi seguaci
di nuotare fino al centro dello specchio d'acqua. Udito il rumore, il
grande mostro era nuovamente ricomparso, ma Colomba gli aveva imposto il
segno della croce ordinandogli di andarsene e così era accaduto...
Altri resoconti lungo il corso dei secoli non sono facilmente reperibili. Nel
suo repertorio sul mostro, Nicholas Witchell menziona tuttavia alcune apparizioni
a proposito di una «bestia» o «spirito acquatico maligno» comparsa
nel Loch Ness, attingendo da libri editi fra il 1600 e il 1800. Quando nel 1904
il comandante Rupert Gould diede alle stampe il suo libro sul mostro, un certo
dottor D. Mackenzie di Balnain gli scrisse confessandogli di avere avvistato
il mostro nel 1871 o l'anno dopo. Per quel che rammentava, sembrava
una nave con la prua rivolta verso l'alto e si muoveva a grande velocità «sollevando
spruzzi d'acqua tutt'attorno». Il già citato Campbell, riferisce che un
contadino di nome Alexander MacDonald aveva visto il mostro, nel 1802 e,
guarda caso, ne aveva parlato proprio con uno dei suoi antenati. Era evidente
però che racconti simili suonavano molto sospetti, come se la gente locale,
specialmente i gestori di locande, li confezionasse appositamente per attirare
i creduloni e lucrare sul turismo indotto. A metà degli anni Trenta, Nessie
(così era stato nel frattempo battezzato il mostro) era diventato più una sorta
di favola che qualcosa di concreto. Il primo vero avvistamento moderno, avvenne
proprio in questi anni. Sul «Northen Chronicle» era uscito un trafiletto
in cui si diceva che il 22 giugno di quel 1930 tre giovani, usciti in barca
per pescare, nei pressi della spiaggia di Dores sul lato meridionale del lago,
avevano avuto modo di osservare a poco più di 500 m di distanza un forte
sommovimento delle acque. Poi era comparsa una grande creatura scura che
si muoveva verso di loro sul filo della superficie. Giunta a meno di 300 m di
distanza aveva cambiato traiettoria e si era inabissata. Dissero che non poteva
di certo essere né «uno squalo elefante né una grande foca».
L'estate del 1933 fu una delle più calde per gli avvistamenti. Con la fine della
stagione la notizia che un mostro infestava il Loch Ness era comparsa su
tutti i giornali del mondo, suscitando un grande interesse ovunque.
La creatura era anche stata avvistata a terra. In un placido pomeriggio d'estate,
il 22 luglio 1933, i signori Spicer stavano rientrando a Londra da una
vacanza nelle Highlands. Verso le quattro, stavano percorrendo la strada a
sud che da Inverness conduce a Fort William (quella che un tempo era la strada
originaria voluta dal generale Wade), trovandosi a metà percorso fra i molidi Dores e Foyers. A non più di 200 m, avevano avvistato una grossa macchia
scura, simile a un tronco d'albero, che stava attraversando la strada.
Subito dopo si erano resi conto che era un essere enorme con un lungo collo, cui
seguiva un corpo grigiastro alto circa un metro e mezzo (il signor Spicer ebbe
a dire: «Era orribile, un'abominazione»). Stava ormai lasciando la strada
per infilarsi nella boscaglia. Dal loro punto di vista non avevano potuto notare
se era munito di zampe. Quando avevano raggiunto un sito più favorevole
per osservare meglio la scena, il misterioso essere era svanito. Sembrava che
avesse qualcosa sulla schiena. Non avevano notato coda. Il disegno che il comandante
Gould aveva tratto sulla scorta delle loro dichiarazioni, giustificava
il ribrezzo dei testimoni: «Una gigantesca lumaca munita di lungo collo».
Quando Gould aveva avuto notizia dell'avvistamento aveva immediatamente
pensato a uno scherzo. Ma dopo aver incontrato e intervistato i testimoni
nella loro abitazione di Londra, non aveva più avuto dubbi sulla loro buona
fede. I due erano ancora storditi e spaventati. Qualcuno suggerì che la cosa
che il mostro si portava a spasso sulla schiena avrebbero potuto essere i resti
di un'imbarcazione. Nel 1971 Nicholas Witchell intervistò la signora Margaret
Cameron, la quale sosteneva che quando era ragazza, al tempo della prima
guerra mondiale, aveva pure lei veduto il mostro sulla terraferma. «La
creatura aveva un corpo enorme e una volta uscita dalla sterpaglia si muoveva
con la stessa possanza di un caterpillar». Poteva essere lungo circa 6 m.
Davanti presentava due piccole zampe e mentre rientrava in acqua il corpo
ondeggiava da una parte e dall'altra. La signora disse che sia lei sia i suoi
amici, quella sera non erano neppure riusciti a prendere il tè, tanto erano
scossi. Witchell intervistò anche un uomo, certo Jock Forbes, che diceva di
aver visto il mostro nel 1919, quando aveva solo dodici anni. Era una sera
che minacciava temporale e lui e suo padre erano in groppa a un cavallino.
Ad un tratto l'animale aveva scartato spaventato e loro avevano potuto osservare
il mostro attraversare la strada proprio poco oltre, poi avevano sentito
il tonfo di un tuffo quando era rientrato in acqua.
Nel novembre del 1933 Nessie venne fotografato per la prima volta. Hugh
Gray, un impiegato della British Aluminium Company, stava camminando
lungo un pendio boscoso a un'altezza di circa 150 m rispetto alla superficie
del lago, nei pressi di Foyers. Aveva già veduto il mostro in un'altra occasione
e da quel momento tutte le volte che si muoveva si portava dietro la macchina
fotografica. Era domenica 12 novembre 1933. La giornata era bella e
chiara. Ad un certo momento Gray si era seduto per prendere fiato e dare
un'occhiata al lago. Subito aveva scorto il mostro ergersi sul pelo dell'acqua,
a circa 200 m di distanza. Presa la macchina fotografica aveva scattato, mentre
il mostro stava fuori dall'acqua di circa un metro. Questa non è l'immagine
più nitida fra quelle ottenute, per quanto si riesca bene a scorgere un'ombra
e una sagoma grigiastra, piuttosto vaga, che dovrebbe essere per l'appunto
il mostro. Anche le altre immagini - ne furono scattate cinque in tutto -
non offrono una testimonianza migliore. Gray era rimasto così prudente in
merito all'avvistamento - aveva paura di essere scambiato per svanito - che
prima di decidersi a consegnare la pellicola al fratello affinché la portasse a
sviluppare ci aveva pensato su un paio di settimane. Il 6 dicembre 1933
un'immagine comparve sia sullo scozzese «Daily Record» che sul londinese
«Daily Sketch», accompagnata da una didascalia in cui i tecnici della Kodak
garantivano che il negativo non era stato ritoccato. Ma il professor Graham
Kerr, zoologo all'Università di Glasgow, disse apertamente che la fotografia
pubblicata non lo convinceva affatto e che il soggetto non poteva raffigurare
alcun essere vivente. Le sue affermazioni diedero il via allo “smantellamento”
del mito del mostro, un'attività cara per decenni alla gran parte degli zoologi.
Ma gli avvistamenti continuavano. Il giorno dopo che Gray aveva ripreso il
mostro, il dottor J. Kirton e sua moglie stavano scendendo la collina che dall'Hotel
Invermoriston porta al lago, quando all'improvviso avevano visto il
mostro nuotare allontanandosi da loro. La parte dietro sembrava arrotondata,
con delle protuberanze lungo la schiena, un'immagine simile a quella offerta
da «un'anatra in un laghetto vista da dietro». Gould classifica questo caso come
il ventiseiesimo del 1933. Una settimana dopo, il 20 novembre, il mostro
era stato visto immobile nell'acqua per circa dieci minuti nei pressi
di Altsigli da una certa signorina N. Simpson, che aveva valuto in circa 9 m la lunghezza
dell'animale. Poi l'aveva osservato nuotare sotto il pelo dell'acqua al
centro del lago «alla velocità di un motoscafo».
Il 12 dicembre 1933 una casa cinematografica scozzese, Irvine, Clayton e
Hay era fortunosamente riuscita a girare alcuni istanti di pellicola del mostro
in movimento. Sfortunatamente il filmato mostrava solamente una lunga ombra
scura che scorreva silenziosa sull'acqua.
Ma la più celebre fotografia del mostro - passata alla storia come la “fotografia
del chirurgo” - venne scattata nell'aprile del 1934. Il 1° aprile di quell'anno,
Robert Kenneth Wilson, iscritto al Regio collegio dei chirurghi, stava
viaggiando verso nord in compagnia di un amico. Avevano affittato un capanno
nei pressi di Inverness per osservare e fotografare uccelli. Wilson aveva
anche affittato una preziosa macchina con un potente teleobiettivo. Erano
circa le sette di sera quando avevano fermato l'auto su un piccolo promontorio,
qualche chilometro a nord di Invermoriston. Mentre stavano osservando
la superficie del lago avevano notato una grande agitazione, preannuncio dell'arrivo
del mostro, tanto che l'amico di Wilson, certo Maurice Chambers si
era lasciato scappare: «Oh Dio mio, ma è il mostro!». Con grande prontezza
Wilson si era precipitato alla macchina ed era tornato con la macchina fotografica.
In meno di due minuti era riuscito in qualche modo a scattare quattro
immagini, operando con una tale frenesia ed emozione da non sapere neppure
che cosa stesse riprendendo. Poi la testa serpentina, del tutto simile alla
proboscide di un elefante, si era dolcemente inabissata nell'acqua. Incapace
di credere a ciò che aveva veduto, Wilson era corso a Inverness per far sviluppare
le fotografie.
Il giorno dopo, vista l'urgenza, erano già pronte. Due erano bruciate; in una
si scorgeva appena appena la testa dell'animale che sta scivolando in acqua,
mentre la quarta era eccellente e permetteva di vedere il lungo collo simile a
quello di un dinosauro, sormontato dalla piccola testolina.
Wilson pensò bene di far fruttare la foto e ne vendette il copyright al «Daily
Mail» che la pubblicò il 21 aprile 1934, provocando grande sensazione, Al
solito, il consesso accademico reagì prontamente dichiarando che si trattava
di una falsificazione e che il “chirurgo” (che intanto aveva scelto l'anonimato)
poteva benissimo essere un'invenzione di chi aveva inscenato la farsa,
tanto per renderla più credibile. Allora Wilson si era deciso a uscire allo scoperto
e il suo caso e il suo nome comparvero nel libro del comandante Gould
The Loch Ness Monster and Others edito quello stesso anno con un bel primo
piano del “chirurgo” sul frontespizio. (Tra l'altro, la notizia che la fotografia
era stata scattata proprio il 1° aprile non aveva fatto altro che accrescere
il già forte scetticismo). Qualche anno dopo, un celebre cacciatore di
mostri, Tim Dinsdale, avendo avuto l'originale fra le mani, dichiarò che a suo
avviso si trattava di una fotografia autentica. Se osservata a una certa distanza,
si riescono a percepire dei cerchi concentrici attorno alla sagoma del mostro,
mentre nello sfondo si nota un altro cerchio, come se un'altra parte del
corpo si trovasse appena al di sotto del pelo dell'acqua. Dinsdale disse che
nessuno al mondo si sarebbe mai sognato di falsificare un dettaglio praticamente
invisibile. Un'altra osservazione a favore dell'autenticità della fotografia
venne fuori nel 1972 quando un fotografo, utilizzando un metodo di
amplificazione in uso presso la NASA, riuscì a mettere in risalto il particolare
di una lunga bava che scendeva lungo la mascella inferiore dell'animale.
Nel luglio del 1934 Sir Edward Mountain ingaggiò la bellezza di quattordici
uomini a due sterline la settimana affinché scrutassero la superficie del lago
per cinque settimane consecutive armati di potenti macchine fotografiche.
Ne vennero fuori cinque immagini che si dicevano promettenti. Quattro non
mostravano che una scia scura che avrebbe potuto benissimo essere stata provocata
dal passaggio di un battello; nella quinta invece si poteva distinguere
una testa che si tuffava nell'acqua fra mille spruzzi. Dopo che gli osservatori
erano stati pagati, il capitano James Frazer, capo della spedizione, era riuscito
a girare alcuni secondi di un filmato dalla postazione di Castle Urquart.
La pellicola mostrava una cosa simile alla prua di una imbarcazione rivolta
verso l'alto, lunga circa 4,5 m, che si era inabissata fra gli spruzzi. Alcuni
zoologi che videro il filmato parlarono, senza esitazione, di una grande foca.
Lo stesso capitano Frazer, qualche tempo dopo, rivelò di aver dovuto affrontare
schemi e derisioni.
Intanto gli avvistamenti non cessavano e vennero scattate altre fotografie;
ma il grande pubblico stava ormai disinteressandosi al mostro. Smaltita la
prima grande emozione, la maggior parte dell'opinione pubblica stava ormai
convincendosi che il mostro altro non era che una cinica invenzione della
gente locale, finalizzata a meri scopi turistici e di lucro. Se quella era la verità,
si può dire che il trucco funzionò a meraviglia, dal momento che ogni
estate gli alberghi del posto segnalavano il tutto esaurito. Uno degli avvistamenti
più interessanti del 1934 passò pressoché sotto silenzio. Il 26 maggio,
padre Richard Horan, della abbazia di San Benedetto, era intento a riparare il
piccolo battello della chiesa quando aveva udito un rumore provenire dal lago.
Voltatosi, aveva visto il mostro a non più di trenta metri da lui, intento a
fissarlo. Aveva un collo grazioso e sottile, con una grande cresta bianca che
gli scendeva sulla fronte e il muso simile a quello di una
foca. Altri tre testimoni confermarono il suo racconto. Nel
dicembre dell'anno dopo, anche una
certa signorina Rena Mackenzie disse di aver visto il mostro da vicino, notando
che la testa era piccola e esile e che sulla gola presentava una macchia
biancastra. Un uomo di nome John Maclean, vide il mostro nel luglio del
1938, notando pure lui l'esile testa e il collo, a una distanza di non più di venti
metri. A suo avviso l'animale era stato colto nell'atto di mangiare, perché
apriva e chiudeva la bocca ritmicamente per poi gettare la testa all'indietro
«allo stesso modo in cui un cormorano ingolla un pesce appena preso». Quando
il mostro si era tuffato, Maclean e la moglie avevano notato due gibbosità
sulla schiena. Poteva essere lungo quasi sei metri, la visione ravvicinata aveva
consentito di osservare la pelle che era marrone scuro simile a quella di
«un cavallo con il mantello reso lucido dal sudore». Tutti questi avvistamenti
aiutano a farci un'idea del mostro. Sempre nel luglio del 1938 Alex Campbell
disse di aver fatto un avvistamento che finalmente confermava ciò che
lui sospettava da alcuni anni, vale a dire che, con molta probabilità, nel lago
esisteva più di una creatura misteriosa, poiché proprio a lui era capitato di
scorgerne una presso l'abbazia di San Benedetto, mentre un'altra (visibile come
una specie di grande gobba scura) stava attraversando il lago, agitando la
superficie dell'acqua. (Sono molti i racconti in cui si parla della notevole velocità
con cui questi esseri si muovono).
Nel corso della seconda guerra mondiale l'interesse nei confronti del mostro
(o dei mostri) scemò, anche se gli avvistamenti continuarono. Nel 1943 il comandante
Russell Flint, a bordo di una scialuppa a motore che stava attraversando
il lago per raggiungere Swansea, raccontò di un terribile colpo, che
aveva convinto i soldati che erano con lui di aver urtato un grosso tronco. In
realtà era comparso il mostro, in un impressionante gorgoglio di acqua. Quando
aveva segnalato all'Ammiragliato che la sua scialuppa era stata gravemente
danneggiata per essere stata investita dal mostro che infestava le acque
del Loch Ness, si era visto correggere la causa dell'incidente con «una forte
raffica di vento».
Nel novembre del 1950 sul «Daily Herald» comparve una storia intitolata:
Il segreto del Loch Ness. Si svelava che nel fondo del lago sin dal 1918 erano
state calate delle grosse mine, a una profondità di un miglio buono. (L'articolista
sosteneva che nei suoi punti massimi il lago raggiungeva profondità
abissali di parecchie miglia). In verità, la storia sembrava un pochino stiracchiata
perché, scusando il bisticcio, minata sin dalla base. Le mine in effetti
erano state calate nel 1918 dalla nave della Marina inglese Welbeck - per
combinazione, Hugh Gray, il primo che riuscì a scattare una fotografia del
mostro si trovava a bordo - ma quando nel 1922 un apposito dragamine era
stato inviato al lago per ripescarle aveva trovato soltanto le ancore. Le mine,
progettate evidentemente per resistere soltanto alcuni anni, si erano sganciate
e si erano adagiate sul fondo. Per amor di precisione si deve però osservare
che non una delle tante fotografie del mostro può in alcun modo essere accostata
a una grossa mina, anche a quelle dotate di antenne.
L'anno successivo un certo Lachlan Stuart scattò un'altra fotografia del mostro.
Il 14 luglio 1951 mentre stava tranquillamente mungendo una mucca,
aveva notato d'istinto qualcosa che si muoveva velocemente nel lago, così
rapido che di primo acchito aveva pensato a un motoscafo. Presa la macchina
fotografica era corso giù dalla collina ed era arrivato a non più di cinquanta
metri dal mostro. La foto ottenuta mostrava in modo distinto le gibbosità
Quattro anni dopo era toccato a un impiegato di banca, Peter Macnab. Stava
tornando a casa da una breve vacanza in Scozia, quando aveva deciso di
fare una sosta all'altezza di Urquhart Castle. Era un pomeriggio calmo e sereno
del 29 luglio 1955. Osservando il lago, d'improvviso, aveva colto un
tremolio nell'acqua. D'istinto aveva imbracciato la macchina fotografica, ottenendo
un'immagine che unitamente a quelle del “chirurgo” e di Lahclan
costituisce tutt'oggi una delle testimonianze più interessanti a proposito del
mostro. Macnab era però così preoccupato di essere scambiato per un visionario
che aveva evitato di mostrare la preziosa fotografia. L'avrebbe fatto
soltanto a distanza di tre anni, vale a dire nel 1958.
Prima che questo episodio accadesse, il fermento per il mostro era però già
stato ravvivato da quel che, a nostro avviso, può considerarsi il miglior libro
mai pubblicato sull'argomento: More than a Legend uscito nel 1957. L'autrice,
Constance Whyte, era moglie di uno dei dirigenti dell'impresa di gestione
del canale della Caledonia, appassionatasi al mostro a seguito della richiesta
di una rivista locale che le aveva sollecitato un lungo articolo in merito.
La Whyte aveva intervistato tutte le persone che era riuscita a raggiungere,
mettendo insieme uno straordinario repertorio di casistica, ancora migliore
di quello redatto dal comandante Gould nel 1934. Il suo libro suscitò
vasto interesse. La Whyte venne letteralmente sommersa dalla posta dei lettori.
Di nuovo la vicenda del mostro di Loch Ness si era guadagnata le prime
pagine dei giornali. Il libro presentava un messaggio vincente: in prima battuta,
il mostro non era da considerarsi uno scherzo, un'invenzione dell'Azienda
del turismo scozzese. Chiunque legga questo resoconto non può arrivare
all'ultima pagina senza avvertire la netta sensazione che il mostro è una
indiscutibile realtà, capace di manifestarsi a intervalli più o meno regolari.
L'effetto immediato fu la nascita di una nuova generazione di “cacciatori di
mostri”. Uno dei più accaniti era Frank Searle, responsabile di una grande
azienda frutticola a Londra. Dopo aver letto il libro della Whyte, nel 1958
aveva deciso di scendere in campo alla caccia di Nessie. Da quel momento
era tornato a più riprese al lago. Nel giugno del 1965 aveva deciso di stazionare
in modo stabile in una tenda sulle sponde del lago nei pressi
di Invermoriston, nella speranza di avere l'occasione di
imbattersi nel mostro. Un
giorno, mentre stava parlando con alcuni autostoppisti, era finalmente riuscito
a scorgere una macchia scura che si muoveva nell'acqua e che avrebbe potuto
essere il mostro. Non aveva dubbi, alla fine ce l'aveva fatta. L'emozione
era stata così grande da esaltarlo al punto che nel 1969 aveva abbandonato il
lavoro per andare a vivere sulle rive del lago, dove era rimasto accampato per
più di quattro anni. Nell'agosto del 1971, mentre il mostro stava inabissandosi,
Searle aveva potuto notare la coda che ricordava quella di un alligatore
«lunga più di due metri, scura in cima, di un bianco leggermente screziato
nella parte inferiore». A novembre dello stesso anno era arrivata anche la prima
fotografia dell'animale: niente di più di una massa scura con tanti spruzzi
d'acqua tutt'attorno. Lo stesso Searle non aveva esitazione a riconoscerla
come «poco convincente». Ma nei successivi cinque anni fu proprio lui a cogliere
almeno una decina di immagini fra le più eloquenti che mai siano state
scattate al mostro, compresa una in cui si vede il lungo collo da cigno di
Nessie spuntare fuori dall'acqua e un'altra in cui si scorgono con chiarezza
sia il collo che una gibbosità; ambedue furono pubblicate nel libro intitolato
Nessie: Severi Years in Search of thè Monster del 1976. Nel frattempo, la sua
tenda era diventata una specie di “Mecca” per curiosi e turisti, la più parte indirizzatagli
dall'Agenzia del turismo della Scozia. Una processione continua
di gente, al punto che nel 1975 un rapido conto arrivò a stabilire che nel giro
di soli otto mesi erano andati a trovarlo non meno di venticinquemila persone.
Il 7 giugno 1974, in compagnia di una ragazza canadese del Quebec,
Searle aveva fatto un avvistamento notevole. Mentre si trovavano vicino a
una recinzione nei pressi di Foyers, la loro attenzione era stata attratta da un
tonfo nell'acqua. Incuriositi, si erano voltati a guardare e avevano visto «Due
fra le più incredibili piccole creature che mai avessi visto. Non erano più lunghe
di 60 cm, di colore grigio scuro, l'epidermide come quella di un elefante
cucciolo, testoline piccole con occhi prominenti, lunghi colli, corpi grassocci.
Le code sembravano dei piccoli serpenti, mentre sui fianchi, ai lati del
corpo, si potevano notare due protuberanze simili a pinne». Mentre stavano
tentando di superare la staccionata, le due creature si erano allontanate velocemente
con un movimento laterale simile a quello dei granchi, per rituffarsi
in acqua in pochi secondi.
Nel suo bel libro The Loch Ness Story, forse il compendio migliore mai pubblicato
sull'argomento, Nicholas Witchell commenta: «Dispiace dirlo, ma si
può provare con troppa facilità che le immagini del 1972 sono state contraffatte.
Basti dire che lo stesso autore, il signor Searle, non ha avuto esitazione
a ricavarne un'intera seconda serie con modifiche. Tant'è che vi si scorge una
gibbosità in più che in quelle precedenti non c'era, certamente aggiunta grazie
a qualche manipolazione, tipo sovraimpressione o fotografia della fotografia».
Per poi aggiungere: «A causa dell'alto grado di sospetto delle fotografie
scattate dal signor Searle e, soprattutto, dell'assoluta mancanza di indicatori
precisi relativi a come sono state ottenute, non è possibile accettarle
come la ripresa di una qualche specie sconosciuta di un essere animale abitante
nelle acque del lago».
Nel 1959, dopo aver letto con vivo interesse un articolo su Nessie comparso
sulla rivista «Everybody», un ingegnere aeronautico di nome
Tim Dinsdale ne era rimasto così impressionato da decidere di
applicarsi alla caccia del
mostro. Dopo aver trascorso l'inverno a divorare tutto ciò che fino a quel momento
era stato scritto in proposito, era stato nel febbraio dell'anno successivo
che Dinsdale, osservando con grande attenzione la cosiddetta “foto del
chirurgo”, aveva notato i cerchi concentrici appena appena percepibili attorno
alla massa corporea del mostro (particolare che già abbiamo ricordato e
che lo convinse trattarsi senza dubbio di una foto autentica).
Ad aprile Dinsdale era sulle rive del lago deciso a cacciare
Nessie. Dopo cinque giorni non
aveva ancora visto niente, neppure una increspatura. Ma il giorno prima di
fare rientro a casa, mentre sconsolato stava facendo ritorno all'hotel di Foyers
dove alloggiava, aveva visto qualcosa di strano nel lago e, col binocolo, gli
era sembrato di scorgere una massa scura galleggiare sul pelo dell'acqua.
Presa la cinepresa da 16 mm aveva filmato per quanto aveva in carica, quindi
era sceso sulla riva del lago per vedere ancora meglio, ma nel frattempo il
presunto mostro era svanito. Gli erano però rimasti circa quindici metri di
pellicola ben impressa, in cui si vedeva Nessie in movimento. Proiettato alla
televisione, il filmato aveva suscitato un interesse a dir poco vasto e questo
evento - come bene sottolinea Witchell - aveva determinato una nuova fase
di entusiasmo per il misterioso fenomeno.
Nel giugno di quell'anno era anche partita alla volta di Loch Ness la prima
vera spedizione scientifica finalizzata alla caccia sistematica del mostro. Durata
dell'impegno un mese, con l'attività di trenta studenti volontari muniti di
un ecosonar e di una generosa dotazione di macchine fotografiche e cineprese.
A luglio era stata avvistata a pelo d'acqua una gibbosità scura lunga circa
3 m; mentre le operazioni col sonar avevano portato a identificare alcune
grosse masse, in fase di immersione e risalita, a una profondità di oltre 18 m.
La spedizione rintracciò anche folti banchi di pesce salmerino a centinaia di
metri di profondità; una più che esplicita risposta agli scettici che insistevano
nel dire che il lago non conteneva sufficienti riserve di pesce per nutrire il
mostro; il cibo sarebbe bastato non solo per uno, ma per molti.
Ma il dottor Denys Tucker, del Museo Britannico di Scienze Naturali, lo
scienziato cui era stata demandata l'organizzazione della ricerca, aveva finito
col condurla in modo diverso dal progetto iniziale. Per questo a giugno era
stato rimosso dall'incarico, a suo dire per aver apertamente dichiarato di credere
all'esistenza concreta di Nessie.
Frattanto Dinsdale era diventato amico di Torquil MacLeod, che nel febbraio
del 1960 aveva avuto modo di osservare il mostro con il corpo quasi
tutto fuori dall'acqua. L'osservazione si era protratta per oltre nove minuti
lasciandolo «quasi stordito per le sue dimensioni gigantesche», da lui stimate
fra i 12 e 18 m. Il collo era lunghissimo, in tutto simile a una grande proboscide
elefantina, e ondeggiava avanti e indietro e di lato da una parte e dall'altra,
con appendici pinnate sia davanti che dietro. Ad agosto del 1960
MacLeod aveva fatto un altro avvistamento dalla spiaggia. Al centro del lago,
vicino a Nessie si trovava l'imbarcazione di un impresario, certo R. H.
Lowrie, in gita con la sua famiglia. Poiché l'apparizione era durata più di un
quarto d'ora, il signor Lowrie aveva avuto tutto il tempo di scattare parecchie
fotografie. Ad un tratto, accortosi della barca, il mostro aveva puntato su
di loro come per caricarli, ma all'improvviso aveva compiuto una rotazione
e cambiato rotta per scomparire.
Sempre nell'agosto del 1960, Sir Peter Scott, fondatore del Comitato per la
difesa degli uccelli, e Richard Fitter della Società per la protezione della fauna,
avevano fatto una richiesta al membro del Parlamento, David James, di
fondi e sostegni per organizzare un «tentativo decisivo per cercare di venire
a capo in merito a cosa infesti veramente il Loch Ness». Ad aprile dell'anno
successivo, una apposita commissione arrivò a stabilire che la casistica degli
avvistamenti del Loch Ness era ormai così folta da giustificare una ricerca.
Era allora nata la commissione per lo studio dei fenomeni del lago, istituzione
senza fini di lucro. Ad ottobre due potentissimi fari avevano scandagliato
la superficie del lago per due lunghe settimane. In una sola occasione si era
potuta notare una massa scura non più lunga di 3 m veleggiare a pelo d'acqua.
Nel 1962 un altro gruppo di ricercatori aveva utilizzato un sonar, riscontrando
a più riprese la presenza di grosse masse scure. Una volta il sonar
aveva come preannunciato la comparsa del mostro in superficie.
Finalmente, nel 1966 il film girato da Tim Dinsdale venne esaminato dal
servizio segreto dell'Aeronautica. Il verdetto rivelò che l'oggetto non era certamente
né un'imbarcazione né un sottomarino. Utilizzando un potente sistema
di ingrandimento messo a punto dalla NASA si era potuto notare come oltre
alla gibbosità principale ben visibile ce ne fossero almeno altre due, che
increspavano l'acqua in modo così impercettibile da non essere visibili a occhio
nudo senza ingrandimento. Nel mese di agosto del 1962 entra in scena
un altro accanito cacciatore del mostro, F. W. (“Ted”) Holiday, che parcheggia
il suo caravan sulla sponda meridionale del lago, dalla parte opposta di
Castle Urquhart. Sin dalla prima notte Holiday ha la netta sensazione che
«quelle del Loch Ness non siano acque vicino alle quali poter consumare sogni
sereni». Due giorni dopo, durante una splendida notte limpida, Holiday
avverte tonfi sordi di ondate che si abbattono sulla riva rocciosa del lago, anche
se non si ode il rombo di alcun motore. Ancora due giorni e finalmente
ecco la prima apparizione del mostro. Mentre Holiday si trovava su quella
stessa collinetta dalla quale nel 1961 Dinsdale aveva girato il suo filmato, all'improvviso
dall'acqua era emersa per circa un metro una parte del corpo
luccicante di un essere che «nuotava come un ippopotamo». Il resto della sagoma
dell'animale era percepibile sott'acqua. Poteva essere lungo più di 13
m. Poi un uomo su un pontile poco lontano si era messo a fare rumore e l'animale
si era immerso.
Da quel momento ogni anno Holiday aveva fatto ritorno al lago. Nel 1963 e
nel 1964 non aveva avuto fortuna. L'anno dopo, invece, l'aveva avvistato in
due occasioni. Nel corso della prima lo vide sotto tre diverse angolazioni, in
quanto stava viaggiando con l'auto lungo la strada che costeggia lo specchio
d'acqua. Holiday era così giunto a una prima conclusione a proposito del mostro:
a suo avviso si trattava di una sorta di lumacone gigante, un antenato del
calamaro e del polipo. Nel libro intitolato The Great Orm of Loch Ness azzarda
a sostenere che il mostro sarebbe un Tullimonstrum gregarium, una
creatura simile a un sottomarino munito di coda. Holiday afferma che anticamente
questo genere di animali abbondava negli specchi d'acqua delle isole
britanniche. Erano volgarmente noti come i “grandi vermi” (in inglese worm
o orm, da cui il titolo) e si doveva a loro la nascita delle leggende sui dragoni
di mare. In una fotografia si vede la penisola di Worm nel Galles del Sud,
che Holiday dice sia stata chiamata così per la sagoma rassomigliante a uno
dei grandi “vermi” della leggenda, ovvero del Loch Ness.
Nel 1963 Holiday aveva intervistato due pescatori che avevano avuto la
ventura di osservare l'animale da vicino, a non più di 20 o 30 m. Uno disse
che la testa gli ricordava quella di un bulldog, solo più grande e spaventosa,
mentre il collo sembrava percorso da lunghi peli setolosi arruffati simili a capelli.
In una lettera a Dinsdale, Holiday annota: «Quando la gente si trova
faccia a faccia con questa creatura si paralizza dallo
stupore. Attorno a Nessie aleggia qualcosa di molto strano,
che sembra non avere nulla a che vedere
né con le dimensioni né con l'apparenza. Non è forse curioso tutto questo?».
Holiday era interessato dalla sensazione di orrore che assaliva coloro
che si imbattevano da vicino nel mostro. Perché, si chiedeva, “dragoni” e “lumaconi”
nella mitologia medievale erano sempre e soltanto accostati ai poteri
negativi del male? Era giunto alla conclusione che la difficoltà a riprenderlo non doveva essere casuale. Anche a lui era capitata una situazione singolare
durante un avvistamento. Mentre stava per scattare una fotografia, un attimo
prima la creatura aveva inabissato la testa per sparire. Forse questi mostri
rivelano una particolare sensibilità telepatica nei confronti dell'attenzione
umana, o siamo al cospetto di una di quelle coincidenze speciali che Jung
chiama fenomeni di “sincronicità”?
Holiday, che fra le tante qualità era anche un esperto di pesca, sostiene di
aver anche visto degli UFO (i famosi dischi volanti) e di avere sperimentato
un paio di casi di infestazione da poltergeist (gli spiriti dispettosi o burloni).
Fra i suoi vari meriti, ha scoperto che all'inizio del XX secolo il grande “mago”
moderno Aleister Crowley aveva dimorato per qualche tempo a
Boleskine House, vicino a Foyers e che proprio qui aveva dato
inizio a un potente rito
magico dedicato a Abramelin il mago. Mentre celebrava questa ritualistica
(destinata a durare parecchi mesi), lo stesso Crowley diceva di avvertire fortissima
la presenza nella casa di molte entità negative, capaci di trasformare
un cocchiere in un ubriacone e una medium in una prostituta. Alla fine, Crowley
non aveva concluso il rituale e, stando a Holiday, la sfortuna aveva incominciato
a perseguitarlo. Sebbene Holiday non lo dica apertamente, viene
spontaneo immaginare che reputi il mostro una creazione, il frutto delle azioni
magiche negative non portate a buon fine. È infatti molto strano che un essere
così tradizionalmente associato al male si manifesti con tanta insistenza
da Foyers, proprio vicino a Boleskine House. Sempre per restare in tema di
stranezze, Holiday ricorda le singolari scoperte di un gruppo di studenti americani
in visita a un cimitero vicino a Boleskine House. Sotto una lastra essi
trovarono un tappeto e una conchiglia di strombo. Il tappeto - quasi certamente
di fattura turca - era ricamato con evidenti figure di «creature simili a
lumaconi». Il fatto che non presentasse alcuna traccia di muffa induceva a
credere che fosse stato nascosto non da molto tempo. Holiday disse che era
servito a qualche cerimonia rituale, bruscamente interrotta nel momento in
cui qualche inattesa visita aveva costretto i celebranti a dileguarsi. Detto per
inciso, pare che nei pressi di Boleskine House ancora oggi la celebrazione di
rituali magici sia all'ordine del giorno. Dopo queste esperienze, un giorno
Holiday era andato a pranzo con un amico nelle vicinanze del lago. Qui avevano
incontrato un americano, certo dottor Dee, appena arrivato in
Inghilterra per ricostruire l'albero genealogico della sua
famiglia. Parlando del più e
del meno, il dottor Dee rivelò di essere estremamente fiero di aver scoperto
che al tempo della celeberrima regina Elisabetta, era vissuto un suo antenato
che si chiamava per l'appunto Dee ed era un rinomato mago. Poi era emersa
un'ulteriore coincidenza: era stato John Dee, il mago elisabettiano, a pubblicare
il rituale detto di Abramelin il mago.
In una lettera inviataci da Holiday nel 1971 viene fuori una ulteriore coincidenza.
Un giorno, mentre stava osservando il lago, con gli occhi aveva incrociato
la parola DEE comparsa in lettere cubitali color giallo. Era successo
che alcune macchine da scavo impegnate nell'allargamento di una strada,
avevano fatto scivolare il terriccio rimosso lungo le pendici della collina che
scendeva verso il lago. Ma per una singolare coincidenza, gli scavi avevano
scoperto un terreno di colore giallastro che aveva dato origine alla parte superiore
delle lettere che componevano la parola. La parte inferiore delle singole
lettere era invece costituita dal riflesso della parte superiore nelle cristalline
acque del lago.
In realtà, Holiday sembra spingersi su un territorio estremamente bizzarro
per dare giustificazione al mostro quando riferisce di alcune sue ricerche condotte
nel 1969 in Irlanda, dove un bel po' di mostri, avvistati nei tanti laghetti
che circondano Galway, erano stati oggetto delle segnalazioni della gente
spaventata. Gli avvistamenti suonavano del tutto simili a quelli che avevano
Nessie come protagonista e giungevano da testimoni più che affidabili, fra
cui due preti. Tuttavia dopo lunghe settimane di osservazione e attesa presso
il piccolo lago di Nahooin, Holiday non aveva, come si suole dire, cavato un
ragno dal buco. Non una sola traccia dell'esistenza del mostro. Ma ciò che lo
stupiva e al tempo stesso lo incuriosiva di più era la constatazione che i laghi
irlandesi erano davvero troppo piccoli per poter fornire sostentamento a un
animale lungo almeno 4 o 5 m, figuriamoci a un'intera colonia. Allora aveva
incominciato a domandarsi se per caso il peiste (come viene chiamata la creatura
in Irlanda) fosse veramente un essere fatto di carne e sangue. Jung aveva
interpretato gli UFO come una proiezione proveniente dall'inconscio dell'uomo
moderno nel tentativo di ricreare e recuperare simboli religiosi ormai
perduti. Non poteva essere così anche nel caso dei misteriosi, ma troppo
sfuggenti mostri delle acque?
Sin dal 1971, dunque, Holiday aveva abbandonato l'idea che i mostri alla
Nessie fossero “residui preistorici” viventi. L'ipotesi che ammetteva obtorto
collo era che a suo parere anche in quel caso proprio come con gli ufo erano
in azione forze e meccanismi che impedivano di accostare e comprendere il
fenomeno. A tratti, nel corso del 1972, questa ipotesi gli sembrò potesse essere
confermata dalla diatriba scoppiata fra un esorcista, certo reverendo Donald
Omand che sosteneva la sua teoria e tutti coloro che continuavano a insistere
nel dire che l'essere misterioso era un animale in carne e ossa. Omand
affermava di aver avuto la fortuna di ereditare dai suoi antenati scozzesi la
cosiddetta “seconda vista”, che gli consentiva di non avere alcun dubbio a
proposito dell'esistenza delle forze del male, o anche semplicemente dell'inganno,
situazioni che aveva a più riprese affrontato con l'effettuazione di un
esorcismo liberatorio. Il suo primo avvistamento era avvenuto nel 1967 presso
il lago Loch Rong nel Ross-shire. Nel giugno dell'anno successivo, mentre
si trovava in Norvegia a bordo di un'imbarcazione che stava attraversando
il Fiordo dei Trolls, aveva osservato un altro mostro che sembrava stesse
dirigendosi di gran carriera contro il natante. Il capitano norvegese che era al
comando gli aveva detto di non avere paura e di non preoccuparsi: «State
tranquillo, non ci urterà, loro non lo fanno mai». Ed infatti il mostro si era
inabissato molto prima di giungere nelle prossimità del battello. Il capitano,
Jan Andersen, gli confessò di essere convinto che quelle creature fossero pura
energia negativa, in grado di sconvolgere la mente dell'uomo (Omand parla
di anima). Sempre nel 1972 Omand aveva partecipato a una conferenza
psichiatrica nel corso della quale un ricercatore svedese aveva letto un rapporto
relativo al mostro di Storsjòn e aveva concluso con certezza trattarsi di
agenti fortemente negativi nei confronti degli esseri umani, specie di coloro
che gli davano la caccia o che li avvistavano sovente. Vederli e crederci poteva
generare crisi familiari e svilimento morale. Così Omand si era confermato
nell'idea che i mostri non dovevano essere creature reali ma proiezioni
di qualcosa che apparteneva alla nostra preistoria.
Preso contatto con Omand, Holiday lo aveva invitato a un sopralluogo al
Loch Ness. Nel bel mezzo del lago il reverendo aveva celebrato un esorcismo.
Terminata la cerimonia tutti e due si erano sentiti stanchi e svuotati di
ogni energia. L'idea di avere a che fare con forze sottili e negative era stata
loro confermata solo due giorni dopo, quando avevano trascorso la serata
con un certo Carey comandante dell'Aeronautica in pensione. Holiday aveva
ragguagliato Carey a proposito delle vicende di un giornalista svedese di
nome Jan-Ove Sundberg il quale aveva raccontato che un giorno, mentre stava
passeggiando nel bosco nelle vicinanze di Foyers, aveva avuto agio di osservare
un disco volante e alcune entità che lo scrutavano. Poi, di colpo,
l'oggetto era volato via. Una volta tornato in Svezia, aveva reso nota la sua
esperienza e quasi immediatamente aveva incominciato a essere perseguitato
dai famigerati “uomini in nero”, misteriosi agenti segreti che si spacciano
per funzionari governativi, usi a minacciare i testimoni di importanti avvistamenti
ufologici.
Parlando, Holiday aveva manifestato la sua intenzione di recarsi sui luoghi
in cui erano avvenuti gli avvistamenti, quando Carey lo aveva interrotto,
sconsigliandoglielo apertamente. In quel preciso istante fuori si era sollevato
un forte vento, una specie di improvviso tornado con una serie di botti e una
luce come quella di un fulmine aveva attraversato la finestra della stanza proprio
all'altezza della testa di Holiday. Dopo un attimo tutto si era acquietato.
Ma la cosa ancora più sconcertante era che Carey, che stava sorbendo un
drink con la moglie a pochi metri di distanza, non si era reso conto di nulla.
La mattina dopo, mentre Holiday si stava avvicinando alle acque del lago,
aveva notato un uomo completamente vestito di nero - compresi casco e occhiali
- che si era messo a seguirlo. Ad un tratto, voltatosi per controllare,
non l'aveva più visto: era come svanito nel nulla. Corso sulla strada, Holiday
aveva scrutato in tutte le direzioni invano. Era letteralmente sparito. Un anno
dopo, sempre nello stesso punto della costa del lago, Holiday era stato colpito
da un attacco di cuore. Mentre l'ambulanza lo portava via, guardando dal
finestrino si era reso conto che stavano passando esattamente nel preciso
punto in cui si era imbattuto nell'uomo in nero. Cinque anni dopo Holiday
morirà per un infarto.
Un anno prima di lasciarci, Ted Holiday mi fece avere una copia manoscritta
del suo ultimo lavoro The Goblin Universe nel quale, seguendo uno schema
storico, raccontava i diversi atteggiamenti che nel tempo avevano contrassegnato
la sua convinzione in merito al mistero del mostro di Loch Ness.
Si trattava di una tematica già affrontata in The Dragon and thè Disc, dove
collegava i dischi volanti e i lumaconi fra loro, unificandoli come segni di bene
e male. Poi, con mia sorpresa, all'atto della pubblicazione aveva nuovamente
cambiato rotta.
Credo ci fossero per lo meno un paio di motivi. Fra il 1972 e il 1975 il team
di ricercatori dell'Accademia di scienze applicate del mit, guidato dal dottor
Robert H. Rines, aveva scattato una nutrita serie di fotografie. In una della
prima serie si poteva notare con chiarezza un oggetto scuro simile a una grande
pinna lungo poco meno di 3 m; mentre in altre della seconda serie si scorgeva
una creatura dal lungo collo e dal corpo simile alla grande pinna di cui
alla precedente immagine. Quest'ultima fotografia risultava particolarmente
impressionante perché anche la prova offerta dal sonar - vale a dire dalle onde
sonore riflesse dall'oggetto o dalla creatura - dimostrava con assoluta
chiarezza che non si trattava di un riflesso improprio o di qualche scherzetto
giocato dalla rifrazione dell'acqua. Proprio in questi anni Holiday stava pensando
alla pubblicazione di The Goblin Universe. Immaginare di uscire magari
contrastando ciò che le ultime recenti conquiste andavano a segnalare
non lo entusiasmava, soprattutto se le nuove prove erano una chiara dimostrazione
che il mostro possedeva una fisicità concreta e indubbia. Tuttavia, a
parte queste considerazioni, si deve anche ammettere che, in realtà, i concetti
espressi nel testo erano del tutto rigorosi e precisi. Holiday disquisiva sul
suo percorso intellettuale a partire dal 1962 e divagava oltre il limite della
noia su tutto il mondo del paranormale. Per questi motivi aveva allora deciso
di soprassedere alla stampa, dirottando il folto materiale raccolto su un lavoro
dedicato solo ai mostri dei laghi. (Detto per inciso, The Goblin Universe è
stato edito proprio di recente in America).
Il lettore penserà forse che questa digressione sulla intensa attività di Holiday
possa essere superflua, ma è un esempio lampante della frustrazione cui
sono andati incontro i cacciatori di mostri tipo Nessie nell'arco di tempo
compreso fra gli anni Settanta e il decennio successivo. Quando nel 1934
Gould aveva pubblicato la sua opera, il mistero pareva risolto, poi l'interesse
era scemato. A riportare l'argomento in auge ci aveva pensato Constance
Whyte con il suo bel libro. Infine, quando molti anni dopo la commissione di
studi e ricerche sui fenomeni che infestano il Loch Ness si era mossa in simbiosi
con l'Accademia di scienze applicate dell'Università tutti avevano pensato
che il mistero sarebbe stato risolto in modo definitivo. Tuttavia oggi
mentre stiamo scrivendo, a più di undici anni dall'ultima
fotografia importante scattata a Nessie, tutto è ancora, è il
caso di dirlo, in alto mare. Non si
è giunti ad alcuna conclusione. Nicholas Witchell chiude trionfante il suo libro,
The Loch Ness Story (1975) con un capitolo finale intitolato La soluzione
in cui racconta dell'eccitazione con cui Rines lo aveva chiamato, dicendogli
di essere riuscito a scattare una fotografia a colori del mostro. Sentenzia
con queste parole: «Con la ratifica ufficiale che la presenza del Loch Ness
ha da farsi risalire a un animale, va da sé che l'intera vicenda vede sfumare
una buona dose del suo fascino». Chiudendo definitivamente col dire come
sia ignobile che l'establishment scientifico continui imperterrito a ignorare il
fenomeno e soprattutto a mostrare uno scetticismo degno di miglior causa.
Oggi ci rendiamo conto che tanto ottimismo era prematuro. La maggior parte
dei ricercatori, infatti, ritiene che la questione di Loch Ness non sia affatto
risolta, mentre gli scienziati accademici continuano a parlare di buffonata.
Nel 1976 Roy Mackal, direttore della commissione di studi sul Loch Ness
nonché professore di biochimica presso l'Università di Chicago, ha pubblicato
un rapporto estremamente equilibrato e corretto dal titolo The Monsters
of Loch Ness. Anche se usa un filtro critico nella valutazione dei fatti, conclude
affermando che tuttavia «una modesta popolazione di animali acquatici
di discrete dimensioni che si nutrono di pesci potrebbe vivere, senza grossi
problemi, nelle pescose acque del lago». Se esiste una testimonianza in
merito capace di far cambiare idea alla scienza, ebbene credo che questa di
Mackal sia di gran lunga la più indicata; ma, fino ad adesso, non è ancora capitato
nulla.
Una cosa sembra certa: il profondo pessimismo di Holiday verso il mostro
è ingiustificato. Al tempo in cui stava scrivendo The Dragon
and thè Disc Rines stava già cogliendo buoni successi con le
sue belle fotografie subacquee
del mostro. Alla fine siamo comunque convinti che sia ragionevole supporre
che la scienza riuscirà prima o poi a dare una risposta definitiva a proposito
dell'esistenza o meno del mostro. Il problema di riuscire a catturare il mostro
su una pellicola viene ben descritto da Dennis Stacy di San Antonio, in Texas,
quando racconta del suo incontro con Nessie:
Nel 1972 andai a Loch Ness con il preciso scopo di dare la caccia al mostro. L'idea era
quella di accamparmi lungo la spiaggia e restarci per almeno un paio di settimane per vedere
che cosa sarebbe successo. Dentro di me ero sicuro, sentivo che se mi ci fossi dedicato,
Nessie si sarebbe fatto vivo e l'avrei visto. Incontrati alcuni studenti di Oxford in
vacanza decisi di accamparmi con loro appena sopra Drumnadrochit. Ogni giorno, imbracciata
la macchina fotografica, scendevo sul litorale del lago e mi guardavo attorno.
Unica eccezione un giorno, freddo e umido, in cui siamo andati tutti a farci una bella passeggiata
nei folti boschetti che si affacciano sul lago. Durante la gita, ad un tratto io e una
ragazza del gruppo ci siamo sganciati e, imboccato un sentiero diverso, siamo scesi verso
l'acqua. Mentre ancora ci trovavamo nel bosco, il cielo si era rasserenato a causa di
un forte vento. Giusto il tempo di arrivare sulla costa e tutto era limpido e cristallino. Ebbene,
a meno di un chilometro da noi, in direzione Crowley/Boleskine
House, c'era Nessie, con la testa e quasi un paio di metri di
collo fuori dall'acqua. Ricordo che d'istinto
ci buttammo dietro il primo grande masso che costeggiava il sentiero. Lo avevamo visto
nello stesso momento e insieme; scossi dall'emozione, ci eravamo reciprocamente detti,
indicando col dito l'uno all'altro: «Guarda! Stai vedendo anche tu quel che vedo io?».
A pensare che per una volta non mi ero portato dietro la macchina fotografica mi veniva
da piangere. La mia compagna, tuttavia, aveva una piccola macchinetta ed ebbe la
presenza di spirito di usarla. La cosa che comparve nell'immagine era una specie di ondata
biancastra, lunga una trentina di metri che sembrava dipartirsi da Nessie (o qualunque
cosa fosse quella apparizione), la cui sagoma ben si distingueva nel contrasto più
scuro ancora del bosco che stava sullo sfondo, sull'altra riva del lago.
Era proprio Nessie? La testa era squadrata, come a volte descritta. Come quella di un
cavallo, con delle pinne laterali pronunciate. Mi ricordava quella di un serpente a sonagli,
una testa squadrata fino alle mascelle. La lunghezza del collo, testa compresa, fuori
dal pelo dell'acqua era di circa un metro e mezzo. L'impressione che trasmetteva, se ci
riferiamo a quella speciale aura che animali di solito repellenti come ragni e serpenti irradiano
tutto attorno, era però non tanto di terrore o paura, quanto di maestosa potenza.
Stava senz'altro muovendosi, perché davanti alla sua sagoma si vedeva che l'acqua si
spartiva in due ondine laterali aprendosi al suo passaggio sui lati del collo. A tratti la testa
ondeggiava, su e giù, creando angolazioni diverse di volta in volta. Era come se la
creatura stesse mangiando e ogni tanto avvicinasse la testa e quindi la bocca alla superficie
dell'acqua. Ma, a essere sinceri, era troppo lontana per poter essere distintamente
osservata, sia da un versante che dall'altro.
Quando lo scorgemmo stava muovendosi lentamente, poi, dopo poco più di un minuto,
si era inabissato sempre più a fondo, allo stesso modo in cui uno sciatore d'acqua scende
o un sottomarino si immerge. (Da una lettera ricevuta dagli autori il 20 settembre
1980).
Holiday non esiterebbe a mettere in risalto alcuni passi di questa testimonianza
per supportare la sua ipotesi “junghiana”. Vediamo. Stacey non vede
l'ora di poter osservare il mostro. Combinazione, non lo vede mentre sta pattugliando
il lago armato della sua fedele macchina fotografica, ma in modo del
tutto casuale, proprio il giorno in cui decide di prendersi una vacanza e di abbassare
la guardia. Sembra quasi che il mostro, consapevole di questo, giochi
a rimpiattino, seguendo una dinamica psicologica prettamente junghiana. Tuttavia
chi non ha sperimentato nella vita la sensazione che alcuni giorni sono
più fortunati o fausti di altri, quando ogni cosa fila liscia o, viceversa, tutto va
storto? Il buon senso ci rimanda immediatamente a qualcosa di soggettivo: un
atteggiamento negativo e pessimista ci fa meno attenti e quindi più soggetti a
qualche inconveniente; un atteggiamento ottimistico invece sollecita in noi un
rinnovato livello di interesse e una soglia di attenzione che ci permette addirittura
di prevedere le cose e quindi di non andare incontro a dei guai.
Ciò che sembra assolutamente chiaro nel racconto di Stacey (e di molti altri
testimoni citati in queste pagine) è che le creature come Nessie compaiono
sulla superficie dell'acqua con discreta frequenza, specie nei giorni quieti e
sereni. E allora viene da chiedersi: se la tecnologia ci permette di seguire
mezzi volanti e aerei nei cieli e di intercettare sottomarini negli oceani, possibile
non riesca a mettere a punto un sistema capace di scandagliare la superficie
del Loch Ness e, grazie a un reticolo incrociato di telecamere, filmare
di continuo per catturare una volta per tutte immagini significative e incontrovertibili
di Nessie? In questi nostri giorni di raggi laser e di sorveglianza
elettronica, suona quasi assurdo che ci si debba soltanto affidare alla
casualità e alla buona volontà di qualche ricercatore appassionato per cercare
di catturare qualche immagine del mostro. Pare più che logico
che mettersi alla caccia utilizzando battelli a motore,
piccoli sottomarini, batiscafi, elicotteri
e scandagli luminosi tradisce di per sé lo scopo della ricerca stessa, in
quanto costituisce il sistema migliore per provocare forti disturbi, quegli stessi
che il misterioso animale ha sempre dato segno di non sopportare, immergendosi
all'istante nelle profondità del lago.
Va da sé che qualora il mostro venisse identificato e eventualmente classificato,
l'atmosfera attorno a Loch Ness non potrà che cambiare radicalmente e
la località andrà, per forza di cose, perdendo il richiamo turistico oggi ancora
fortissimo. Perché almeno metà del fascino esercitato dal mostro scaturisce
dal fatto che lo si considera pericoloso e terribile. In realtà non pare essere
affatto così, perché al pari di un altro mito spaventoso come quello delle
crudeli orche marine solitamente innocue per l'uomo, anche Nessie e compagni
sembra non abbiano mai costituito una grave minaccia per l'uomo.

Postscriptum.
A marzo del 1994 si è saputo che una delle più famose fotografie di Nessie,
quella detta del “chirurgo”, è un trucco. Come ampiamente ricordato nelle
pagine precedenti, la foto era stata scattata nel 1934 (il 19 aprile e non l'1 come
erroneamente detto) dall'eminente ginecologo colonnello Robert Wilson,
il quale aveva dichiarato che, mentre stava tranquillamente guidando lungo la
strada che conduce a Inverness, l'amico che stava in macchina con lui aveva
richiamato la sua attenzione gridando: «Mio Dio, ma è il mostro!» e Wilson
era riuscito a scattare alcune immagini.
La storia era stata resa nota solo alcuni mesi dopo e coinvolge anche un accanito
cacciatore di pubblicità, un promotore di se stesso, certo Marmaduke
Arundel Wetherell. Questi era stato incaricato dal «The Daily Mail» di mettersi
sulle tracce del mostro. E così il 18 dicembre del 1933 Wetherell era arrivato
in Scozia accompagnato da un fotografo del giornale. Dopo neppure 48
ore già strombazzava al mondo di essersi imbattuto in due impronte del mostro
lungo la spiaggia meridionale del lago, all'altezza di Fort Augustus. Le
tracce, aveva detto, erano fresche, impresse nel terreno da non più di un paio di
ore. Si trattava di «un animale a quattro zampe larghe una ventina di centimetri,
per sostenere il corpo di una creatura di almeno sei metri di lunghezza».
I calchi delle impronte erano stati spediti al Museo di storia naturale, il cui
ufficio stampa il 4 gennaio annunciava trattarsi delle impronte di un giovane
ippopotamo. Non era da escludere, aveva dichiarato un esperto, che le impronte
fossero state ottenute con uno di quei porta ombrelli tanto comuni nelle
nostre case. Ovviamente, a quell'annuncio l'opinione pubblica si era fatta
una gran bella risata alla faccia del mostro. Di colpo la storia di Nessie cessò
di occupare le prime pagine dei giornali.
Poi, tre mesi dopo, era arrivata la fotografia del “chirurgo” e l'interesse era
nuovamente salito alle stelle.
Ma ciò che la gente non sapeva era che anche quella immagine era frutto
dell'attività di Wetherell.
Il colonnello Wilson aveva un amico di nome Maurice Chambers, con il
quale aveva preso in affitto un capanno per l'osservazione ornitologica a
Beautiful Firth, vicino a Inverness. E Chambers era amico di Wetherell.
Altro particolare di cui nessuno era al corrente era che Wilson era un tipo
piuttosto ridanciano e molto propenso agli scherzi e alle burle.
La vera storia del falso incominciò a emergere nel dicembre del 1975, quando
in un racconto a puntate che compariva sul «The Sunday Telegraph» il figlio
di Wetherell, Ian, aveva dichiarato che una volta lui e suo padre avevano
realizzato una falsa immagine del mostro di Loch Ness. Nell'articolo non si
specificava quale fosse l'immagine, ma si citava il nome di Chambers come
“cospiratore” aggiunto.
Leggendo questa dichiarazione, a David Martin, zoologo interessato ai fenomeni
del Loch Ness nel contesto del progetto scientifico Morar, e
ad Alistair Boyd, un appassionato ricercatore, era venuto in
mente che Chambers
era amico di Wetherell.
All'epoca della pubblicazione del diario, il signor Ian era un uomo di sessantatré
anni e gestiva un pub a Chelsea. Ma quando Martin e Boyd, diciotto
anni dopo, si erano presentati al pub per incontrarlo e intervistarlo erano venuti
a sapere che Ian era morto. Erano però risaliti al figliastro di Wetherell
che viveva, malato e povero, sulla costa meridionale del lago. All'epoca il
povero Christian Spurling aveva già quasi novant'anni e aveva una voglia
matta di raccontare tutta la storia.
Quando nel gennaio del 1934 Duke Wetherell aveva fatto ritorno a casa a
Twickenham dalla Scozia, era arrabbiato col «The Daily Mail» per aver smascherato
la storiella delle impronte di finto ippopotamo. «Bene - aveva detto
al figlio Ian - se vogliono il mostro, noi glielo daremo».
Ian, all'epoca ventunenne, era stato mandato a comprare il materiale necessario:
un sottomarino giocattolo e alcuni pezzi di finto legno in plastica. Il
fratellastro Christian, figlio di una pittrice di marine, era un abile modellista.
Wetherell gli aveva mandato un messaggio in cui gli domandava:
«Te la senti di realizzare un mostro?».
Spurling aveva accettato e aveva realizzato il modellino di un mostro, un
essere dal lungo collo simile a un dinosauro. Poi collo e testa erano stati
“trapiantati” sulla struttura del sottomarino giocattolo, lasciando un piccolo
spazio per l'inserimento del radiocomando. Per impedire che la struttura
desse il giro e sprofondasse era stata prevista anche una piccola zavorra ottenuta
con del piombo. Dopo che il modellino era stato collaudato nel piccolo
stagno vicino a casa, Wetherell era tornato a Loch Ness e, nel primo
giorno sereno, aveva varato il mostro in acque aperte. Era stato Ian a scattare
le fotografie.
Quel che adesso serviva a Wetherell era la testimonianza, rispettabile e credibile,
di qualcuno che si autoproclamasse l'autore delle fotografie.
Il colonnello Robert Wilson era la persona adatta. Convinto da Chambers,
era entrato nello spirito della burla, aveva preso le pellicole, le aveva portate
in grande agitazione a sviluppare presso un laboratorio chimico a Inverness e
aveva annunciato al mondo di avere fotografato il mostro del lago.
Nel gran trambusto che ne era seguito, l'associazione dei medici inglesi
aveva messo sul chi vive il colonnello Wilson, facendogli presente che quella
storia avrebbe potuto gravemente nuocere alla sua carriera professionale,
dopodiché Wilson aveva rilasciato una dichiarazione in cui diceva a chiare
lettere che da quel momento in avanti non avrebbe più parlato con nessuno
dell'avvistamento, accampando la scusa che in realtà la persona che stava
con lui in macchina il giorno dell'apparizione non era un vecchio amico, ma
una seria donna sposata con la quale aveva una relazione segreta.
Wilson era morto in Australia nel 1965, mentre Duke Wetherell e Chambers
già se n'erano andati negli anni Cinquanta. Christian Spurling morì nel novembre
del 1993, appena dopo aver raccontato ogni particolare della intricata
vicenda.
A proposito del sottomarino giocattolo può darsi che ancora adesso giaccia
chissà dove sul fondale del lago; infatti, mentre stavano inscenando il trucco,
Wetherell e il figlio Ian avevano avvertito il rumore di qualcuno che si stava
avvicinando ed erano scappati via di corsa, ma solo dopo aver fatto inabissare
la loro creatura.
Un altro interessante sviluppo nella questione di Loch Ness è venuto a galla
ad aprile del 1999, grazie a un altro accanito ricercatore di stranezze, Erik
Beckjord.
Come già ricordato, uno dei più convinti cacciatori di mostri è l'ingegnere
aeronautico Tim Dinsdale, che era rimasto affascinato dal mistero di Nessie
dopo aver letto un lungo articolo sull'«Everybody's Weekly». Dinsdale ha
filmato alcune fra le presunte più convincenti impronte del mostro ed è ben
noto per la sua teoria, secondo la quale l'animale sarebbe una specie di dinosauro
sopravvissuto, un plesiosauro, per l'esattezza. Questo accadeva nel
1959. Ma ventiquattro anni dopo, Beckjord è venuto a sapere dallo stesso
Dinsdale che quella ipotesi non lo convinceva più.
Beckjord racconta un episodio accadutogli. Un giorno, mentre stava viaggiando
in compagnia della sua ragazza, Kathy Quint, si era trovato sulla strada
per Reading, dove abitava Dinsdale e aveva deciso di andarlo a trovare.
Erano andati a prendere un aperitivo nel pub locale e, parlando, Dinsdale gli
aveva confessato che la moglie era molto scettica nel considerarlo un cacciatore
di mostri.
Alla fine, il nocciolo della questione era emerso: per Dinsdale il mostro era
un fantasma e dunque il povero Holiday aveva visto giusto, colto nel segno.
Dinsdale gli raccontò che nelle lunghe notti trascorse in osservazione sul lago,
aveva sperimentato personalmente alcuni eventi paranormali (o anomali,
se si preferisce), convincendosi sempre più che aveva a che fare con qualcosa
di soprannaturale. Ma ciò che l'aveva definitivamente convinto, al di là di
ogni possibile dubbio, era stata una notte, quando aveva ancorato il suo piccolo
canotto al molo di Boleskine House, lo stesso luogo in cui, settant'anni
prima, il mago Aleister Crowley aveva eseguito il rituale del mago
Abramelin senza portarlo a compimento e che, secondo Dinsdale continuava a essere
infestato da spiriti, demoni e esseri infernali, quegli stessi che avevano preso
d'assalto il suo piccolo natante. Non gli avevano fatto nulla
a livello fisico, ma lo avevano, diciamo così, “lavorato” a
livello sottile, disintegrando la
sua teoria sul plesiosauro. Quello che aveva vissuto quella notte - ne era sicuro
- non era stata una mera allucinazione, ma un'esperienza quanto mai
reale e concreta.
Ora si rendeva conto di essere di fronte a un dilemma. Una buona parte dei
suoi guadagni, infatti, gli proveniva dai diritti d'autore e dagli ingaggi per le
conferenze che teneva sul mistero del mostro. I suoi lettori, la gente che lo
andava ad ascoltare non voleva certo sentirsi dire che Nessie era una sorta di
impalpabile fantasma. Dal punto di vista economico sarebbe stato un disastro.
Senza contare che gli avrebbero dato del pazzo. Sentiva che, tutto sommato,
la cosa migliore da fare era starsene ben zitto.
E così, almeno stando alla testimonianza di Beckjord, Dinsdale avrebbe
continuato a ingannare i suoi lettori, ma si sentiva egualmente sollevato dal
fatto che in giro non mancavano certo tanti altri ricercatori preparati che
avrebbero proposto nuove ipotesi.
Quando verso la metà degli anni Ottanta, Beckjord aveva
chiesto a Dinsdale di mettere al sicuro l'immenso materiale
della sua vita di ricercatore dell'occulto,
si era sentito dire che tutto era già a posto. Poco alla volta, intanto,
anche Beckjord si stava convincendo che Nessie era una creatura del mondo
paranormale e disse di essere stato sviato nell'indagine dalla ricerca tradizionale
da sempre condotta a Loch Ness. Nel 1987 Beckjord presenziava ai lavori
della Società internazionale di criptozoologia di Edimburgo e pur non
intervenendo, a fine incontro aveva proiettato lo spezzone di un filmato in cui
si notava un essere che i molti presenti non si sentivano di definire un rettile.
Dinsdale era presente e aveva assistito alla proiezione, senza dire una parola.
Alla fine, il dottor Jack Gibson, co-sponsor della manifestazione, rivolgendosi
a Beckjord con un tono di voce che Dinsdale seduto lì vicino aveva di
certo apprezzato, aveva detto: «Credo di non aver mai veduto niente di più significativo
di questo filmato a proposito di Nessie».
Sei mesi dopo, Dinsdale era morto, all'età di sessantasette anni.
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FINE Parte 2.